Nel 568 guidò il suo popolo alla conquista dell'Italia, abbandonando la terra natia, la Pannonia. Dopo essere riuscito a conquistare parzialmente l'Italia, divenne un personaggio leggendario. Esistevano diversi canti epici longobardi sulle sue imprese; Paolo Diacono vi si ispira per numerosi episodi da lui narrati nella sua Historia LangobardorumPaolo Diacono, Historia Langobardorum, I, 23, 24, 27; II, 28.. La storia si confonde con la fantasia, a causa delle tradizionali gesta arricchite via via con il passare del tempo, e la sua figura sfocia pertanto nella leggenda, rendendo la cronologia e i fatti molto spesso confusi.
Biografia I primi anni Alboino era figlio di Audoino, reggente (540) e, successivamente re (546) dei Longobardi, e di RodelindaOrigo gentis langobardis, 5; Paolo Diacono, Historia Langobardorum, I, 23 e 27.. Sappiamo da Procopio che Audoino sposò una principessa ostrogota (pronipote di Teodorico il Grande, re degli Ostrogoti) e appartenente alla stirpe dei Gausi. Secondo GiordaneRomana 386, in MGH Auct. ant. VI, pag.52., il matrimonio fu voluto dall'imperatore: Rodelinda sarebbe la nipote (figlia della sorella) del re ostrogoto Teodato. Se la regina fosse stata veramente di sangue amalo, il matrimonio avrebbe aumentato il prestigio dei federati dell'impero e, di fronte agli altri barbari, li avrebbero quasi designati come eredi del re goto..
La cronologia della vicende di Alboino, assieme alla sua stessa figura, è, in Paolo, molto confusa: se Alboino avesse veramente partecipato allo scontro con i Gepidi nel 551, bisognerebbe farlo nascere molto prima della morte del re Vacone (circa 540). Molto probabilmente, l'incertezza è dovuta alla parziale fissazione della figura di Alboino nell'ambito leggendario, derivante da una saga poetica.
Alboino nasce attorno al 530 in Pannonia, dove all'epoca i Longobardi erano stanziati. Guerriero, prese certamente parte alle vicende belliche del tempo. Paolo Diacono racconta le sue imprese in una battaglia, identificata in quella combattuta nel 551 contro i Gepidi, in cui avrebbe ucciso Torrismondo, figlio del re TurisindoPaolo Diacono, Historia Langobardorum, I, 23-24.. Racconta Paolo che la sera della battaglia, il padre Audoino rifiuta di ricompensarlo con il posto d'onore al banchetto, poiché secondo "il costume del suo popolo" non poteva riconoscerne lo status in quanto non era stato armato da un principe straniero (probabile allusione alla pratica germanica del fosterage, l'educazione di giovani di sangue reale presso un'altra famiglia). Allora Alboino con quaranta giovani si reca dal re dei Gepidi Torisindo, di cui aveva ucciso il figlio, a chiedergli di ricevere da lui le armi. Ricevuto con onore, si siede al posto del giovane appena morto. Ma il rammarico del padre esplode e i principi dei Gepidi iniziano a provocare i Longobardi; questi ultimi rispondono con alterigia e solo l'intervento del re Torisindo riesce ad evitare che l'ospite venga ucciso nella stessa tenda del re. Torisindo alla fine del banchetto dona ad Alboino le armi del figlio morto e lo rimanda a suo padre incolume. Così Alboino può a buon diritto partecipare dei piaceri della tavola del re, mentre i Longobardi lodano la perfetta lealtà del re dei Gepidi. Tale racconto deriva certamente da una canzone epica fiorita intorno alla figura di Alboino e il suo fondamento storico va considerato con cautela.
Salì al trono alla morte del padre, nel 560 o poco dopo, e dovette subito affrontare nuovi scontri con i Gepidi, ora guidati da Cunimondo. Nel 565 i Gepidi, sostenuti dai bizantini (preoccupati per il potere che i Longobardi stavano conquistando), inflissero una sconfitta ad Alboino, che l'anno successivo cercò a sua volta un'alleanza. Strinse così un patto con gli Avari, stanziati a est dei Gepidi. I termini dell'accordo prevedevano che, in caso di vittoria, i Longobardi avrebbero lasciato agli Avari le terre occupate dai Gepidi in Pannonia. Nel 567 Longobardi e Avari attaccarono contemporaneamente, da nordovest e da nordest, i Gepidi. La vittoria andò ad Alboino, che uccise lo stesso re Cunimondo. Alboino, in seguito alla sua vittoria definitiva sui Gepidi, aveva ucciso il loro re Cunimondo e sposato sua figlia Rosmunda; con il cranio di Cunimondo avrebbe realizzato una coppa potoriaPaolo Diacono, Historia Langobardorum, I, 27..
Alboino ebbe due mogli. Intorno al 555 suo padre Audoino l'aveva sposato con Clodosvinta, cattolica e figlia del re dei Franchi Clotario IGregorio di Tours, IV,41; Paolo Diacono, Historia Langobardorum, I, 27.; è sopravvissuta una lettera del vescovo Nicezio di Treviri a Clodosvinta, nella quale l'ecclesiastico chiede alla regina di allontanare Alboino dall'eresia arianaEp. Austr.,8. (Monumenta Germaniae Historica, Epp. III, p. 119.). Dopo la sconfitta dei Gepidi, probabilmente per aggregare ai Longobardi i guerrieri superstiti di quel popolo, sposò Rosmunda, figlia di Cunimondo, in base al concetto della trasmissione del carisma regale per via femminile, accettato dalla cultura longobarda. Dalla prima moglie ebbe una figlia, Alpsuinda, morta a Costantinopoli in data ignota.
Religione I longobardi erano pagani, ma non la famiglia reale dei Lithingi, forse per influsso degli Eruli che erano per un quarto cattolici. Quando l'imperatore Giustino II ruppe con i Longobardi aiutando i Gepidi, Alboino scelse per sé e per i Longobardi l'arianesimo..
Questo tipo di arianesimo ignorava le dispute dogmatiche tra ariani e cattolici, ed essa venne usata da Alboino come collante per tutte le popolazioni germaniche che seguivano i Longobardi o che avrebbero trovato in Italia (molti contingenti bizantini in Italia erano in realtà formati da goti ariani precedentemente sconfitti, che rimasero inermi o si unirono all'invasione), creando un'unione religiosa laddove sussistevano differenze etniche, contrapponendosi in tal modo ai latini e franchi cattolici.
La conquista dell'Italia
La vittoria sui Gepidi rafforzò il prestigio e il potere di Alboino, ma al tempo stesso gli creò non poche difficoltà: la voglia di bottino dei suoi guerrieri, esaltati dalle vittorie; l'accresciuta consistenza numerica del suo popolo, che ormai includeva una vasta schiera di alleati e tributari (Avari e Gepidi, ma anche Sarmati, Turingi, Rugi, Sassoni, Alani, Eruli, Unni); la pressione degli stessi alleati Avari. Il re uscì dalla stretta progettando una nuova migrazione-conquista: questa volta verso l'Italia appena tornata sotto controllo bizantino che, seppure impoverita dalla lunga Guerra gotica, prometteva ricchezze e predaMario Aventicense, anno 569; Gregorio di Tours, IV,41; Origo Gentis Langobardorum, 5.. Non è da escludere che il trasferimento in Italia fosse stato concordato con le autorità bizantine, che avrebbero chiesto ai Longobardi di stanziarsi in Italia settentrionale come foederati per contenere gli attacchi franchiRavegnani, I Bizantini in Italia, p. 73.. La teoria, già avanzata in passato, è stata ripresa di recente, per esempio da Neil Christie e da Werner Pohl, pur essendo una congettura non supportata dalle fonti. Per garantirsi le spalle, Alboino strinse un nuovo accordo con gli Avari offrendo loro le terre fin lì occupate in Pannonia; tuttavia, se l'invasione fosse fallita, i Longobardi avrebbero riottenuto la PannoniaPaolo Diacono, Historia Langobardorum, II, 7 ().. In ogni caso, Alboino temeva un attacco alle spalle da parte degli Avari durante l'invasione, in un momento di vulnerabilità da parte longobardaPaolo Diacono, Historia Langobardorum, II, 9 ()..
Stretta l'alleanza per il giorno di Pasqua, il 2 aprile. 568, l'invasione partì. La massa era composta da centomila-centocinquantamila persone (le stime sono molto incerte); i guerrieri erano una minoranza (circa ), perché il grosso era costituito dalle loro famiglie; alla spedizione parteciparono anche guerrieri sassoniPaolo Diacono, Historia Langobardorum, II, 6.. Più che strettamente militare, l'esodo aveva quindi caratteristiche migratorie, con masserizie e mandrie di bestiame al seguito.
L'invasione partì dall'estremità occidentale del lago Balaton. Il percorso seguito dall'orda è incerto, ma probabilmente sfruttò le strade romane che dalla Pannonia la portò a varcare l'Isonzo. Una leggenda narra che, prima di entrare in Italia, Alboino salì su un monte, il Matajur, che da lui avrebbe preso il nome ("Monte Re")Paolo Diacono, Historia Langobardorum, II, 8.. Il monte si trova sulla valle del fiume Natisone, tuttavia è più probabile che i Longobardi abbiano percorso la comoda strada romana che da Emona (l'odierna Lubiana) scendeva ad Aquileia, lungo la valle del fiume Vipacco.
I Bizantini non offrirono resistenza, rinchiudendosi nelle loro città fortificate, il che potrebbe avvalorare la teoria di un trasferimento concordato, anche se può spiegarsi altrimenti con la tattica usuale dell'esercito bizantino, che, piuttosto che affrontare l'invasore in una battaglia con il rischio di farsi annientare l'esercito, preferiva attendere che l'invasore si ritirasse con il bottino, cosa che i Longobardi non fecero, occupando invece permanentemente le terre invase. La prima città di rilievo a cadere nelle mani di Alboino, all'inizio del 569, fu Forum Iulii (Cividale del Friuli), che il re assegnò al nipote Gisulfo, che divenne così il primo duca di Cividale con il compito di difendere l'avanzata longobarda da eventuali attacchi da est e di garantire una via di fugaPaolo Diacono, Historia Langobardorum, II, 9..
La conquista delle principali città dell'Italia nordorientale procedette con rapidità nell'estate-autunno 569; caddero Aquileia, Vicenza e Verona, dove Alboino stabilì il suo primo quartier generalePaolo Diacono, Historia Langobardorum, II, 14.. La presa di Milano, il 3 settembrePaolo Diacono, Historia Langobardorum, II, 25., concluse la migrazione. I Longobardi si erano stanziati nella fascia pedemontana fra le Alpi e il Po, quasi a protezione del resto della penisola, ancora sotto governo bizantino. Paolo Diacono riferisce che solo Pavia si oppose ai nuovi venuti. L'assedio della città sul Ticino si sarebbe protratto per tre anniPaolo Diacono, Historia Langobardorum, II, 26-27.. Lo storico Aldo Settia ha peraltro messo in dubbio la realtà storica di tale assedioAldo Settia, "Aureliano Imperatore e il cavallo di re Alboino", "Bollettino della Società Pavese di Storia Patria", Anno C, 2000..
La morte