Biografia La giovinezza ribelle Celio Secondo nacque il 1º maggio 1503 a Cirié, in Piemonte, non lontano da Torino, da Jacomino Troterio Curione e da Charlotte de Montrotier, dama di corte di Bianca di Savoia, che morì dandolo alla luce: ventiquattresimo dei figli di Jacomino, imparentato con i conti di Provana, il suo cognome deriverebbe dal castello di Cuori, presso Ciriè.

Essendo rimasto orfano, egli fu allevato dalla zia materna Maddalena a Moncalieri, la cittadina a ridosso di Torino dove il padre ricopriva incarichi pubblici e dove risiedeva la famiglia materna. A nove anni rimase orfano anche del padre, che gli lasciò in eredità, tra l'altro, una preziosa Bibbia miniata.

Verso il 1520 iniziò gli studi di umanità e di diritto all'Università di Torino, dove ebbe per maestri Giorgio Corona, il commentatore di Suetonio Domenico Machaneo e Giovanni Bremio per gli studi umanistici, e Francesco Sfondrati, il futuro cardinale, per quelli di diritto. Con le novità che venivano dalla Germania, dove un monaco agostiniano stava scuotendo il monolitico cristianesimo occidentale, proprio degli agostiniani torinesi - conosciamo il nome di uno di questi, Girolamo Negri - gli fecero conoscere alcuni scritti di Lutero, la De captivitate babylonica ecclesiae e le Resolutiones disputationum de indulgentiarum virtute, e altri libri di riformatori d'oltralpe, come la De falsa et vera religione dello Zwingli e i Loci communes di Melantone.

L'entusiasmo suo e di alcuni amici - Giacomo Donello e Francesco Guarino, che un giorno diventeranno pastori a Ginevra - li condusse a progettare un viaggio in Germania, che non poté però realizzarsi per l'intervento del vescovo di Ivrea, il cardinale Bonifacio Ferrero, che li fece incarcerare nella fortezza di Caprano. Dopo due mesi, i parenti di Curione ottennero che egli fosse mandato nel monastero benedettino di Fruttuaria a San Benigno, per "purgarsi" delle idee eretiche attraverso le penitenze e lo studio di testi ortodossi. Ma il programma di recupero del giovane ribelle non ebbe successo: Curione manomise il reliquiario dei santi Agapito e Tiburzio, sostituendo alle ossa una Bibbia e lasciando alcune righe in latino a mo' di commento giustificativo: «Questa è l'arca dell'alleanza, dalla quale si possono suscitare veri oracoli e nella quale si trovano le vere reliquie dei santi».

Difficile datare i diversi avvenimenti che lo riguardano: il suo più antico biografoGiovanni Nicolò Stupano, Oratio panegyrica de Coelio Secundo Curione, tenuta a Basilea nel 1570 e pubblicata in Johann Georg Schelhorn, Amoenitates literariae, XIV, 1730-1731. riferisce che Curione, fuggito a Milano, si prodigò assistendo i cittadini durante un'epidemia di peste: questa infuriò a Milano nel 1524, mentre una successiva epidemia riguardò nel 1528 il bergamasco. Tra queste date si potrebbe porre un viaggio a Padova e la sua iscrizione nello Studio,Secondo Niccolò Commeno Papadopoli, Historia gymnasii patavini, 1726, II, 22. un altro viaggio a Roma e un successivo ritorno a Milano, con il matrimonio intorno al 1530 con Margherita Bianca Isacchi (1509-1587), conosciuta a Barzago, in Brianza.

L'insegnamento umanistico A Milano si mantenne insegnando umanità, intanto che studiava ancora diritto con lo Sfondrati, finché la guerra che imperversava senza tregua nel Ducato lo convinse ad accettare l'invito del marchese del Monferrato Gian Giorgio: alla corte di Casale Curione rimase ancora qualche tempo dopo la morte del marchese, avvenuta il 3 aprile 1533, poiché la prima figlia - futura sposa di Girolamo Zanchi - gli nacque a Ceva l'8 novembre, e il secondo figlio Orazio vide la luce a Casale nel 1534. Qui il Curione conobbe Fulvio Pellegrino Morato che, professore a Vicenza, in Piemonte tornava per trascorrere le vacanze: in materia religiosa si trovarono concordi, anzi il Morato gli confesserà anni dopo che egli era stato per lui quel che Anania era stato per Paolo.Opera Olimpia Moratae, 1558, p. 315.

Intanto erano morti di peste tutti i suoi fratelli ed egli dovette tornare a Moncalieri per risolvere con l'unica sorella superstite ulteriori questioni legate all'eredità paterna, ma rinunciò ai suoi diritti quando il cognato minacciò di denunciarlo per eresia. Il suo mancato richiamo a Casale, da parte del successore al marchesato Federico Gonzaga, lo costrinse a cercarsi un lavoro di insegnante a Castiglione, dove nel 1535 ebbe un diverbio con un predicatore domenicano, di fronte al quale prese le difese di Lutero. Denunciato al suffraganeo di Torino, il vescovo di Perugia Aventino Crica, fu incarcerato a Torino, ma riuscì a scappare con un'astuziaI carcerati avevano una caviglia incatenata al muro della prigione: egli ingannò il carceriere facendo incatenare una sua falsa gamba, da lui costruita con della stoffa avvolta intorno a un bastone. Libero così nei movimenti, evase dalla finestra della sua cella, che era priva di sbarre. L'episodio è narrato nel dialogo Probus, in appendice al Pasquillus estaticus dell'edizione del 1547. e si rifugiò a Salò, dove fu raggiunto dalla famiglia: qui nacquero due suoi figli, Leo nel 1536 e Agostino nel 1538.

Ottenne nel 1536 una cattedra di lettere umanistiche con un contratto triennale dall'Università di Pavia: Andrea Alciati era suo collega ed egli scrisse le sue prime orazioni e la prima stesura dei tre libri della Schola, sive de perfecto grammatico, che sarà pubblicata nel 1555 a Basilea. Il perfetto grammatico è l'oratore che trae bensì la sua base culturale dalla tradizione classica di Cicerone e di Quintiliano, ma per rivestire la moderna figura dell'umanista-professore che rivendica la dignità della sua professione per l'alta responsabilità che la sua funzione sociale di educatore e di operatore culturale gli assegna.

La fama del Curione professore era intimamente legata alle sue posizioni anti-cattoliche: lo stesso papa Paolo III chiese il suo allontanamento dall'Università. Gruppi di studenti, che lo apprezzavano, lo scortavano nei suoi spostamenti in città, per sventare possibili attentati alla sua persona. Alla pressione della Chiesa il Senato pavese, minacciato di scomunica, finì per cedere e nel 1539 licenziò Curione che lasciò il Ducato, trasferendosi a Venezia. Qui frequentò l'ambasciatore francese presso la Repubblica, il vescovo di Montpellier Guillaume Pellicier, al quale dedicò lAranei Encomion, pubblicato nella città lagunare nel 1540, che rappresenta tanto il suo primo scritto a stampa quanto il suo esordio di scrittore di teologia.

Durante la quaresima ascoltò probabilmente le prediche del famoso Bernardino Ochino ed ebbe stretti rapporti con il frate agostiniano Giulio da Milano, da tempo segretamente convertito al protestantesimo il quale, per aver predicato pubblicamente la giustificazione per sola fede, nel 1541 fu arrestato. Per evitare la stessa sorte, essendo stato indicato come suo intimo amico e sodale, Curione abbandonò precipitosamente Venezia per Ferrara, dove un altro amico, l'umanista Pellegrino Morato, precettore nella corte estense, lo aveva raccomandato alla duchessa Renata, moglie di Ercole II d'Este. Qui stette poco: conobbe e apprezzò la giovanissima figlia dell'amico, Olimpia Morata, una precoce umanista che egli incoraggiò e con la quale sarà in contatto epistolare per tutta la vita, ma a ottobre era già a Lucca, la piccola Repubblica allora agitata da movimenti di riforma religiosa e politica, impiegato come precettore nella casa del nobile Niccolò di Silvestro Arnolfini, cugino di quel giovane Paolo Arnolfini che in questo tempo aveva aderito alla Riforma protestante.

Il gonfaloniere Francesco Burlamacchi, sulla scorta dell'esperienza vissuta da Firenze con il Savonarola alla fine del secolo precedente e con la cacciata dei Medici quindici anni prima, intendeva favorite una profonda trasformazione della Chiesa, per la quale era necessario mettere fine al potere temporale e, ponendo termine al dominio di Cosimo I de' Medici sulla regione, creare una federazione di libere città toscane. In vista della realizzazione del suo piano, il Burlamacchi aveva proposto al Consiglio cittadino l'istituzione di uno speciale corpo di milizie, del quale intendeva porsi a capo.

Per quanto il Burlamacchi non fosse luterano, certamente al successo del suo progetto avrebbero potuto concorrere i numerosi gruppi protestanti che si erano formati in città, conseguenza degli scambi, commerciali e ideali, realizzati dai mercanti lucchesi con la Germania. A Lucca operavano già, all'arrivo del Curione, uomini che faranno parte della numerosa colonia di emigrati italiana in terra riformata: Paolo Lazise, Celso Martinengo, l'ebreo convertito Emanuele Tremellio, Pietro Martire Vermigli e Girolamo Zanchi. Il Vermigli dal giugno del 1541 era priore di San Frediano, vi teneva scuola leggendo il vangelo, le lettere di Paolo, sant'Agostino, e vi favoriva la diretta conoscenza della Bibbia. Alle sue lezioni assistevano non soltanto giovani, ma anche uomini già maturi e dotti come il Curione stesso o l'umanista Francesco Robortello.

Favorire la cultura religiosa fuori dai canali istituzionalizzati e controllati dalle gerarchie cattoliche era attività guardata con forte sospetto: il cardinale Bartolomeo Guidiccioni, vescovo non residente di Lucca e fresco membro dell'Inquisizione romana appena costituita, denunciava il 22 luglio 1542 al Senato di Lucca quel gruppo evangelico e quel «Cellio che sta in casa di messere Niccolò Arnolfini», uomo che ovunque fosse andato, aveva lasciato «pessimo odore».G. Tommasi, Sommario della storia di Lucca, 1847, p. 163. Scoperto anche il piano del Burlamacchi, alla reazione politica e religiosa il governo cittadino dovette sottomettersi: alla fine di luglio Vermigli, il giovane discepolo Giulio Terenziano, Lazise e Tremellio fuggirono, mentre Curione si rifugiò in un primo tempo a Pisa, dove l'inquisizione cercò di raggiungerlo. Il cardinale Alessandro Farnese, il 26 agosto 1542, trasmise da Roma al duca Cosimo l'ordine di cattura per quel «pessimo spirito, chiamato Celio da Turino», che però aveva ormai preso la via della Svizzera ed era stato accolto, su raccomandazione del teologo Heinrich Bullinger, nell'Accademia di Losanna.F. C. Church, I riformatori italiani, 1967, pp. 140-141.

In Svizzera Era stata una fuga avventurosa, di quelle cui il Curione era del resto abituato. A Pescia, «attese che arrivasse il bargello a cercarlo. Curione era alto e forte. Col pugnale che portava con sé si aprì la strada tra gli sbirri, balzò a cavallo e fuggì».L. von Ranke, Storia dei papi, 1959, p. 156. Aveva superato le frontiera in Valtellina insieme con un altro eretico, l'antitrinitario Camillo Renato che egli descrisse al Bullinger essere «literis et religione praestantem» e «cumprimis doctum et bonum».Archivio di Stato di Zurigo, Lettere del 10 dicembre 1542 e 24 febbraio 1543, E II 368/28, E II 366/88. In settembre tornò in incognito a Lucca per prendere con sé la moglie e i figli, affidando provvisoriamente l'ultima nata Dorotea alla cura della famiglia dell'umanista Aonio Paleario. Passò poi a Ferrara per consegnare alla duchessa Renata i Commentarii in Matthaeum che il Bullinger gli aveva affidato. Il 24 ottobre ripartiva nuovamente per Losanna.

A Losanna, dove gli nacquero altre tre figlie, dominava l'interpretazione calvinista della teologia, verso la quale Curione ebbe sempre un atteggiamento diffidente, che cercò tuttavia di mascherare, evitando polemiche aperte. Rivide il suo Aranei Encomion, preparandone una seconda edizione che fece stampare nel 1544 a Basilea con il titolo di Araneus seu de Providentia Dei, e portò a termine un nuovo libro, la Pro vera et antiqua Ecclesiae Christi autoritate, finché uno scandalo che egli cercò di attenuare, aver avuto un rapporto sessuale con una «ragazza consenziente» - ma probabilmente si trattava di una bambina - lo costrinse a lasciare Losanna per Basilea, dove giunse con la famiglia nel 1546.

L'«Aranei Encomion»