È stato presidente della Serbia dal 1989 al 1997 e presidente della Repubblica Federale di Jugoslavia dal 1997 al 2000 come leader del Partito Socialista di Serbia e fu tra i protagonisti politici delle guerre nella ex-Jugoslavia. Fu accusato di crimini contro l'umanità per le operazioni di pulizia etnica dell'esercito jugoslavo contro i musulmani in Croazia, Bosnia ed Erzegovina e Kosovo ma il processo a suo carico presso il Tribunale penale internazionale per l'ex-Jugoslavia (TPI) si estinse nel 2006 per sopraggiunta morte prima che venisse emessa la sentenza.

Contro di lui era stata mossa anche l'accusa di aver disposto l'assassinio di Ivan Stambolić, suo mentore negli anni ottanta del XX secolo e suo possibile avversario nelle elezioni presidenziali del 2000.

Biografia Milošević nacque e crebbe in una famiglia montenegrina (di origini Vasojevići) a Požarevac, Serbia, durante l'occupazione tedesca nella seconda guerra mondiale. Aveva un fratello maggiore, Borislav (1934-2013) diventato diplomatico. I suoi genitori si separarono subito dopo la fine del conflitto. Suo padre Svetozar Milošević, catechista, si sparò nel 1962probabilmente dopo che un suo alunno si suicidò dopo aver da lui ricevuto un cattivo voto scolastico - , mentre sua madre, Stanislava Koljenšić, un'insegnante e membro attivo del Partito Comunista di Jugoslavia, si uccise nel 1972.

Si laurea in giurisprudenza all'Università di Belgrado nel 1964.

Era sposato con Mirjana Marković, che sarà una delle sue più importanti consigliere.

Fu prima militante e poi dirigente della Lega dei Comunisti di Jugoslavia e poi del Partito Socialista di Serbia, di cui fu tra i fondatori.

Primi passi in politica A partire dagli anni ottanta era considerato uno dei migliori e più capaci amministratori e funzionari dello Stato della Repubblica Federale Socialista di Jugoslavia.

Nell'aprile del 1984 fu nominato segretario della federazione di Belgrado della Lega dei Comunisti; dal maggio 1986 al maggio 1989 fu presidente del Comitato Centrale della Lega dei Comunisti e al primo congresso del Partito Socialista di Serbia nel luglio 1990 venne eletto presidente del Partito, che era nato dall'unificazione della Lega dei Comunisti e dalla Lega Socialista del Popolo Lavoratore di Serbia.

La scalata al potere

A capo della Lega Comunista Serba La svolta nella sua carriera di funzionario statale avviene nel 1986: Milošević viene eletto presidente della Lega dei Comunisti Serbi, grazie al sostegno del presidente della Serbia, Ivan Stambolić, suo amico personale e padrino politico conosciuto ai tempi dell'università che durante il congresso della Lega perorò per tre giorni la validità della candidatura di Milošević, allo scopo di sconfiggere gli altri candidati alla presidenza del partito. Milošević ottenne una vittoria di misura, la più risicata nella storia delle elezioni del partito.

La rinascita del nazionalismo serbo Gli anni ottanta si caratterizzano per la rinascita del nazionalismo serbo e per il disconoscimento del modello della Jugoslavia titoista e della figura di Tito stesso.

L'apice del nazionalismo è raggiunto il 24 settembre 1986, quando il quotidiano belgradese Večernje Novosti pubblica alcune parti di un documento noto come il Memorandum dell'Accademia Serba delle Scienze. Questo testo, redatto da intellettuali serbi guidati dal romanziere Dobrica Ćosić, cattura subito l'attenzione del pubblico in Jugoslavia, in quanto dà voce a opinioni controverse sullo stato della nazione e sostiene la necessità di una riorganizzazione completa dello Stato. La sua tesi principale è che la decentralizzazione porta alla disintegrazione della Jugoslavia e che i serbi sono discriminati dalla costituzione jugoslava. Il testo è considerato pericolosissimo per la stabilità della zona e tutta l'élite serba, a partire dal presidente Ivan Stambolić, ne prende le distanze. Milošević stesso lo definisce "nient'altro che il nazionalismo più buio"; tuttavia concorderà pubblicamente con la maggior parte di esso e stringerà legami politici con alcuni dei suoi autori.

Tuttavia, il patriottismo socialista lentamente divenne nell'ideologia di Milosevic proprio una forma di nazionalismo serbo (Grande Serbia), sotto l'aspetto di un nazionalismo di sinistra, socialista nazionale e populista, distaccandosi completamente dal marxismo-leninismo, dal titoismo e dal socialismo reale.

La successione a Stambolić Nella Jugoslavia della seconda metà degli anni ottanta la situazione più difficile si registrava nella provincia autonoma serba del Kosovo, con tensione e piccoli scontri tra serbi e albanesi, mentre in Croazia e in Bosnia ed Erzegovina la convivenza fra le diverse etnie era più serena.

Nel 1987 il presidente Ivan Stambolić (inconsapevole di firmare con questo gesto la sua fine politica e una degenerazione complessiva dei rapporti fra le etnie) mandò Milošević in Kosovo, affinché ristabilizzasse una situazione di convivenza tra albanesi e serbi.

Sulle prime battute Milošević mantenne una linea coerente con quella del Partito, assicurando alla gente che il Comitato Centrale era al corrente della loro situazione, ma senza entrare direttamente nel merito della questione. Tuttavia, su pressione di Miroslav Solević, uno dei leader serbi locali, Milošević acconsentìDal minuto 4:04- ad un certo punto a un incontro faccia a faccia con alcuni rappresentanti della minoranza serba in Kosovo. Il suo assenso andò a costituire, per la prima volta, una pesantissima frattura con la politica di Fratellanza e Unità costruita nei decenni da Tito e che aveva da sempre poggiato le sue basi sul fermo rifiuto a qualsiasi tipo di dialogo con i movimenti nazionalisti della Jugoslavia.

Il giorno dell'incontro, in una situazione di forte tensione, Milošević pronunciò un discorso che suscitò scalpore e sostegno popolare, sostenendo che "a nessuno è dato il permesso di picchiarvi". Egli si riferiva alle numerosissime rimostranze della minoranza serba in Kosovo, che lamentava un trattamento sfavorevole da parte della polizia e del potere giudiziario, sotto il completo controllo dei kosovari di etnia albanese della Lega dei Comunisti del Kosovo. Fu proprio il trattamento discriminatorio verso i serbi kosovari da parte delle autorità locali a indurre Milošević, due anni dopo, a sospendere l'autonomia della regione per ripristinare il controllo diretto di Belgrado su polizia e tribunali.

Abilissimo nel guidare i sentimenti più profondi dell'opinione pubblica serba, Milošević spazzò via l'intera classe politica serba, accusata di immobilismo e inettitudine.

Il successore liberale di Milošević alla guida del partito nella sezione di Belgrado, Dragiša Pavlović, si oppose fermamente alla sua politica nei confronti dei serbi del Kosovo. Milošević rispose accusando Pavlović di essere troppo tenero nei confronti degli albanesi radicali, in opposizione alle intenzioni di Stambolić. Il 23 e 24 settembre 1987, durante l'ottava sessione del comitato centrale del partito, durata 30 ore e trasmessa sulla rete di stato serba, Milošević costrinse Pavlović alle dimissioni, con grande imbarazzo di Stambolić, che si dimise pochi giorni dopo nel dicembre del 1987 dalla carica di Presidente della Serbia, a causa della pressione dei sostenitori di Milošević, venendo ufficialmente sostituito da Petar Gračanin, a cui succedette l'anno seguente lo stesso Milošević che diventò presidente serbo, ottenendo un potere enorme.

Alla guida della Serbia Nel 1988 si acuì la tensione sia all'interno dei confini della Serbia (in Kosovo), che fra la Serbia e le altre repubbliche, in particolare la Slovenia. Mentre Milošević era sostenitore di un modello centralista (sia a livello di istituzioni che di politica economica), alla cui guida doveva esserci la Serbia in quanto maggior repubblica della Federazione, Lubiana (con il presidente Milan Kučan) sosteneva il diritto all'autodeterminazione delle repubbliche e il rispetto di ogni minoranza e autonomia.

Milošević era conscio di godere di un enorme sostegno popolare: i serbi vedevano in lui la guida di una nazione orgogliosa, un capo carismatico. Godeva inoltre del sostegno della Chiesa ortodossa serba e dell'Armata Popolare Jugoslava. Il popolo serbo rielaborava il mito della vittoria mutilata (la Seconda guerra mondiale, vinta dai partigiani jugoslavi contro fascisti e nazionalisti), che non aveva consentito ai serbi l'unità politica della nazione (rilevanti minoranze serbe erano presenti in Croazia e in Bosnia ed Erzegovina, mentre, anzi, alla Serbia erano state imposte due province autonome, Kosovo e Vojvodina).

La rivoluzione anti-burocratica A partire dal 1982 e 1983, in risposta alle rivolte nazionaliste albanesi in Kosovo, il Comitato centrale della Lega Comunista aveva adottato una serie di decisioni volte a centralizzare il controllo della Serbia sull'applicazione della legge e sulla magistratura nelle province del Kosovo e della Vojvodina. Dall'inizio alla metà degli anni '80, furono fatte affermazioni su un esodo di massa di serbi e montenegrini dal Kosovo a seguito delle rivolte albanesi. I nazionalisti serbi denunciarono la Costituzione Jugoslava del 1974 e le richieste di cambiamento erano forti tra i serbi kosovari. Stambolić aveva istituito una commissione per modificare la costituzione serba in linea con le conclusioni adottate dal Partito Comunista Federale. La commissione costituzionale aveva lavorato per tre anni per armonizzare le sue posizioni e nel 1989 una costituzione serba modificata fu sottoposta ai governi del Kosovo, Vojvodina e Serbia per l'approvazione.

Milošević capì che per portare avanti le istanze nazionali serbe occorreva sciogliere il nodo della costituzione ma per farlo doveva assicurarsi la non opposizione di Kosovo, Vojvodina e Montenegro. A partire dal 1988 Milošević, con il sostegno delle forze armate e dei servizi segreti aveva guidato la cosiddetta "Rivoluzione anti-burocratica", la quale portò alla sostituzione dei governi della provincie autonome della Vojvodina e del Kosovo e della Repubblica del Montenegro e all'elezione di funzionari alleati di Milošević.

In Vojvodina, dove il 54% della popolazione era serbo, si stima che circa 100.000 manifestanti si radunassero fuori dal quartier generale del Partito comunista, a Novi Sad, il 6 ottobre 1988 per chiedere le dimissioni della leadership provinciale. La maggior parte dei manifestanti era costituita da lavoratori della città di Bačka Palanka, 40 chilometri a ovest di Novi Sad. Sostenevano Milošević e si opponevano alle mosse del governo provinciale per bloccare i futuri emendamenti alla costituzione serba. Il New York Times scrisse che le manifestazioni si svolsero "con il sostegno di Slobodan Milošević". Le dimostrazioni ebbero successo, la direzione provinciale si dimise e la Lega dei comunisti della Vojvodina scelse una nuova direzione. Alle elezioni seguenti Dragutin Zelenović, alleato di Milošević, fu eletto membro della presidenza della Vojvodina.

Azem Vllasi e Kaqusha Jashari, i due politici di spicco del Kosovo, furono sostituiti nel novembre 1988, per la loro opposizione agli emendamenti costituzionali che avrebbero ridotto l'autonomia del Kosovo (concessa da Tito nel 1974). Essi vennero sostituiti da incaricati di Milošević. La popolazione albanese del Kosovo in risposta di questi eventi divenne irrequieta, e nel febbraio 1989 fu indetto uno sciopero generale che coinvolse in maniera particolare il settore minerario della regione. Il 27 febbraio 1989 fu dichiarato un parziale stato di emergenza in Kosovo, e i leader appena nominati si dimisero il 28 febbraio mentre una grande manifestazione in senso contrario si tenne a Belgrado in sostegno di Milošević. Tre giorni dopo Vllasi venne arrestato e processato per "attività controrivoluzionarie" per poi essere rilasciato nel 1990.