Fu per due volte sindaco della sua città natale e si trasferì in seguito a Firenze, quindi a Milano e Roma. Rientrato in Sicilia, insegnò all'Università di Catania. Studioso di Zola e del naturalismo francese e interessato anche alla psicologia, viene considerato l'ideologo del Verismo. Egli intese realizzare un nuovo tipo di romanzo, costruito come un vero "documento" che si occupasse di una realtà rurale e regionale, puntando l'attenzione soprattutto sulla psicologia dei personaggi, trattata però in modo del tutto impersonale. La sua linea teorica si espresse in particolar modo nel suo romanzo più celebre, Il marchese di Roccaverdina del 1901. Scrisse anche numerose novelle, fiabe e saggi di critica letteraria; si interessò pure di teatro.
Biografia Le origini e gli studi
Capuana nasce a Mineo, in provincia di Catania, nel 1839, da Gaetano Capuana e Dorotea Ragusa, in una famiglia di agiati proprietari terrieri. Frequenta a Mineo le scuole comunali e nel 1851 si iscrive al Reale Collegio di Bronte, che lascia dopo solo due anni per motivi di salute, proseguendo comunque lo studio da autodidatta.
Conseguita la licenza, si iscrive, nel 1857, alla facoltà di Giurisprudenza di Catania, che abbandona nel 1860 per prendere parte all'impresa garibaldina in funzione di segretario del comitato clandestino insurrezionale di Mineo e, in seguito, come cancelliere (segretario comunale) nel nascente consiglio civico.
Il soggiorno fiorentino
Risale al 1861 la leggenda in tre canti Garibaldi, pubblicata a Catania dall'editore Galatola.
Nel 1864 si stabilisce a Firenze per tentare "l'avventura letteraria"; vi rimarrà fino al 1868.
A Firenze frequenta gli scrittori più noti dell'epoca, tra i quali Aleardo Aleardi e Gino Capponi, e nel 1865 pubblica i suoi primi saggi critici sulla Rivista italica, diventando nel 1866 critico teatrale del quotidiano La Nazione.
Nel 1867 pubblica sul quotidiano fiorentino la sua prima novella, dal titolo Il dottor Cymbalus, che prende a modello il racconto di Dumas figlio La boîte d'argent. Tra le opere narrative migliori del giovane Capuana sono da annoverare le novelle ispirate alla vita siciliana, ai personaggi e ai fatti grotteschi e tragici della propria provincia, come nel realismo bozzettistico di alcuni racconti della raccolta Le paesane e in altre che non presentano situazioni drammatiche, ma sono divertenti e cercano sempre di mettere in evidenza il lato comico anche se il caso si fa serio. Nelle novelle numerosi sono i ritratti dei canonici, dei prevosti, dei frati cercatori con la passione della caccia, del gioco e della buona tavola, tipici di tanti personaggi della narrativa del secondo Ottocento.
Le fiabe, scritte in una prosa svelta, semplificata al massimo, ricche di ritornelli, cadenze e cantilene, rimangono forse le opere più felici del Capuana. Esse non nascono da un interesse per il patrimonio folcloristico siciliano e non vengono raccolte come documenti della psicologia popolare, ma nascono dall'invenzione. Di queste, l'unico volume reperibile è: Si conta e si racconta (Muglia Editore, 1913; Pellicanolibri, 1985).
Il ritorno in Sicilia Nel 1868 ritorna in Sicilia, pensando di rimanervi per poco tempo, ma la morte del padre e i problemi economici lo costringono a rimanere nell'isola.
Diventa dapprima ispettore scolastico, poi consigliere comunale di Mineo e infine viene eletto sindaco del paese. In questo periodo si accosta alla filosofia idealistica di Hegel e ha modo di leggere Dopo la laurea, un saggio del medico hegeliano e positivista Angelo Camillo De Meis in cui il pensiero filosofico si salda alla problematica letteraria, rimanendo entusiasta della sua teoria dell'evoluzione e morte dei generi letterari.
A Milano: l'attività letteraria
Nel 1875 Capuana si reca per un breve soggiorno a Roma e nello stesso anno, su consiglio dell'amico Giovanni Verga, si trasferisce a Milano, dove inizia a collaborare al Corriere della Sera come critico letterario e teatrale.
Nel 1877 esce a Milano la sua prima raccolta di novelle, Profili di donne, edita da Brigola, e nel 1879, ancora influenzato da Émile Zola, il romanzo Giacinta, considerato il manifesto del verismo italiano.
Nel 1880, nello stesso anno in cui Verga pubblica Vita dei campi, Capuana, che è entusiastico divulgatore del naturalismo francese e contribuisce con Verga a elaborare la poetica del verismo italiano, raccoglie i suoi articoli su Zola, Goncourt, Verga e altri scrittori dell'epoca in due volumi di Studi sulla letteratura contemporanea (1880-1882). Ritorna a Mineo e per un breve periodo è a Ispica, dove inizia a scrivere il romanzo che lo renderà celebre vent'anni dopo, Il marchese di Roccaverdina (originariamente Il marchese di Santaverdina), ambientato proprio nella cittadina ragusana.
A Roma: scrittore eclettico Dal 1882 al 1883 lo scrittore risiede a Roma e dirige il Fanfulla della domenica. Gli anni fino al 1888 li trascorrerà a Catania e a Mineo, per tornare infine a Roma, dove rimarrà fino al 1901.
In questi anni la sua produzione letteraria è ricchissima.
Nel 1882 pubblica una raccolta di fiabe dai molti motivi folcloristici, C'era una volta; in seguito, dà alle stampe le raccolte di novelle Homo (1883), Le appassionate (1893), Le paesane (1894) e i migliori saggi critici nei quali, staccandosi dal naturalismo, rivela una propria estetica dell'autonomia dell'arte.
Sempre di questo periodo sono i suoi romanzi più noti, tra i quali Profumo, che appare dapprima in 10 puntate su la Nuova Antologia dal luglio al dicembre 1890 e in volume nel 1892 e Il Marchese di Roccaverdina (1901).
Nel maggio del 1888 va in scena, al teatro Sannazaro di Napoli, una commedia in cinque atti tratta dal romanzo Giacinta, con buon successo di critica e di pubblico.
Nel 1900 lo scrittore ottiene la cattedra di letteratura italiana presso l'Istituto Femminile di Magistero a Roma, approfondisce la sua amicizia con D'Annunzio e conosce Pirandello, che è suo collega al Magistero.
Lavora inoltre al romanzo Rassegnazione, che esce in cinque puntate su Flegrea dall'aprile al maggio dello stesso anno. Nel 1898, per i tipi di Giannotta, esce a Catania Gli "ismi" contemporanei.
A Catania: l'impegno universitario e la morte Nel 1902 Capuana fa ritorno a Catania, per insegnare lessicografia e stilistica alla locale università. In questi anni si dedica alla stesura del romanzo Rassegnazione, che esce sulla rivista Flegrea nell'aprile e maggio del 1900 e nel 1907, pubblicato da Treves, in volume. Tra le sue ultime opere vi sono i volumi di fiabe e novelle, Coscienze (1905), Nel paese della Zagara (1910), Gli Americani di Rabbato (1912).
Contribuisce al genere fantascientifico con alcuni dei suoi racconti fantastici, tra i quali Nell'isola degli automi (1906), Nel regno delle scimmie, Volando e La città sotterranea (1908), L'acciaio vivente (1913, ne Il Giornale d'Italia).
Muore il 29 novembre 1915 a Catania. È sepolto nel cimitero di Mineo; il suo monumento funebre è stato realizzato dallo scultore Michele La Spina.
Famiglia e affetti Dal 1864 al 1868 Capuana si trova a Firenze, nel cuore della breve stagione della città che si trova ad essere capitale d'Italia, succedendo a Torino e prima di Roma. Vi iniziò la sua attività di critico teatrale e subito manifesta negli articoli che scrive un «carattere spesso polemico. (...) L'ambiente fiorentino modifica radicalmente le sue opinioni estetiche». Fu durante la parentesi fiorentina che lo scrittore iniziò ad essere attratto dall'occultismo e dallo spiritualismo, sottoponendo «la figlia dei suoi padroni di casa a numerose prove di sonnambulismo e di allucinazioni».
Lasciata Firenze, dopo un periodo vissuto a Roma e a Milano, Capuana «torna a Mineo, forse preso dalla nostalgia, e vi rimase per quasi due anni». È stato scritto che due diversi sentimenti si sviluppano contemporaneamente in questo periodo con «l'inizio della nota passione per una bella contadina del luogo, Beppa Conti, durata diciotto anni con fasi varie di gioia, insofferenza e tormentata gelosia (...) e la fraternità spirituale con Giovanni Verga». Una conferma riguardante il nome della donna, Beppa Conti, è data da una tesi di laurea.
Sulla stessa donna, ricordata con un diverso nome, risultano altre notizie ancora.
Nel 1875 ebbe inizio una relazione amorosa tra Capuana e una ragazza analfabeta, Giuseppina Sansone, che era stata assunta dalla sua famiglia come domestica. Da questa relazione nacquero parecchi figli, che finirono però tutti all'ospizio dei trovatelli di Caltagirone. Non era infatti pensabile a quell'epoca che un rispettabile borghese riconoscesse come suoi i figli nati dalla relazione con una donna di bassa estrazione sociale. La “Beppa di Don Lisi” rimase con lui fino al 1892, quando, proprio per volontà dello scrittore, sposò un altro uomo (come l'Agrippina Solmo del Marchese di Roccaverdina, pubblicato nel 1901). Da questi figli illegittimi ebbero origine diverse famiglie, come la famiglia Martello.
Nel 1908 Capuana sposò la scrittrice Adelaide Bernardini, conosciuta nel 1895, «dopo alcuni anni di legame extraconiugale».
Capuana critico e teorico Capuana fu l'assertore più accorato del verismo, sostenitore instancabile del "metodo impersonale" che vide pienamente realizzato nelle opere dell'amico Verga, in quelle di De Roberto e in parte nelle proprie. Ebbe notevoli doti di critico, che a giudizio di alcuni furono superiori alle sue capacità inventive - dove veniva spesso a mancare proprio quella "forma vitale" che egli cercava nell'opera d'arte.
La poetica del vero Nella raccolta di saggi Il Teatro italiano contemporaneo. Studi sulla letteratura contemporanea (1872) la poetica del verismo che Capuana aveva elaborato si poneva come regola fondamentale quella di ritrarre direttamente dal vero. Lo scrittore doveva assumere dalla vita contemporanea la materia e narrare fatti realmente accaduti, senza limitarsi a ritrarli dall'esterno, ma ricostruendo la storia cogliendo e rivelando tutto il processo mediante il quale il fatto si era prodotto.
Il metodo scientifico La ricostruzione doveva avvenire attraverso il metodo scientifico, considerato il più idoneo a far parlare le cose direttamente impedendo che l'autore si servisse dei fatti come di un pretesto per esprimere sé stesso. Bisognava pertanto usare l'impersonalità.
Linguaggio usato Per poter inoltre condurre una ricostruzione del tutto veritiera era necessario usare una prosa duttile e viva, non retorica, che risultasse aderente ai fatti. Si richiedeva pertanto un linguaggio che non alterasse in nessun modo il mondo che si voleva rappresentare e Capuana scelse di proposito la lingua italiana.
Il gusto per la sperimentazione
Conoscere la realtà che l'artista voleva rappresentare significava perciò conoscere tutti i nuovi strumenti che la cultura contemporanea poteva fornire, dall'indagine dei processi psicologici secondo i principi della fisiologia alla documentazione folcloristica per rappresentare il mondo contadino. Queste regole, proprie di tutti i veristi, rivelano in Capuana una grande apertura verso tutte le novità culturali che spiega la simpatia che lo scrittore proverà, a settanta anni, verso il futurismo, come anche la sua passione per l'allora nascente arte della fotografia, molto probabilmente interesse nato dal clima della Firenze degli Alinari durante il suo soggiorno fiorentino negli anni Sessanta.Fotografia Italiana dell'Ottocento, Electa, Milano 1979, pag. 148.
Più di un critico ha rimproverato a Capuana il gusto per la sperimentazione, ma è stato proprio questo gusto per la novità che gli consentì di difendere sempre le nuove tendenze e di farsi interprete della narrativa verghiana e delle opere del naturalismo francese.
Interessi per l'occultismo