Biografia

Jan Palach nacque mercoledì 11 agosto 1948 in una clinica privata in via Londýnská a Praga, come secondo figlio del pasticciere Josef Palach e di Libuše Palachová (nata Kostomlatská). Il padre era membro del Partito Socialista Cecoslovacco e del Sokol, anche la madre in seguito aderì al partito. Suo fratello maggiore Jiří era nato sette anni prima. Jan crebbe a Všetaty, a 40 chilometri da Praga, dove suo padre aveva un negozio di dolciumi. Frequentò la scuola elementare ed il liceo a Mělník. Sin da bambino dimostrò uno spiccato interesse per la storia, trasmessogli dal padre, specialmente per i grandi personaggi della storia boema, in particolare Jan Hus e Jan Žižka. I suoi professori e compagni lo descrissero come un ragazzo tranquillo, riflessivo, appassionato di storia, tecnica e scienze naturali, un grande lettore. Secondo le testimonianze dei famigliari Jan da adolescente aveva letto la Bibbia e l'intera opera storiografica di František Palacký. La sua era una famiglia di confessione protestante, Jan continuò a frequentare la chiesa per tutta la sua vita.

Un duro colpo per la famiglia fu la morte di Josef Palach, padre dei due fratelli, avvenuta improvvisamente all'inizio del 1962. Jan, che aveva all'epoca tredici anni, era molto affezionato al padre e la perdita fu per lui difficile da elaborare.

Decise di iscriversi alla Facoltà di filosofia dell'Università Carlo IV di Praga e superò gli esami necessari, ma non ottenne subito un posto a causa dell'elevato numero di domande e ripiegò sugli studi di economia politica. Nell'autunno del 1968 gli fu finalmente concesso di entrare nel corso di storia. Nel 1967 aveva partecipato ad una brigata di lavoro in Unione Sovietica, esperienza che ripeté anche l'anno successivo, tornando in Cecoslovacchia pochi giorni prima dell'invasione sovietica. Nell'autunno dello stesso anno partì ancora una volta, recandosi in Francia come aiutante alla vendemmia. Soggiornò nel villaggio di Santanay, in provincia di Digione. Assistette con interesse alla stagione riformista del suo paese, chiamata Primavera di Praga. Nel giro di pochi mesi, però, quest'esperienza fu repressa militarmente dalle truppe dell'Unione Sovietica e degli altri paesi che aderivano al Patto di VarsaviaCon la sola eccezione della Romania.. Il 21 agosto, primo giorno dell'invasione, Palach si recò a Praga. Approcciò direttamente i soldati, molti dei quali giovani e senza un'idea precisa del perché fossero stati inviati là, parlando a lungo con loro. Aveva con sé una macchina fotografica e realizzò diversi scatti, raffiguranti i carri armati e i soldati nelle strade della capitale. Secondo le testimonianze di alcuni compagni che lo incontrarono in quell'occasione, era anche in possesso di una pistola, appartenuta al padre. Se avesse seriamente intenzione di usare l'arma contro i russi, non ci è dato sapere. Questo dettaglio, scoperto dagli storici solo di recente, non è tuttavia in contrasto con l'immagine di Palach che emerge dai racconti di chi lo conosceva, ossia quella di un ragazzo disposto a combattere per il suo Paese seguendo il modello di quegli eroi del passato che ammirava tanto.

Secondo quanto affermò Palach stesso, lui e alcuni suoi amici decisero di manifestare il loro dissenso attraverso una scelta estrema: immolare le proprie vite dandosi fuoco. Erano cinque e Palach fu il primoMaurizio Cecchetti, Jan Palach: libertà e martirio del fuoco, «Avvenire», 13 gennaio 2019.. Molto più probabilmente Palach agì solo, senza mettersi d'accordo con nessuno e senza avvertire neanche i suoi amici più intimi, inoltre nessuna delle persone che nei mesi successivi ripeterono il gesto di Palach lo conosceva personalmente. Aveva partecipato a scioperi studenteschi in protesta dell'invasione sovietica durante l'autunno del 1968. All'inizio di gennaio 1969 aveva scritto una lettera a Lubomír Holeček, capo del movimento studentesco, suggerendo un'occupazione dell'edificio della radio cecoslovacca in via Vinohradská, per diffondere un appello allo sciopero generale. La proposta non fu accolta e nessuna occupazione studentesca della radio ebbe luogo. Non è risaputo il momento preciso in cui Palach optò per un gesto di protesta più radicale. Passò il natale a casa a Všetaty con la madre. Il 15 gennaio partecipò al funerale dello zio materno Ferdinand. Il giorno seguente, giovedì 16 gennaio, si recò a Praga. Passò la mattina nel dormitorio studentesco di Spořilov, scrivendo prima una brutta copia e poi quattro lettere, di cui una indirizzata all'Unione degli scrittori cecoslovacchi, una a Lubomír Holeček e una al suo amico Ladislav Žižka, mentre portò con sé l'ultima. Salutò con disinvoltura i suoi compagni di stanza e uscì. Imbucò le lettere, insieme ad una cartolina indirizzata a Hubert Bystřičan, con cui aveva fatto amicizia in Kazakistan durante la brigata in URSS. La cartolina contiene un breve saluto ed è firmata "il tuo Hus". Mangiò in via Opletalova, in una mensa studentesca. Dopodiché acquistò due contenitori di plastica bianca che fece riempire di benzina nella stessa via Opletalova. Nel pomeriggio si recò in piazza San Venceslao, al centro di Praga, e verso le ore 14:25 si fermò ai piedi della scalinata del Museo Nazionale, dove depose il suo cappotto e la borsa, contenente la sua lettera e alcuni altri oggetti. Aprì con un coltello una bottiglietta di etere e ne annusò il contenuto, poi si cosparse il corpo di benzina e si appiccò il fuoco. In fiamme, saltò il parapetto che all'epoca si trovava davanti alla fontana e corse verso la statua di San Venceslao al centro della piazza, sotto gli occhi dei passanti. Fu quasi urtato da un tram e deviò in direzione del negozio di alimentari Dům potravin. A soccorrerlo fu Jaroslav Špírek, un tranviere, che spense le fiamme con un cappotto, aiutato poi anche da altre personeJan Palach. Praga 1969. Una torcia nella notte, pag. 78. Immediatamente, il ragazzo chiese ai presenti di leggere la sua lettera, temendo che le autorità l'avrebbero fatta sparire se ne avessero avuto l'occasione. Presto arrivò un'ambulanza che portò il giovane, ancora pienamente cosciente, dapprima all'ospedale situato in Karlovo Náměstí, dove però non fu ricoverato. Data la gravità delle sue ferite, che ricoprivano l'85% del suo corpo, i medici lo trasferirono immediatamente al reparto grandi ustionati della Clinica di chirurgia plastica di via Legerova, dove passò gli ultimi giorni della sua vita in una stanza singola, per ridurre al minimo il rischio di infezioni. Le prime parole che rivolse ai medici sull'ambulanza furono "Non sono un suicida!". Insistette anche in seguito che il suo gesto era una protesta, un grido alla coscienza della nazione, non un tentativo di suicidio motivato da un disagio personale.

La sera stessa fu trasmesso alla radio un comunicato con la notizia che uno studente aveva tentato di suicidarsi con il fuoco in piazza San Venceslao. Furono rese pubbliche solo le iniziali J.P. del suo nome.

Le prime persone a cui i medici permisero di fare visita a Jan in ospedale furono la madre ed il fratello, che giunsero a Praga il giorno seguente, 17 gennaio. Entrambi dovettero in seguito sottoporsi a cure psicologiche dato che il gesto di Jan li aveva profondamente scossi. Le condizioni del paziente erano gravi, ma era cosciente ed in grado di parlare, anche se con difficoltà. Lo stesso giorno la psicologa Zdenka Kmuníčková condusse una breve intervista con il ragazzo, registrata su cassetta. La mattina del 19 gennaio Jan espresse il desiderio di parlare con Lubomír Holeček e con l'amica Eva Bednáriková. In seguito al loro colloquio Holeček comunicò al pubblico attraverso la radio le parole rivoltegli da Jan, chiedendo che gli studenti non lo seguissero uccidendosi, come aveva preannunciato nella lettera, e piuttosto mettessero a frutto le loro vite continuando a lottare per i propri ideali da vivi.

Jan Palach morì in ospedale dopo tre giorni di agonia, il 19 gennaio 1969 alle ore 15:30, in seguito alle complicazioni dovute alle ustioni riportate. Come causa diretta del decesso fu riportata un'incipiente polmonite. Jaroslava Moserová, medico chirurgo plastico che lo operò, disse: "sapeva che stava per morire, e voleva che la gente capisse il motivo del suo gesto: scuotere le coscienze e mettere fine alla loro arrendevolezza verso un regime insopportabile".Jan Palach Praga 1969. Una Torcia nella notte, edizioni Ferrogallico, pag. 9. Alla domanda, se sentisse molto dolore, Palach aveva risposto "abbastanza" e che "anche Jan Hus era morto sul rogo". Era molto interessato alle reazioni che aveva suscitato con il suo gesto, chiedeva ai medici di leggergli i giornali e si rallegrava sapendo che il suo sacrificio non era stato vano. Al suo funerale, tenutosi il 25 gennaio, parteciparono persone, provenienti da tutto il Paese. Il feretro venne esposto nel cortile dell’Università Carolina. In tutta la città garrivano le bandiere nere. Un picchetto d’onore stazionava sotto la statua di San Venceslao, i giovani si davano il cambio nel reggere un drappo nero e la bandiera cecoslovacca. Centinaia di candele e lumini ardevano ai piedi della statua e nella piazza davanti al museo, nel punto in cui si era dato fuoco Palach, accanto a biglietti, poesie e copie della sua lettera. Già il giorno 16 gennaio, poche ore dopo che Palach si era immolato, nel luogo della sua protesta era comparso un cartello recante la scritta "qui si è dato fuoco uno studente ventenne". Nei giorni successivi le persone continuarono a radunarsi in piazza San Venceslao. Le autorità però non consentirono la sepoltura nel cimitero degli eroi nazionaliSi tratta del cimitero di Slavín, localizzato a Vyšehrad a Praga; inoltre il 22 ottobre 1973 le autorità fecero spostare la salma dal luogo di sepoltura, che dal giorno della tumulazione era divenuta un luogo di pellegrinaggi, con il sepolcro invaso di fiori, biglietti, poesie e foto. Sotto la minaccia che il corpo finisse in una fossa comune, i suoi famigliari acconsentirono infine alla rimozione della tomba, sulla quale fu posta una nuova lapide con il nome di Marie Jedličková. I resti di Palach vennero riesumati, cremati e le ceneri consegnate alla madre. Solo nel 1974 venne concessa l’autorizzazione alla sepoltura nel cimitero di Všetaty con le sole iniziali J.P. Restò lì fino al 25 ottobre 1990 quando, ormai caduto il muro di Berlino, si svolse la solenne cerimonia di trasferimento delle ceneri al cimitero di Olšany a Praga.Jan Palach Praga 1969. Una torcia nella notte, edizioni Ferrogallico, Umberto Maiorca nella postfazione. Poco dopo la morte di Palach, lo scultore Olbram Zoubek riuscì ad accedere all'obitorio dove si trovava il corpo del ragazzo e a prendere un calco da cui realizzò la sua maschera mortuaria, una copia in bronzo della quale si trova oggi sulla targa commemorativa davanti all'edificio dell'università che Palach aveva frequentato. È opera di Zoubek anche la lapide che si trova oggi sulla tomba di Palach.

Palach decise di non bruciare i suoi appunti e i suoi articoli (che rappresentavano i suoi pensieri e i suoi ideali), che mise in un sacco a tracolla molto distante dalle fiamme. Tra le dichiarazioni trovate nei suoi quaderni, spicca questa, copie della quale furono anche inviate da Palach a Ladislav Žižka, suo compagno di studi, a Lubomír Holeček, leader studentesco della Facoltà di lettere e Filosofia e all’Unione degli scrittori cechi.