Dal 1920 al 1921 fu ministro degli esteri del Regno d'Italia e dal 1947 al 1951 della Repubblica Italiana. Ha sottoscritto il Trattato di Rapallo (1920), il Trattato di pace fra l'Italia e le potenze alleate del 1947, il Patto Atlantico (1949), l'accordo per la creazione del Consiglio d'Europa e il trattato istitutivo della CECA - Comunità europea del carbone e dell'acciaio (1951).

Biografia Infanzia ed educazione Figlio secondogenito dello storico Giovanni Sforza (1846-1922) di Lucca, Carlo Sforza discendeva da un ramo secondario della famiglia dei duchi di Milano; apparteneva infatti al ramo di Castel San Giovanni, generato dai Conti di Borgonovo Val Tidone ramo di Borgonovo, il cui capostipite è stato Sforza Secondo, figlio naturale di Francesco Sforza (1401-1466), a sua volta figlio naturale di Muzio Attendolo soprannominato Sforza. Sua madre era Elisabetta Pierantoni, di Lucca, di una famiglia di mercanti di seta.

Si laureò in giurisprudenza all'Università di Pisa, allievo di Enrico Ferri e di Lodovico Mortara.

Matrimonio Sposò la contessa Valentina Errembault de Dudzeele (1875 - 1969), da cui ebbe due figli: Fiammetta (Pechino, 3 ottobre 1914 - Massa, 26 giugno 2002), moglie di Howard Scott, direttore della British School di Milano, e Sforza ("Sforzino")-Galeazzo (Corfù, 1916 - Strasburgo 1977), segretario generale aggiunto del Consiglio d'Europa, che il 1º aprile 1969 sposò in seconde nozze Annette Spehner, funzionaria dell'Istituto Internazionale per i Diritti dell'Uomo (IIDU), Commendatore dell'Ordine della Stella della Solidarietà Italiana e vicepresidente de Les Amis du Musée d’Art Moderne et Contemporain de StrasbourgAMAMCS )

Carriera diplomatica Sforza entrò in diplomazia nel 1896, vincitore dell'apposito concorso, e fu subito inviato al Cairo, come applicato consolare, e poi fu addetto di legazione a Parigi, dal 1897 al 1901, missione nel corso della quale ricevette l'ordine di penetrare nella casa di Virginia Oldoini, contessa di Castiglione, e prelevare tutta la sua corrispondenza privata, si presume allo scopo di distruggerla. Nel 1901 viene nominato segretario consolare a Costantinopoli, e nel 1904 con il medesimo incarico raggiunge Pechino, dove lavora per poco più di un annoEnnio Di Nolfo, Carlo Sforza, diplomatico e oratore, in:.

Fu poi incaricato d'affari a Bucarest, dalla primavera al dicembre del 1905, dove un incidente diplomatico lo indusse a rassegnare le dimissioni dalla carriera. Tuttavia, inaspettatamente, il Segretario generale del Ministero degli affari esteri Giacomo Malvano lo ritenne idoneo quale segretario particolare di Emilio Visconti Venosta, nella delegazione italiana da inviare alla conferenza di Algeciras.

Dal 15 gennaio al 7 aprile 1906, ad Algeciras, Sforza acquisì un'esperienza fondamentale per il prosieguo della sua carriera; Visconti Venosta, infatti, rese evidenti le contraddizioni della politica degli austro-tedeschi nei confronti dell'Italia, non potendo costoro sostenere che la Triplice Alleanza non avesse efficacia nelle questioni mediterranee e contemporaneamente richiedere all'Italia di appoggiare il tentativo di penetrazione tedesca in Marocco.

L'apprezzamento di Visconti-Venosta gli valse la promozione a "primo segretario di legazione" a Madrid (1906-1907), per essere poi nuovamente destinato a Costantinopoli (1908-1909), come Incaricato d'affari. Nella capitale ottomana fu testimone della sollevazione degli ufficiali nazionalisti, i Giovani Turchi (luglio 1908), e della crisi derivante dall'annessione austriaca del territorio ottomano della Bosnia ed Erzegovina, un evento diplomatico di rilevanza tale da essere considerato, di fatto, la fine della Triplice Alleanza, in quanto l'Austria-Ungheria rifiutò di concedere all'Italia quei compensi territoriali che erano stati concordati nell'accordo del 1891, in caso di espansione austriaca nei Balcani.

Consigliere d'ambasciata a Londra (1909), fu poi a Roma, per pochi mesi, Capo di gabinetto dei ministri Francesco Guicciardini e Antonino di San Giuliano. Nel 1910 fu inviato a Budapest quale console generale italiano presso Francesco Giuseppe, Re di Ungheria. Il 4 marzo 1911, a Vienna, Carlo Sforza sposò la belga Valentine Errembault de Dudzeele; alcuni anni dopo, il fratello di quest'ultima avrebbe sposato la vedova del fratello della Regina d'Italia, Elena di Montenegro.

Dal 1911 al 1915, Sforza fu inviato nuovamente in Cina, quale ministro plenipotenziario del governo italiano, e si trovò in una situazione di dissoluzione di un impero; nel gennaio 1912, infatti, un'assemblea rivoluzionaria deliberava la fine del regime imperiale e la nascita della Repubblica di Cina, sotto la presidenza di Sun Yat-sen; ne seguì una lotta politica che portò all'insediamento di un governo autoritario sotto il generale Yuan Shikai. Nel giugno 1912, Sforza concordò la trasformazione della Concessione italiana di Tientsin in regime capitolare, sotto la legislazione e l'amministrazione diretta dell'Italia.

Prima guerra mondiale

Allo scoppio della prima guerra mondiale, Sforza era politicamente collocato nelle file dell'interventismo democratico. La sua visione della guerra era conforme a quella mazziniana e risorgimentale, secondo cui la dissoluzione dell'Impero austro-ungarico era ineluttabile, dovuta al risveglio delle nazionalità oppresse. Tali convinzioni contrastavano con l'apparente realismo del ministro degli esteri Sidney Sonnino, che aveva negoziato il Patto di Londra ritenendo che la guerra sarebbe stata breve e l'Impero asburgico sarebbe sopravvissuto. Sonnino aveva condizionato l'ingresso dell'Italia in guerra, non solo al raggiungimento dei confini nazionali, ma anche al conseguimento di territori abitati da altre etnie (l'entroterra di Zara). In tale ottica, sia il Regno di Serbia, sia le altre nazionalità slave dell'Impero erano visti non come alleati, ma come dei potenziali contendenti di terre austro-ungariche.

Quando, nel 1916, Sforza fu designato come ministro plenipotenziario presso il governo serbo - che, di fronte all'invasione austriaca, si era rifugiato a Corfù – si trovò a gestire diplomaticamente uno dei nodi centrali della politica estera italiana, in contrasto con il suo superiore politico. In tale veste non riuscì a convincere il governo dell'opportunità di costituire una divisione d'irredenti croati da opporre agli austriaci sul fronte di Vittorio Veneto, e tale diniego ebbe come conseguenza che le truppe croate si batterono nell'esercito austriaco contro gli italiani, considerandoli assertori di un presunto "imperialismo"Armando Diaz, che concordava con Carlo Sforza sulla questione, aveva accettato la costituzione di una divisione cecoslovacca, affiancandola all'esercito italiano. Cfr. il Bollettino della Vittoria. Né riuscì a ottenere l'elevazione a Corpo d'armata della divisione italiana operante sul fronte serbo-macedone, che pur ne aveva la consistenza.

Appena conclusa vittoriosamente la "Grande Guerra", Sforza fu nuovamente inviato a Costantinopoli come Alto commissario italiano per l'attuazione dell'armistizio con l'Impero ottomano (4 novembre 1918), dopo che il conte Leopoldo Corinaldi (1875-1952) rifiutò tale incarico, diventando però braccio destro di Sforza nella sua missione. Per nove mesi, insieme al collega britannico ammiraglio Calthorpe e a quello francese ammiraglio Amet, rivestì un ruolo paragonabile a quello di un "governo militare alleato" sul paese sconfitto. Prese contatti con Mustafà Kemal, futuro presidente della repubblica turca, e con Ahmad al-Sanusi, allora capo in esilio degli insorti libici contro l'annessione all'Italia del 1912. Il 1º dicembre 1918 fa occupare da alcuni marinai italiani il Palazzo di Venezia a Costantinopoli rivendicandone la proprietà italiana del palazzo, insediandovisi il 27 marzo 1919.

Durante gli anni di guerra, infatti, l'occupazione italiana della Libia si era dovuta limitare alla fascia costiera, mentre l'interno, e in particolare la Cirenaica meridionale, era sotto il controllo degli insorti. Tali colloqui portarono a un accordo di massima, secondo cui si sarebbe riconosciuta la sovranità italiana sulla colonia, in cambio di una larga autonomia nella zona direttamente controllata da al-Sanusi. Su tali basi, Luigi Rossi, ministro delle colonie nel 1920-21, poté stipulare una convenzione e realizzare la pacificazione della colonia, sino a quando Mussolini non provvide a denunciarla e a riaprire il conflitto con le forze indigeneLuigi Rossi fu Ministro delle colonie nel V Governo Giolitti, in cui Sforza resse il dicastero degli Affari esteri.

Il 12 maggio 1919, Sforza seppe dal suo collega britannico della decisione della Conferenza di Parigi di far occupare Smirne e tutto il suo entroterra dai greci. Il Commissario italiano espresse immediatamente e invano la sua contrarietà, nell'interesse delle potenze vincitrici e della Grecia stessa. Ne conseguì - infatti – una sconfitta e una tragedia per il popolo greco, che fu in breve costretto a restituire cruentemente tutti i territori assegnati. Anni dopo, Sforza scrisse:

Ingresso in politica e nomina a Ministro degli Esteri del Regno d'Italia

Alla Conferenza per la pace i rappresentanti dell'Italia (Vittorio Emanuele Orlando e Sonnino) chiesero l'applicazione integrale del Patto di Londra, e, in aggiunta, l'annessione della città di Fiume. Tali richieste si rivelarono in controtendenza con i princìpi della conferenza per la pace. A Parigi, infatti, le potenze vincitrici accolsero i principi di nazionalità e di autodeterminazione dei popoli, quest'ultimo propugnato dal presidente statunitense Wilson, che non aveva sottoscritto il patto di Londra. Wilson enunciò quattordici punti per una pace equa tra le nazioni: tra essi la "rettifica delle frontiere italiane secondo linee di demarcazione chiaramente riconoscibili tra le nazionalità" (punto 9); "un libero e sicuro accesso al mare alla Serbia", e delle "garanzie internazionali dell'indipendenza politica ed economica e dell'integrità territoriale degli stati balcanici" (punto 11). Quando il Governo italiano si rese conto dell'impossibilità di proseguire sulla propria linea, diede le dimissioni.

Il 23 giugno 1919 fu nominato primo ministro Francesco Saverio Nitti; quest'ultimo, consapevole dell'adesione di Sforza al principio di nazionalità, gli affidò il primo incarico politico della carriera, nominandolo sottosegretario agli Affari Esteri. Contemporaneamente Sforza conseguì la nomina a senatore del Regno d'Italia. I ministri degli Esteri che si succedettero durante il governo Nitti furono Tommaso Tittoni (sino al 28 giugno 1919), Nitti ad interim e Vittorio Scialoja (dal 26 settembre 1919).

Nitti sottoscrisse il trattato di Saint-Germain, che definiva i confini italo-austriaci (quindi quello del Brennero), ma non quelli orientali. Le potenze alleate, infatti, avevano rinviato all'Italia e al neo-costituito Regno dei Serbi, Croati e Sloveni (che nel 1929 avrebbe assunto il nome di Jugoslavia) la congiunta definizione dei propri confini. Immediatamente (12 settembre 1919), una forza volontaria irregolare di nazionalisti ed ex combattenti italiani, guidata dal poeta Gabriele d'Annunzio, occupò militarmente la città di Fiume, chiedendo l'annessione all'Italia.

Nel maggio 1920, a Pallanza, il ministro Scialoja iniziò i negoziati con i rappresentanti jugoslavi, ma tali colloqui non ebbero esito. Ne conseguirono le dimissioni del governo Nitti II, nel giugno 1920.

Giovanni Giolitti, che succedette a Nitti il 15 giugno 1920, ereditò da quest'ultimo la questione adriatica e il problema della definizione dei confini orientali. A tal fine, scelse Carlo Sforza come ministro degli Esteri.