Biografia Nacque a Colli a Volturno, in Molise, da Nicola Amodei e Antonia Angelone.
In attività fino alla morte, nonostante l'età avanzata e la malattia di Parkinson che gli condizionò soprattutto l'uso di una mano, ha operato dalla fine degli anni Cinquanta prevalentemente come scultore nel campo dell'arte sacra e monumentale.
Attraverso mostre, conferenze e pubblicazioni, ha promosso l'arte sacra attraverso un dibattito aperto alle più innovative forme espressive, sebbene non scevro di controversieCome quelle seguite alla mostra-dibattito "Arte, Artigianato e cattivo gusto" del marzo-aprile 1971 e alla pubblicazione, sempre nello stesso anno, di "L'Arte Sacra oggi", un volume che raccoglie una serie di articoli scritti da Tito tra il 1965 e il 1970 in cui denuncia «la situazione depressa del settore in Italia e l'invasione del kitsch nelle chiese» (Tito. Opere dal 1979 al 2005, p. 73)., portando nella pratica artistica il messaggio del concilio Vaticano II.
Nel corso degli anni, Tito dissolve progressivamente le componenti figurative e concettuali presenti nelle sue opere in favore di un'astrazione geometrica elaborata dalle forme base del cilindro e del piano e dalla ricerca dell'equilibrio prospettico e luministico di pesi e volumi con lo spazio circostante.Giuseppe Appella, Tito. Opere dal 1979 al 2005, op. cit., pp. 7-9.Costantino Dardi, nel catalogo per la mostra "Grandi Sculture", Gubbio 1991. In Tito. Opere dal 1979 al 2005, pp. 94-95. Le sue sculture più recenti - con l'eccezione parziale di quelle di committenza religiosa - sono strutture architettoniche in legno e meno frequentemente in bronzo e altri metalli, spesso di grandi dimensioni e commisurate per spazi aperti. Tra le sue opere figurano anche interventi decorativi per monumenti pubblici (come il monumento ai caduti di Colli a Volturno e San Giovanni a Piro) o santuari (santuario di San Gabriele dell'Addolorata).
Nel 2006, si è svolta una mostra dedicata alla sua produzione dal 1979 al 2005, comprendente sculture, disegni e incisioni, presso gli spazi espositivi del polo museale del Vittoriano a Roma."Tito. Opere dal 1979 al 2005" (Roma, 2006) a cura di Giuseppe Appella. Due sue opere sono conservate nella collezione di arte contemporanea del Palazzo della Farnesina. Altre opere dell'artista - sculture, dipinti, incisioni - sono conservate ai Musei Vaticani, al Museo Staurós di Isola del Gran Sasso d'Italia, allo SMAK di Gand, all'Albertina di Vienna e alla Kelvingrove Art Gallery and Museum di Glasgow, opera Spazio Forma Provvidenti (Italia, Molise - CB) presso il Maack. (p. 4) nel sito dello scultore.
Accanto alla produzione scultorea, è da menzionare anche quella grafica, dai disegni a matita su carta alle acqueforti e serigrafieVedi le mostre: "Tito, Scultura, Pittura, Grafica 1962-2000" (Termoli 2000, a cura di Simonetta Lux) e "Tito. Il Segno. Grafica dagli anni Settanta ad oggi" (Roma, 2007, a cura di Antonello Rubini). e la scenografia dello spettacolo teatrale "Gilgamesh", del 1999, per la regia di Shahroo Kheradmand.
È morto la mattina del 31 gennaio 2018 nella sua cella ai piedi della Scala Santa in Roma all'età di 91 anni. Le esequie si svolgono il 2 febbraio nella cappella di San Lorenzo in Palatio. È sepolto nel cimitero dei padri Passionisti a Monte Argentario.
A partire dal 2021 viene distribuito in tutto il mondo il documentario Tito diretto da Vito Amodio.
Nel 2026 sarà distribuito In between, nuova edizione internazionale del film con scene inedite e un nuovo montaggio per quattro versioni nelle lingue italiana, inglese, francese e tedesca in formato 4K.
La formazione artistica e gli esordi
Abbraccia giovanissimo la vocazione religiosa dopo aver seguito un corso di esercizi spirituali tenuto dai Padri Passionisti a Colli a Volturno. Tra il 1940 e il 1943, entra in seminario a Nettuno per gli studi ginnasiali e successivamente in noviziato presso il convento dei Passionisti di Monte Argentario dove assume il nome di Tito. Negli stessi anni compie privatamente, come autodidatta, anche le prime esperienze di scultura, pittura e disegno.
Pochi anni dopo si sposta a Firenze per gli studi teologici che si concluderanno a Roma nel 1953 con l'ordinazione sacerdotale, e a Fiesole, nel 1950, conosce il pittore Primo Conti con cui consolida nel tempo una duratura amicizia e che diventerà suo maestro all'Accademia di belle arti di Firenze tra il 1953 e il 1957. Risalgono sempre agli anni dell'accademia anche le frequentazioni, nella villa fiesolana di Conti, della scena artistica fiorentina e il progetto di una pubblicazione antologica sull'iconografia della Passione di Cristo nell'arte contemporanea che si concretizzerà nel 1962 con l'edizione di "50 artisti per la Passione".
Concluso il corso di studi, intraprende l'insegnamento umanistico nei licei della sua congregazione religiosa e parimenti l'attività espositiva che gli frutta i primi riconoscimenti (vince due edizioni del "Premio Costa d'Argento"). Fino al 1962, la sua produzione pubblica è ancora prevalentemente pittorica e confinata nell'ambito locale della provincia grossetana, ma risale all'estate del 1960 l'episodio della vita di Tito che fornisce a Giorgio Saviane lo spunto per il titolo della raccolta "La donna di legno" del 1979 e il soggetto di uno dei racconti che questa include: il minuto frate molisano rinviene sulla spiaggia di Orbetello un enorme tronco d'albero con cui realizza la sua prima scultura ("Il Grande Nudo", 1962-1964), un nudo di donna stilizzato dalla superficie nervosamente e minuziosamente scalpellata.
La prima produzione scultorea Nel 1961, Amodei apre un proprio studio a Firenze e la sua produzione acquista una più precisa connotazione sia dal punto di vista stilistico che da quello ideale e valoriale come espresso nel saggio di introduzione alla succitata antologia sul tema della passione: il dichiarato impegno per la rinascita dell'arte sacra in chiave moderna come espressione indipendente «da ogni soggezione di canone o di maniera e dall'interferenze protettive e vincolanti della società, che gli agevolerà una più immediata rispondenza alle mozioni dello spirito»Dall'introduzione di "50 artisti per la Passione". In Tito. Opere dal 1979 al 2005, op. cit., p. 68. proprio in quanto "opera sacra" e non un «esclusivo e spicciolo mezzo di devozionale sollecitazione.»Ibidem..
Queste intenzioni si iniziano a cogliere, a partire dagli anni Sessanta, nella numerosa serie di "Deposizioni", sia dipinte che scolpite in legno o bronzo, e ne "Il Grande Nudo", tutte opere ancora chiaramente figurative, ma caratterizzate da una progressiva semplificazione del segno ed un'elevata tensione meditativa che «richiama da un lato gli espressionisti e dall'altra i neoprimitivisti alla Barlach».Tito. Opere dal 1979 al 2005, op. cit., p. 7. (Appella, 2005)
Nel 1964, alla "Mostra del Documentario d'arte" della Biennale di Venezia, viene presentato "Passione di Cristo nell'arte contemporanea", un documentario del 1963, - tratto dal volume "50 artisti per la Passione" - di cui Tito cura la sceneggiatura e la fotografia.
Sempre nel 1964, con le personali di Prato e Torino - che riporta in catalogo il racconto di Saviane - e la partecipazione alla "II Mostra Nazionale dell'Incisione Sacra" di Firenze, lo scultore molisano ottiene un primo riconoscimento a livello nazionale e viene inserito nei cataloghi "Scultura Italiana Contemporanea" del 1965 (a cura di Gabriele Mandel) e "Arte Contemporanea Italiana" del 1966 (con un testo di Luigi Servolini). Inizia in questi anni la piena attività espositiva e di committenza in Italia e all'estero.Cicli scultorei in diverse chiese italiane a Prato, Nettuno, Milano, Roma, Monte Argentario, Ravenna, L'Aquila, Avezzano, Città del Vaticano, Venezia; il ciclo di affreschi della chiesa di Itabuna in Brasile; svariate decine di mostre personali e collettive (tra le altre: "II Esposizione Italo Giapponese" di Osaka (1973); personali a Innsbruck (1979) e Colonia (1985); diverse edizioni delle biennali d'arte sacra di Pescara e Venezia (dal 1986 al 2008)). Fonti: R. Giulieni, A. Pisilli, Vita, opere, fortuna critica in Tito. Opere dal 1979 al 2005, op. cit., pp. 63-118.
Nel 1966 si trasferisce nell'attuale atelier, situato nel complesso del santuario della Scala Santa a RomaChe ospita la Comunità Passionista dove già risiedeva dal novembre del 1966., nei locali che dovevano costituire originariamente la nuova cripta mai completata dell'edificio lateranense e che vengono successivamente riadattati per ospitare lo spazio artistico polivalente da lui promosso. Nell'aprile del 1970, con la mostra "Arazzi sulla Passione" di Enrico Accatino, viene inaugurato, accanto allo studio dello scultore, il Centro di Sperimentazione Artistica "Sala 1" e un teatro che svolgono tuttora attività culturali ed espositive nel campo dell'arte contemporanea.
Nel 1974 conosce il pittore cileno Sebastián Matta con cui realizza, a Roma, la mostra "Bella Ciao - Dare alla Vita una Luce". Nel dicembre 1975 organizza, negli spazi espositivi di Sala 1, una personale delle opere a soggetto sacro di Fritz Wotruba ("Wotruba e la dimensione sacra"), a pochi mesi dalla morte dello scultore austriaco.
Nel 1976 si tiene alla Sala 1, la personale "Tito - Le sculture". Alla carica drammatica espressa nelle "Deposizioni"«Due figure (...) se sono protagoniste di un dramma trovano adeguata soluzione formale nell'aggressività espressionistica di molta ricerca dell'arte contemporanea» (estratto dal catalogo della mostra). «Le Deposizioni (...) sono rigide strutture architettoniche in cui si concentra l'idea e perciò spoglie di particolari propri del modellato anatomico così che la tragicità raggiunge un tasso elevatissimo» (Gualtiero Da Vià, L'Osservatore Romano, 31 marzo 1988). In Tito. Opere dal 1979 al 2005, op. cit. p. 75 e p. 88., si affianca, per la prima volta, il tema del gioco fantastico che sarà presente anche negli anni ottanta: composizioni in legno e bronzo in cui forme naturali dal significato simbolico (le mele, il pesce, l'uovo, il sole, l'uccello) sono incluse o imprigionate in architetture geometriche che, con i giochi di luce e ombra creati dagli elementi scultorei e i movimenti dell'osservatore, fanno "un uso espressivo della luce".Gerhard Kolberg (Museo Ludwig). "Tito Amodei, Skulptur". Istituto Italiano di Cultura. Colonia, 1985. Altri riferimenti per il paragrafo: Sandra Orienti, catalogo alla mostra "Tito - scultura grafica", 1978; Enrico Crispolti, catalogo alla mostra "Sculture di segni", 1985; Gualtiero Da Vià, ibidem. In Tito. Opere dal 1979 al 2005, op. cit. p. 76, pp. 81-85, p. 88.
Le grandi sculture Nei primi anni Ottanta, le sue opere mostrano una crescente essenzialità come nella scultura-totem "Albero nuovo" del 1982.Vedi: Enrico Crispolti, catalogo della mostra "Sculture di segni", Edizioni Sala 1, 1985. «Le mie ultime sculture (1983/84) – come dichiara l'artista, nel 1984, a proposito delle ultime realizzazioni – segnano il punto di arrivo di venti anni di lavoro. (...) Ora è solo il segno che crea un'architettura e qualche volta si impone alla medesima. Ma è un segno che modellato in legno si fa corpo e come tale diventa luce in opposizione costante con la sua ombra, ottenendo un blocco serrato e libero insieme».T. Amodei, R. Andreassi, Il Segno, Edizioni Sala 1, Roma, novembre 1984. In Tito. Opere dal 1979 al 2005, op. cit., p. 80.