È stata una delle più importanti artiste italiane del XX secolo, esponente di primo piano della Poesia visiva. Nei suoi ultimi lavori aderì alla Body art.
La sua ricerca si alimenta di una profonda riflessione sull'universo della comunicazione. Ha partecipato alla XXXVI Biennale di Venezia nel 1972 con uno dei primi video realizzati nell'ambito artistico.
LArchivio Ketty La Rocca (The Estate Ketty La Rocca) è gestito dal figlio dell'artista, Michelangelo Vasta.
Biografia Nacque a La Spezia nel 1938 e si trasferì, con la madre Elvira, detta Vera, e la sorella Bianca, a Firenze nel 1948. Vissuta per alcuni anni (tra il 1952 e il 1956) in un convitto femminile, l'artista ebbe modo di conoscere a fondo i condizionamenti che plasmano la donna sin dalla prima infanzia. Ottenuto il diploma di insegnante elementare all'Istituto Magistrale Gregorio Elladio di Spoleto, Ketty La Rocca tornò nel 1956 a Firenze dove, oltre a lavorare come maestra, frequentò i corsi di musica elettronica di Pietro Grossi. Grazie al collega Lelio Missoni, in arte Camillo, entrò in contatto con Eugenio Miccini, con Lamberto Pignotti e con altri esponenti del Gruppo 70, alla cui poetica sono riconducibili le prime sue opere di poesia visiva. I poeti visivi, rendendosi conto che sia la letteratura sia l'arte stavano utilizzando un linguaggio lontano da quello comune, per colmare questa distanza decidevano di creare un moderno volgare, il cui lessico proviene dall'ambito della comunicazione di massa, cioè dai quotidiani, dai rotocalchi, dalla pubblicità e dai fumetti. Era una forma d'arte alquanto discussa, che riusciva a dare messaggi profondi e forti tramite la fusione tra immagini e parole.
La Rocca collaborò intensamente con il gruppo per tutti gli anni '60 e si interessò molto a questa forma artistica producendo opere personali e originali, analizzando in maniera ironica ma tagliente lo stereotipo femminile offerto dai media e dalla pubblicità. Si trattava di collage in cui, utilizzando le parole e le immagini dei giornali alle quali attribuiva un nuovo significato (o meglio il significato che esse nascondono ad una prima superficiale lettura), muoveva una profonda critica al sistema politico e ai dettami della Chiesa cattolica. Benché non abbia mai militato nei movimenti femministi, i nuovi fermenti politici non possono non aver influenzato i suoi primi lavori. A differenza di altre artiste della sua generazione, Ketty La Rocca ha spesso partecipato a mostre di sole donne, con il proposito di riconquistare spazio e visibilità storicamente appannaggio quasi esclusivamente maschile. La sua fitta rete di contatti femminili ha contribuito negli anni ad accrescere la sua notorietà internazionale.Raffaella Perna, Il mito ci sommerge: la poesia visiva di Ketty La Rocca, in: Francesca Gallo, Raffaella Perna (a cura di), Ketty La Rocca 80: gesture, speech and word, catalogo della XVII Biennale Donna, Ferrara 2018
Attraverso la poesia visiva La Rocca cercava di decontestualizzare i segni e le parole, ed è proprio dal segno decontestualizzato che nasceranno le lettere giganti e le punteggiature, eleganti monogrammi in pvc nero che escono dalla pagina scritta per estendersi nello spazio e attribuiscono all'immagine un valore privilegiato rispetto al testo. Parallelamente segue il lavoro di "decostruzione" dell'immagine fotografica, attingendo all'archivio Alinari, o utilizzando cartelloni cinematografici di cult movie hollywoodiani ridotti a opere di calligrafia. Già dagli esordi, La Rocca tendeva a voler costruire un rapporto diretto con lo spettatore e ad allontanarsi da ogni concezione contemplativa dell'opera d'arte.
Alla soglia degli anni '70, il lavoro di La Rocca iniziò a muoversi in una direzione diversa, esplorando altre forme di comunicazione ed entrando in una fase che l'artista stessa definì di "delusione dell'immagine"Lucilla Saccà (a cura di): Ketty La Rocca: i suoi scritti, Martano Editore, Torino, 2005, generata dalla convinzione che l'immagine subisse un processo di espropriazione ed esaurimento da parte della parola. Alla ricerca di forme che riteneva più autentiche rispetto al linguaggio verbale, La Rocca spostò la sua attenzione sul corpo, sulla gestualità del viso e sul linguaggio delle mani, arrivando negli ultimi anni a servirsi delle radiografie del cranio e della sua stessa grafia.
L'attenzione che La Rocca aveva per la comunicazione gestuale, ad esempio affidata al movimento delle mani, è alla base di molti lavori e del video Appendice per una supplica del 1972, emblematici esempi delle numerose declinazioni del suo universo creativo, ricco di ideologie e teorie. Colpisce inoltre l'attualità del suo messaggio, il soffermarsi sul dilagare delle informazioni e sull'alienazione dell'individuo.
In questi anni l'artista cominciò a confrontarsi pionieristicamente con le tecniche espressive più avanzate della sua epoca, quali il videotape, l'installazione e la performance. Da segnalare il suo interesse per i mezzi di comunicazione di massa, di più ampio respiro rispetto ai circuiti ristretti dell'avanguardia: fu consulente di due trasmissioni televisive Nuovi alfabeti e Le mani, destinati alla comunicazione per persone sorde.
Una sorta di fusione tra linguaggio gestuale e testo venne poi ulteriormente messo in evidenza dalla performance del 1975, Le mie parole e tu?, dove a un testo sintatticamente perfetto, ma privo di qualsiasi significato, letto dall'artista, si contrappone l'allocuzione intima, vocativa, accusatoria "tu", "you", pronunciata dagli studenti, spettatori. Il percorso artistico di Ketty La Rocca è un lavoro che va a ritroso, iniziando a lavorare sulle parole e passando per il significato di ogni singola lettera, per poi arrivare ad esprimersi solo attraverso le gestualità delle mani, capaci di parlare con estrema immediatezza. In tutta la sua ricerca non farà altro che condurre un percorso che rimbalza continuamente tra l'io e il tu.
La sua ricerca ultima, vicina all'arte concettuale, approdò alle Riduzioni in cui le immagini vengono ricondotte, per graduale trasfigurazione, a segni astratti. Nel 2011 la sua Craniologia (1973) è stata esposta alla mostra "Autoritratte", Firenze, Galleria degli Uffizi, Sala delle Reali Poste.
Opere Le opere di Ketty La Rocca sono presenti in numerose collezioni pubbliche e private tra cui il Centro Georges Pompidou di Parigi e il Museum of Modern Art di New York.
Primi collage I primi collage nascono nel 1964, il periodo in cui l'artista lavorava all'interno del Gruppo 70. Con l'aiuto di strumenti poveri come carta, forbici e colla (con cui aveva dimestichezza anche grazie al suo lavoro a scuola) Ketty La Rocca utilizza le immagini dei media e cerca di mettere a confronto l'arte con un campo finora ignorato nella società dei consumi, ponendo al centro della sua ricerca una società dominata e condizionata dal consumismo e dai media, che lanciano messaggi che ci manipolano e che spesso ci tengono all'oscuro di ciò che veramente è importante sapere.
Tramite l'approccio a questo tipo di ricerca, Ketty apprende le varie pratiche di contaminazione tra i linguaggi, quale appunto il collage poetico-visivo, in cui cerca di scuotere lo spettatore e di coinvolgerlo in un esercizio di decifrazione dell'opera, per raggiungere la totale comprensione. Una ricerca che Ketty perseguirà con accanimento per tutta la sua vita. Verso la fine degli anni sessanta, infatti, l'autrice spinge il suo sguardo all'interno del linguaggio per soffermarsi sulle lettere che, staccate dalla bidimensionalità della pagina, sono adoperate per costruire grandi ambienti fiabeschi: vere scatole di gioco in cui lo spettatore si trova d'un tratto gettato, come in un mondo di meraviglie. Dopo di che Ketty comincia ad utilizzare il tema delle mani, di cui ne analizza il linguaggio, tramite l'uso dei gesti, e fonde con esse la parola, quasi sempre presente nelle sue opere.
Le parole utilizzate dall'artista non fanno altro che da cornice a quelle “appendici”, già espressive di loro, le mani. Il loro senso viene quasi distorto, non sono più le parole a parlare ma bensì i gesti effettuati dalle mani, mentre le parole inserite intorno ad esse, sembrano quasi gesticolare il loro messaggio, rimanendo assordanti solo nella mente ed ammutolite dal parlare delle mani. L'interesse nei confronti delle mani ha origine nel desiderio di creare un nuovo linguaggio della comunicazione, in cui il corpo reale, l'espressione dei gesti e la scrittura entrano in un nuovo rapporto. In questi lavori l'artista si riferisce esplicitamente al mondo femminile, per cui le mani richiamano i gesti compiuti dalle donne in ambito quotidiano.
Top Secret: unificazione rapida (1965) ed Elettroaddomesticati (1965) Questi due lavori sono opere di denuncia, contro la mercificazione dell'immagine femminile e la manipolazione maschilista delle coscienze operata dalla politica come anche dalla Chiesa Cattolica, uno sfruttamento totale della donna e della sua immagine. Top secret: unificazione rapida è un'immagine affiancata da una frase di vasta portata ironica ma con allusione erotica, vi è raffigurata una donna con labbra sensuali che ci guarda attraverso una griglia nera. Una donna prigioniera, che è anche una seduttrice segreta: o meglio, il sesso femminile che si difende con le proprie armi, anche se è rinchiuso dietro alle sbarre che la società le impone. Una donna che utilizza lo sguardo per comunicare, i suoi occhi riescono a parlare e sembrano quasi urlare, buttano fuori quel senso di soffocamento dovuto al forte maschilismo, che viene inserito nell'opera sotto forma di sbarre. Elettroaddomesticati è un collage con due volti di donne dallo sguardo sensuale, tra cui una con la bocca bendata. In questi collage l'artista prende spunto da un vissuto personale, ma cerca di conformare il tutto in modo tale da rendere universale il suo messaggio, quindi in grado di colpire tutti noi, rendendo l'opera molto potente a livello comunicativo, proprio come avviene nella grande letteratura in cui il racconto riesce a toccare, a partire dall'individuo, un principio che riguarda tutti in quanto esseri umani. Questa sarà solo una delle prime opere in cui Ketty La Rocca ci metterà davanti la realtà politica di quel periodo.
Punto di Vista (1969) Verso la fine degli anni Sessanta Ketty La Rocca progetta un'installazione, che purtroppo viene lasciata sulla carta, come quelle idee che a poco, a poco, diventano immagini, parole, progetto: un'installazione raccontata da Ketty La Rocca in fogli fitti di schizzi e di appunti, una riflessione su quel che muta e quel che rimane immobile: "Il Punto di Vista", ovvero come trasformare in un ambiente percorribile un'espressione comune, quasi svuotata di significato. È il 1969, in poche pagine le frasi s'incastrano ai disegni, alle frecce, alle sottolineature, poco dopo ci sarà il libro In principio erat e il video “Appendice per una supplica”, presentato alla XXXVI Biennale di Venezia, invece quell'installazione, resta descritta, come un luogo che il tempo non ha voluto far materializzare. Trattasi di uno spazio che può essere osservato da un foro di circa 30 cm praticato su un telo scuro, mosso da un vento provocato artificialmente. Un “Punto di vista investito dal vento”, come ha lasciato scritto l'artista, mobile e precario che muta costantemente: dall'altro lato la dimensione dell'arte, ovvero le virgole fissate sulle pareti e sul soffitto restano immobili. Il significato di questa installazione è che l'arte non muta e si rivela costante nel tempo e nello spazio. Questa installazione venne realizzata, in omaggio a Ketty La Rocca dopo venticinque anni dalla prematura scomparsa nel Museo di arte contemporanea e del Novecento di Monsummano Terme.
Specchi (1967)