L'ippopotamo comune (Hippopotamus amphibius ) è un mammifero erbivoro africano appartenente alla famiglia Hippopotamidae.
Assieme all'ippopotamo pigmeo (Hexaprotodon liberiensis), è una delle due specie ancora viventi della famiglia Hippopotamidae.
Etimologia Il nome generico Hippopotamus (da cui l'italiano ippopotamo) è una forma latinizzata , composto . Il nome specifico amphibius è una forma latinizzata .
Evoluzione e storia Si è a lungo ritenuto che la famiglia degli ippopotami avesse origine dallo stesso ceppo da cui derivano, da un lato, i suidi (maiali, cinghiali ecc.) e, dall'altro, i ruminanti (per esempio cervidi e bovidi).
Gli studi più recenti sulle origini degli ippopotamidi suggeriscono che ippopotami e cetacei condividano un antenato comune semi-acquatico che si sarebbe differenziato dagli altri Artiodattili circa 60 milioni di anni fa, per poi dar vita, circa 54 milioni di anni fa, a due branche distinte, da una delle quali si evolsero i cetacei, probabilmente a partire dalla proto-balena Pakicetus e da altri Archaeoceti.Su tali basi gli ippopotami avrebbero maggiori affinità con le balene di quante non ne abbiano con gli altri artiodattili.
Nell'era terziaria dovevano esistere diverse specie di ippopotami, dalle quali sono discese le uniche due che ancora sopravvivono ai nostri giorni: l'ippopotamo anfibio (Hippopotamus amphibius) e l'ippopotamo pigmeo (Hexaprotodon liberiensis), che è rimasto più vicino alle forme antiche. L'area di distribuzione di queste due specie mette in evidenza come attualmente esse tendano a ridursi.
Tra la fine del Pliocene e l'inizio del Pleistocene, 2-3 milioni di anni fa, numerose specie di ippopotami vivevano in Asia (compreso lo Sri Lanka), in Europa e in Africa (compreso il Madagascar), l'unico continente in cui sono sopravvissute. Tre o quattro di esse, tra cui Hippopotamus gorgops, che viveva in acque più profonde di quelle frequentate dall'ippopotamo anfibio attuale, abitavano nelle stesse regioni. Solo anni or sono, l'ippopotamo sguazzava ancora negli ampi corsi d'acqua di quei territori che oggi costituiscono l'Inghilterra. Creta e Cipro hanno ospitato, fino a anni fa, un ippopotamo (Hippopotamus minutus). Gli scavi condotti tra il 1980 e il 1987 a Cipro hanno infatti portato alla luce resti di ippopotami insieme con tracce di attività umana: potrebbe forse esser stato l'uomo ad accelerare la scomparsa di quest'animale dalle isole del Mediterraneo orientale. Anche in Madagascar sono stati trovati resti di piccoli ippopotami (Hippopotamus lemerlei ed Hippopotamus madagascariensis), allora gli unici ungulati nativi dell'isola e vivevano ancora fino a 2000 anni fa circa. Si pensa che un violento mutamento di clima ne abbia causato la scomparsa, proprio nel momento in cui l'uomo arrivava sull'isola, in un'epoca databile approssimativamente all'inizio dell'era cristiana.
Gli ippopotami abitavano un tempo la bassa valle del Nilo. Per gli antichi Egizi, il loro aspetto tondeggiante e massiccio evocava una dea della fecondità e sotto queste sembianze vennero spesso rappresentati nei bassorilievi.
Oggi in Africa l'ippopotamo ha ancora un ruolo importante nella vita degli uomini, dei fiumi e dei laghi. E non si tratta solo di un ruolo relativo all'alimentazione: questo animale infatti è parte integrante della cultura dei gruppi etnici in mezzo a cui vive. Per esempio nel delta del Niger, durante il festival dell'acqua di Owu, alcuni partecipanti si mettono in testa una maschera da ippopotamo.
Caratteristiche L'ippopotamo ha una lunghezza testa-corpo da 3,30 a ed è alto al garrese 1,50 m; il peso va da 1,4 a (i maschi sono nettamente più grossi delle femmine), ma alcuni esemplari particolarmente grandi possono raggiungere i 3500–4500 kg. Si registra una pressione mascellare di circa 126,5 kg/cm² (1821 psi) e una pressione complessiva del morso pari a quasi 800 kg forza (8000 N).
L'ippopotamo ha un aspetto tozzo: le zampe sono corte, la testa è grande e prominente, proporzionata al grosso corpo glabro e di forma cilindrica. Nonostante la mole e la curiosa struttura corporea, questo animale è però piuttosto agile. In caso di necessità può caricare – o scappare – a circa . Quando esce dall'acqua, sa inerpicarsi facilmente anche su sponde ripide con l'aiuto delle pur corte zampe. La sua goffa andatura è la conseguenza di un adattamento improntato alla vita acquatica. La conformazione della testa è perfetta per consentire all'ippopotamo di restare immerso a lungo: i grandi occhi, le narici e le orecchie, piccole e mobili, sono situati nella parte superiore del muso e si trovano sullo stesso piano (spesso restano le sole parti visibili). Quando si immerge, le narici e le orecchie si chiudono.
La pelle dell'ippopotamo è quasi glabra: i soli peli che possiede sono le vibrisse (peli tattili), che ricoprono il largo muso e i peli rigidi sulla punta della coda.
L'ippopotamo fa parte dell'ordine degli artiodattili, cioè degli ungulati che hanno un numero pari di dita. Le zampe terminano con 4 dita di dimensioni uguali; gli zoccoli somigliano più a delle unghie. Per nuotare, l'ippopotamo utilizza le zampe. Osservandolo muoversi sott'acqua, per esempio nelle sorgenti di Mzima del Parco nazionale dello Tsavo, in Kenya, dove l'acqua è straordinariamente trasparente, si direbbe che stia volando. La sua densità corporea è di poco superiore a quella dell’acqua, per questo cammina delicatamente sul fondo come se saltellasse.
Gli adulti hanno da 36 a 40 denti, perché gli incisivi possono variare da quattro a sei. I canini sono a crescita continua e possono raggiungere i 50 centimetri di lunghezza per 3 chilogrammi di peso nel maschio e un chilogrammo nella femmina. Aguzzi e taglienti, spuntano verso l'esterno come le zanne, costituendo un'arma temibile. Il primo molare, presente nella dentizione di latte, non viene mai rimpiazzato da un dente definitivo. Può quindi restare a lungo in bocca all'animale poiché nessun altro dente lo fa cadere per sostituirlo. A causa della loro gigantesca mole e della forza sbalorditiva gli ippopotami sono considerati come alcuni tra i più pericolosi animali della Terra. In Africa essi vengono visti come più pericolosi addirittura dei leoni.
L'ippopotamo perde molta acqua per evaporazione. Si è calcolato che la sua pelle lascia evaporare, su una superficie di 5 centimetri quadrati, 12 milligrammi di acqua in dieci minuti, cioè da tre a cinque volte la quantità che si disperde nell'uomo. L'abbondante traspirazione dipende dal fatto che lo strato corneo protettivo è molto sottile e per di più esso manca di ghiandole sebacee che possano secernere materie grasse per isolare l'animale dai raggi solari. In compenso, la pelle è provvista di ghiandole cutanee che producono un liquido vischioso e alcalino, contenente molti sali minerali, che con la luce prende riflessi rossi, dando l'impressione che il corpo dell'animale trasudi sangue. Questa secrezione, che fa da schermo contro la disidratazione quando l'ippopotamo si trova fuori dell'acqua, probabilmente ha anche una funzione cicatrizzante.
Un ippopotamo adulto non ha predatori naturali, ma i cuccioli possono essere vulnerabili a iene, coccodrilli e leoni. Anche gli adulti possono essere attaccati da coccodrilli e leoni, ma questo comporta un alto rischio di morte per gli attaccanti. Le principali minacce per gli ippopotami sono la caccia e la perdita dell'habitat, causata dall'espansione umana e dalla distruzione dell'ambiente.
Ambiente naturale ed ecologia
La valle del Nilo ospita ancora gli ippopotami, ma questi non si spingono oltre Khartum, in Sudan. L'ultimo esemplare egiziano è stato ucciso nel 1816. Nel XIX secolo gli ippopotami erano presenti fino alla provincia del Capo, oggi essi vivono ancora nello Swaziland e nella Repubblica Sudafricana, ma solo fino alla laguna di Santa Lucia. Entro questi confini (Khartum a nord, provincia del Capo a sud), la loro densità si è notevolmente ridotta. L'ippopotamo ha abbandonato il Sahara e le aree limitrofe a causa del cambiamento di clima, ma altrove la sua scomparsa è certo da attribuire alla presenza dell'uomo. Alcuni gruppi di ippopotami si sono installati nell'isola di Mafia dopo aver attraversato un braccio di mare: questa piccola isola dell'Oceano Indiano infatti non è mai stata attaccata al continente perché è separata dalla Tanzania (da cui dista una trentina di chilometri) da acque troppo profonde.
Nei territori interni l'ippopotamo può vivere fino a 2000 metri di altitudine, dove sembra ben sopportare la temperatura che scende quasi a sul far del mattino durante la stagione secca.
In tutti i territori in cui vive, questo animale contribuisce alla sopravvivenza di numerose altre specie e l'apporto all'ecosistema del suo habitat è notevole. Spargendo il suo sterco concima infatti le praterie e il fondo dei fiumi, nei quali di conseguenza le creature acquatiche trovano una grande abbondanza di principi nutritivi. Nelle regioni in cui questi animali vivono numerosi, i pesci si riproducono in gran quantità e diversi ungulati utilizzano pascoli altrettanto ben concimati. La densità ideale sarebbe di 7,7 animali per chilometro quadrato. Oltre a ciò, vi è un bell'elenco di specie che utilizzano il dorso di questo animale come luogo "di soggiorno": uccelli (ombrette, sgarze, guardabuoi), tartarughe d'acqua dolce e persino piccoli coccodrilli.
L'abitudine dell'ippopotamo di strappare l'erba raso al suolo nelle sue zone di pascolo contribuisce a evitare gli incendi di savana in un raggio di tre chilometri lungo le sponde dei corsi d'acqua. Oltre a risparmiare le macchie di alberi, quando consuma il pasto, questo animale le preserva così anche dal fuoco: per di più, le piante possono moltiplicarsi e alcune specie che finirebbero per scomparire si conservano in vita. Il che a volte causa seri guai agli ippopotami: infatti alberi e cespugli possono invadere progressivamente i pascoli provocando di conseguenza la scomparsa dell'animale. Lungo le sponde del fiume Mara, in Kenya, si verificano sicuramente dei cicli biologici (così lunghi che è difficile seguirli) prateria-foresta-ippopotami: lo sviluppo delle piante fa allontanare gli animali privati dell'erba, ma attira gli erbivori con un regime alimentare meno ristretto, come gli elefanti. Il ciclo può poi ricominciare: gli elefanti mangiano gli alberi, le cui fasi di ricrescita sono più lunghe, lasciando posto all'erba che attira gli ippopotami. Attualmente una delle due rive del fiume è molto più boscosa e gli ippopotami sono perciò piuttosto rari. A quanto pare, quindi, questi animali potrebbero facilitare la crescita degli alberi divenendo essi stessi responsabili della propria scomparsa.
Può anche succedere che troppi ippopotami abitino nella stessa regione causando danni considerevoli all'ambiente. Ciò è accaduto in Uganda negli anni trenta, intorno ai laghi Edoardo e Giorgio. Allora fu deciso di ridurre la densità media da venti a otto animali per chilometro quadrato. A partire dal 1957, per 5-6 anni, sono stati uccisi circa mille esemplari l'anno (7000 in tutto), la cui carne, molto pregiata, è stata distribuita alle popolazioni locali. Ben presto si sono visti i buoni risultati sul paesaggio: la vegetazione, e in particolare l'erba, ha cominciato a rispuntare. Altri ungulati sono tornati nei pascoli. Quanto agli ippopotami, si è osservato che l'età della maturità sessuale era passata da dodici a dieci anni, e che la percentuale di piccoli nati in un anno in ogni gruppo era salita dal 6 al 14 percento, segno evidente di una popolazione in buono stato.