Il Giornale d'Italia è stato un quotidiano italiano con sede a Roma, fondato nel 1901 e chiuso nel 2006.

Storia Fondazione Il Giornale d'Italia nacque da un progetto di Sidney Sonnino e Antonio Salandra, esponenti di una corrente di minoranza della Destra storica di orientamento liberale moderato. I due politici pensavano di creare un partito conservatore nazionale, alternativo allo schieramento di Giovanni Giolitti, all'epoca dominante in parlamentoUmberto Gentiloni Silveri, Conservatori senza partito. Un tentativo fallito nell'Italia giolittiana, Edizioni Studium, Roma 1999..

Il gruppo sonniniano decise di fondare un giornale, destinato a diventare organo del futuro partitoIl progetto del nuovo partito non verrà realizzato.. I due fondatori scelsero insieme il nome della testata e il suo direttore: consultandosi con Luigi Albertini, direttore del Corriere della Sera, la scelta cadde sul persicetano Alberto Bergamini, che lavorava all'ufficio di corrispondenza romano del Corriere.Capo della sede romana del Corriere della Sera era Michele Torraca (1840-1906).

Secondo il modello che Torelli Viollier (il predecessore di Albertini) aveva ideato al Corriere, a Bergamini non solo venne affidata la guida del giornale, ma anche il ruolo di socio accomandante della società editrice. La nuova impresa giornalistica vide così la luce sotto la ragione sociale di «Società Alberto Bergamini e Comp.».

I finanziamenti furono presto trovati ed ammontarono a 550.000 lireCorrispondenti (anno 2025) a 2.920.884,97 di euro.Valerio Castronovo et alii, La stampa italiana nell'età liberale, Laterza, 1979, pag. 149., provenienti da ambienti dell'aristocrazia e dell'imprenditoria immobiliare della capitaleClaudio Santini, Giornalisti, n° 75, settembre 2009, pag. 7.. Tra i finanziatori, oltre a Sonnino e Salandra, apparvero i nomi di Pietro Bertolini, Cesare Ferrero di Cambiano, Giovacchino Bastogi, Emilio Maraini, Eugenio Bergamasco ed E. de Asarta. L'atto costitutivo, composto da 24 articoli, fu firmato il 20 giugno 1901Umberto Gentiloni Silveri, op.cit., pag. 34.. La sede del Giornale era in Palazzo Sciarra-Colonna, affacciata su via del Corso a Roma. Gli impianti tipografici erano moderni: due rotative alimentate a gas, cui lavoravano sessanta operai.

Nella redazione entrò con un ruolo di primo piano Domenico Oliva, ex direttore politico del Corriere; il corrispondente da Vienna era Alberto Albertini (fratello del direttore del Corriere), mentre da Parigi fu, inizialmente, Ugo Ojetti. Il primo numero del nuovo quotidiano uscì la sera del 16 novembre 1901.

Il programma del Giornale d'Italia venne enunciato a Bergamini da Sidney Sonnino con queste parole:

Il programma fu compiutamente realizzato da Bergamini, che scrisse, nell'articolo di fondo del primo numero:

L'invenzione della «terza pagina»

Alla fine dell'Ottocento tutti i quotidiani italiani avevano quattro pagine. La prima ospitava l'articolo di fondo e la cronaca dei fatti più rilevanti della giornata. La seconda era dedicata alla cronaca politica, italiana e straniera. La terza pagina ospitava il romanzo d'appendice e le notizie telegrafiche. La quarta pagina era dedicata alle notizie secondarie ed alla pubblicità. Spesso la domenica, giorno festivo per eccellenza, le pagine diventavano sei. Il Giornale non faceva eccezione. Appena nato, il quotidiano doveva costituirsi una solida base di lettori. Bergamini sapeva che il suo pubblico, appartenente alla borghesia romana, amava molto il teatro. Sapeva anche che i suoi lettori facevano a gara per essere presenti alle prime teatrali, che erano eventi culturali e mondani insieme.

Il 9 dicembre 1901 gli si presentò l'occasione per fare un esperimento in grande stile. Quella sera (un lunedì)La tragedia sarebbe dovuta andare in scena sabato 7, ma si verificò un ritardo nell'allestimento delle scenografie. si dava al Teatro Costanzi la prima nazionale della tragedia Francesca da Rimini di Gabriele D'Annunzio, con la celebre Eleonora Duse nella parte della protagonista. Bergamini cercò di sfruttare al massimo l'evento preparando un esaustivo resoconto giornalistico. Il Giornale (n. 25 dell'11 dicembre) uscì a sei pagine, contro le tradizionali quattro dei giorni feriali. In prima pagina fu pubblicato un pezzo su un'intera colonna per richiamare l'attenzione del lettore ed incuriosirlo sull'argomento. Tutta la terza pagina fu dedicata all'evento.

L'idea riscosse un certo successo; nonostante ciò, il quotidiano continuò con gli esperimenti almeno per un biennio prima di trovare una forma organica stabile. Accadde anche che, per un certo periodo, la cultura fu trattata in altre pagine. La terza pagina trovò una sistemazione tra il 1904 e il 1905. Collaborarono attivamente alla nascita della terza pagina giornalisti di grande esperienza, tra cui Luigi Federzoni («G. De Frenzi»), Mario Missiroli e Goffredo Bellonci, questi ultimi provenienti dal Resto del Carlino. La terza pagina accrebbe molto il prestigio del giornale e venne presto ripresa anche dagli altri quotidianiLa “terza pagina” contraddistinse fino agli anni ottanta del XX secolo il giornalismo italiano in Europa..

In pochi anni il Giornale d'Italia diventò la voce del liberalismo monarchico. Vi collaborarono pensatori come Giustino Fortunato, Benedetto Croce (per ben 21 anni, dal 1902 al 1923), Gaetano Mosca, Maffeo Pantaleoni e Alfredo Oriani. La terza pagina si arricchì dei contributi di alcuni tra i massimi esponenti del mondo culturale italiano: Antonio Fogazzaro, Federico De Roberto, Carlo Alianello, Luigi Capuana, Giovanni Pascoli, Luigi Pirandello, Alfredo Panzini, Giovanni Papini, Pasquale Villari, Vilfredo Pareto, Rodolfo Lanciani, Marino Moretti, Luigi Pigorini e Cesare De Lollis. Accanto ad essi, gli italianisti Francesco Torraca e Guido Mazzoni e gli storici Raffaele de Cesare e Alessandro LuzioBeppe Benvenuto, Elzeviro, Sellerio, Palermo 2002, p. 36.. Il Giornale diede spazio al dibattito religioso che segnò i primi anni del secolo, quello sul modernismo, ospitando interventi di Romolo Murri, Ernesto Buonaiuti, Tommaso Gallarati Scotti e dello stesso Fogazzaro.

Nel 1906 Sidney Sonnino ebbe una breve esperienza di governo (8 febbraio-29 maggio); Salandra fu ministro delle Finanze. Il secondo governo Sonnino durò dall'11 dicembre 1909 al 31 marzo 1910, con Salandra ministro del Tesoro. Un altro aspetto rilevante del quotidiano romano fu la puntigliosa e dettagliata cronaca parlamentare, molto importante per la sua linea politica. Attraverso le molte edizioni pomeridiane e serali del quotidiano, Bergamini seppe costruirsi un vantaggio di mezza giornata rispetto agli altri quotidiani nazionali, pubblicando sempre in anticipo le notizie di corridoio.

Il Giornale d'Italia divenne molto popolare anche nel Sud, specialmente in Abruzzo, Puglia e Calabria. Ciò spinse l'editore ad accrescere il suo sforzo produttivo fino a realizzare sette diverse edizioni del quotidiano. Il 18 marzo 1912 nacque anche un'edizione pomeridiana, Il Piccolo Giornale d'Italia«Il Piccolo» uscirà fino al 31 marzo 1944.. In occasione delle elezioni del 1913 il quotidiano romano fu il primo a pubblicare la lista dei candidati aderenti al cosiddetto "Patto Gentiloni".

Gli anni del successo

Nel 1913 la testata era una delle più prestigiose del Paese, posizionandosi al quarto posto su scala nazionale per vendite, dopo il Corriere della Sera, Il Secolo e La Stampa. La diffusione media giornaliera si attestava sulle copie, superando il concorrente La Tribuna e quasi doppiando Il Messaggero, rispettivamente il secondo e il terzo quotidiano di Roma.

Nel marzo 1914 Antonio Salandra diventò presidente del ConsiglioIl governo Salandra I durò fino al 5 novembre 1914; il successivo governo Salandra II rimase in carica fino al 18 giugno 1916.. Il Giornale, da foglio d'opposizione, diventò un organo quasi ufficioso agli occhi del pubblico. La proprietà assicurò a Bergamini ampia libertà di manovra, nonostante ciò il quotidiano perse un po' di quel mordente e di quella funzione di stimolo avuta durante il periodo giolittiano.

Allo scoppio della prima guerra mondiale il Giornale scelse di mantenere una posizione neutrale, pur dichiarandosi fedele alla Triplice alleanza. Quando, tra 1914 e 1915, Sidney Sonnino si convertì all'interventismo, il giornale lo seguì, abbracciando la tesi dell'inevitabilità del conflitto. Durante la Grande guerra le vendite raggiunsero e superarono quota copieValerio Castronovo et alii, La stampa italiana nell'età liberale, Laterza, 1979, pag. 208.. Dal fronte di guerra si distinsero le cronache di Achille De Benedetti.

Nel dopoguerra Il Giornale d'Italia potenziò l'offerta informativa pubblicando due settimanali: il supplemento della domenica La Voce d'Italia e Il Giornale d'Italia agricolo, il cui primo numero uscì il 21 luglio 1918. Il 9 novembre 1923, dopo 22 anni nel ruolo di gerente responsabile e socio accomandante (cioè amministratore) del quotidiano, Alberto Bergamini lasciò, quando capì che sul suo quotidiano si stavano allungando le mire del regime fascista. Il direttore uscente dichiarò che il Giornale d'Italia stampava in media copieValerio Castronovo et alii, La stampa italiana nell'età liberale, Laterza, 1979, pag. 338.. Il controllo del giornale fu ceduto al presidente del neonato Partito Liberale Italiano, Emilio Borzino; il quotidiano adottò una linea politica favorevole al regime.

Nel marzo 1926 passò di nuovo di mano. Fu costituita una nuova società di gestione, la «Società anonima Il Giornale d'Italia», società per azioni controllata dall'industriale Giovanni ArmeniseChe già possiede un altro importante quotidiano romano, La Tribuna., a capo della quale venne posto Enrico CorradiniLa presidenza di Corradini fu breve, poiché il senatore toscano morì nel 1931..

La direzione di Virginio Gayda Virginio Gayda fu direttore del quotidiano dal 1926 al 1943. Gayda, burocrate prestato al giornalismo, resse il Giornale in un periodo, gli anni del regime fascista, in cui raccontare la politica italiana significava essenzialmente raccontarne la politica estera. Grande conoscitore di questioni diplomatiche, amico personale di Benito Mussolini, l'articolo di fondo che pubblicava ogni domenica sulla prima pagina del Giornale fu in pratica la voce del ministero degli Affari esteriMussolini mantenne sempre, durante il suo ventennale governo, la carica di ministro degli Esteri, delegandola a Ciano soltanto negli ultimi anni.. Per questo, Il Giornale d'Italia divenne il quotidiano italiano più citato all'estero.

Il 15 luglio 1938 sulle colonne del Giornale d'Italia fu pubblicato un articolo anonimo dal titolo "Il fascismo e i problemi della razza", che venne poi ripreso dal resto della stampa italiana. L'articolo, in seguito comunemente chiamato Manifesto degli scienziati razzisti, anticipò le leggi razziali del regime.

Nel 1938 l'editrice del Giornale d'Italia (che gestiva il quotidiano e comprendeva anche le testate Il Piccolo, La Voce d'Italia e Il Giornale d'Italia agricolo) fu ceduta alla Confederazione fascista degli agricoltori. Nel 1942 il nuovo proprietario divenne la Banca Nazionale dell'Agricoltura.

Tra il 1941 al 1943 la Terza pagina del quotidiano si arricchì della collaborazione di Silvio D'Amico, uno dei massimi critici teatrali del suo tempo. L'esperienza di Gayda al Giornale si concluse dopo il 25 luglio 1943, con l'arresto di Mussolini e la conseguente caduta del regime.

Il dopoguerra Le vicende della seconda guerra mondiale portarono l'Italia ad un radicale cambiamento dell'assetto istituzionale: fu abolita la monarchia e fu instaurata la repubblica. Venne a mancare così una delle ragioni d'essere del quotidiano.

La direzione di Santi Savarino