Biografia Infanzia Emanuele Filiberto era stato destinato alla carriera ecclesiastica quale figlio cadetto, ma alla morte del fratello Ludovico (1536) venne indirizzato allo studio delle lettere e delle armi, in previsione della successione. Il ducato che ereditò alla morte del padre nel 1553 era il campo di battaglia delle lotte tra francesi e spagnoli e proprio in quell'anno venne occupato dalle truppe di Enrico II re di Francia.
Carriera al Servizio degli Imperiali e situazione piemontese
Venne iniziato giovanissimo alla vita politica e militare, infatti nel 1543 entrò al servizio dello zio Carlo V imperatore del Sacro Romano Impero, già in precedenza diventato Carlo I come re di Spagna e Carlo II come duca di Borgogna. Era uno zio acquisito e cugino, avendo egli sposato Isabella del Portogallo, quindi cugina di primo grado e sorella di sua madre Beatrice. Emanuele Filiberto, con l'obiettivo di recuperare le proprie terre, prese parte alle vittoriose battaglie imperiali di Ingolstadt (1546) e di Mühlberg (1547) dove, sotto il comando di Maurizio di Sassonia, eseguì gli ordini con tale precisione e rapidità da contribuire in maniera decisiva alla vittoria finale. Successivamente si recò in Spagna stringendo amicizia con il cugino Filippo II e partecipando alla difesa di Barcellona contro un attacco marittimo francese nel 1551. Prestò servizio anche con Ferrante I Gonzaga nella guerriglia tra imperiali e francesi in Piemonte, quindi tornò nuovamente da Carlo V guidando l'esercito imperiale, come comandante supremo, alla presa di Metz e di Bra (1552).
La situazione militare in Piemonte era ormai molto grave. Da un lato l'occupazione francese del paese, divenuto nel 1536 una provincia del Regno, si era rivelata assai intelligente: sia il primo governatore Guillaume Du Bellay, l'illuminato amico di Rabelais, sia Charles de Cossé di Brissac, governatore e comandante militare negli anni cinquanta, avevano proibito saccheggi e ruberie, alleggerito il carico fiscale, favorito il commercio con la Francia, aiutato con elargizioni in viveri ed elemosine la popolazione più povera. Spesso gli abitanti dei luoghi sottoposti al governo ducale, o meglio imperiale, emigravano per porsi sotto la protezione francese. Lo stesso Emanuele Filiberto fu costretto a riconoscere l'abilità di tale politica, soprattutto in confronto con quella, assai più dura e costosa, del governo imperiale. Alla notizia della morte del padre il principe aveva nominato René de Challant luogotenente generale del Ducato e capo del Consiglio ducale. Le armi sabaude ormai tenevano soltanto Vercelli, Asti, Ceva, Fossano, Cuneo, Nizza, Ivrea e la Valle d'Aosta. Questi erano possedimenti isolati o lontani fra loro, la cui difesa dipendeva più dall'impegno e dal valore dei singoli comandanti che dalle truppe imperiali, poco propense a offensive militari e abituatesi a una guerra difensiva. Per poco, nell'autunno del 1553, cadde la stessa Vercelli, occupata sia pure per soli due giorni da un colpo di mano del Brissac: difesa e soccorsa da Asti, la città venne rioccupata, ma nel frattempo i francesi presero prigioniero lo stesso René de Challant e altri condottieri sabaudi.
Emanuele Filiberto, preoccupato per la possibilità che i francesi potessero occupare o invadere la Valle d'Aosta grazie a Challant, inviò in Piemonte Andrea Provana di Leiny con l'incarico di assicurare la difesa della valle e riorganizzare il potere ducale nei territori ancora sabaudi. E in effetti la visita del Leiny e soprattutto le poche somme di denaro che riuscì a procurarsi si rivelarono provvidenziali per la sicurezza della valle, così come il viaggio che fece nelle altre città piemontesi e soprattutto a Nizza, di cui riorganizzò accuratamente le difese. La situazione militare tuttavia non migliorò certamente: l'abile Brissac riuscì a prendere Santhià e poi la stessa Alessandria. Nell'Italia settentrionale, il duca d'Alba si rivelò pessimo comandante in campo e crudele saccheggiatore in campagna, provocando le ire e le ritorsioni dei francesi e la disperazione degli abitanti. Fortuna volle che il duca d'Alba fosse nominato l'anno seguente (1555) viceré di Napoli: al suo posto in Lombardia vennero inviati il cardinale Cristoforo Madruzzo, vescovo di Trento, da anni molto legato a Emanuele Filiberto, per il governo civile e il marchese di Pescara Francesco Ferdinando d'Avalos per il comando militare. Nel 1553 Emanuele Filiberto fu nominato luogotenente generale e comandante supremo dell'esercito imperiale nelle Fiandre.
Carriera al Servizio degli Spagnoli e Trionfo di San Quintino
Nel 1556 ebbe da Filippo II la carica di governatore dei Paesi Bassi spagnoli. Provvide a riorganizzare l'esercito, imponendo una ferrea disciplina, e nel 1557, alla ripresa delle ostilità, dopo l'effimera tregua di Vaucelles, inflisse alle truppe francesi guidate da Anne de Montmorency e da Gaspard de Coligny la decisiva sconfitta di San Quintino. Nonostante la grande vittoria, che segnò la completa distruzione dell'esercito francese, Filippo II non approfittò a pieno del risultato rifiutandosi di marciare su Parigi.
La conduzione della guerra da parte di Emanuele Filiberto si distinse per un approccio molto innovativo. Il Savoia propugnava una guerra di movimento in cui il proprio esercito doveva andare a cercare di impegnare il nemico in battaglia con l'obiettivo di distruggerlo senza perdere tempo ad assediare le fortezze avversarie. Ribadì così il principio, ripreso successivamente da Clausewitz, che l'obbiettivo della guerra non doveva essere una serie di battaglie logoranti e dispersive, ma la disfatta del nemico da ottenere con qualunque mezzo. Massimo risultato poteva essere l'occupazione della capitale avversaria. Risultava così un anticipatore della dottrina militare di età napoleonica..
Pace di Cateau-Cambrésis La successiva pace di Cateau-Cambrésis (1559) premiò Emanuele Filiberto.
La parte del trattato concernente il Ducato di Savoia non era molto chiara in quanto si stabiliva la restituzione di tutti i domini della Savoia e del Piemonte nelle mani del duca ma restavano occupate temporaneamente dal re di Francia le piazze di Torino, Chivasso, Villanova d'Asti, Chieri e Pinerolo; al territorio ginevrino veniva riconosciuta l'indipendenza. I francesi avevano inoltre la facoltà di smantellare le fortificazioni in loro possesso all'atto della restituzione; parallelamente, il re di Spagna si teneva Asti e Vercelli fino a che il re di Francia non avesse restituito le suddette piazze.
Il duca giurava neutralità assoluta in caso di guerra tra Francia e Spagna e sanciva questo impegno con la promessa di sposare Margherita di Francia sorella del re francese. Questa clausola, riguardante il matrimonio di Emanuele Filiberto, nascondeva un calcolo politico ben preciso: essendo Margherita più vecchia del fidanzato di quattro anni, vi era una forte probabilità che la coppia non riuscisse a concepire un erede. In tal caso, alla morte di Emanuele Filiberto, essendo egli l'unico erede diretto superstite della Casa Savoia, le terre del ducato sarebbero tornate sotto l'influenza della Francia tramite Giacomo di Savoia, duca del ramo collaterale di Savoia-Nemours, quindi cugino di Emanuele Filiberto ma legato strettamente a Parigi. Questo però non si verificò poiché dai due coniugi nacque il futuro duca Carlo Emanuele.
La cerimonia del matrimonio ebbe luogo in circostanze tragiche: fu celebrata frettolosamente e senza grande pompa il giorno stesso in cui morì il re Enrico II, fratello di Margherita, che era stato ferito durante un torneo indetto per festeggiare le nozze della figlia Elisabetta; Enrico infatti aveva insistito perché si celebrasse anche il matrimonio della sorella, temendo che il duca Emanuele Filiberto si ritirasse dall'accordo.
Un'altra clausola dell'accordo stabiliva che il re avrebbe pagato una dote di sessantamila scudi per una ragazza, Maria, che Emanuele Filiberto aveva avuto nel 1556, frutto dei suoi amori piemontesi con una certa Laura Crevola.
Emanuele Filiberto, in contraddizione con quanto scritto nel trattato di Cateau-Cambrésis, siglò l'accordo segreto di Grunendal che stabiliva che in caso di guerra tra Francia e Spagna, egli si sarebbe schierato accanto a quest'ultima.
Al governo del Ducato restaurato Situazione del ducato al momento della restituzione
Incamminatosi verso i suoi domini Emanuele Filiberto sostò a Nizza fino al settembre del 1560. Mentre si trovava in città fu raggiunto dalla consorte costretta ad attardarsi a Lione per malattia. Ricevette anche le delegazioni piemontesi, e in particolare quella della città di Torino, in quel momento ancora in mano francese, a cui rispose che non avrebbe messo piede in città fino a che i francesi non fossero andati via. A inizio di giugno del 1560 guidò una spedizione di trecento uomini contro un gruppo di pirati turchi guidati da Uccialì. La spedizione venne sconfitta e molti furono fatti prigionieri, poi liberati dietro riscatto, e lo stesso Savoia corse il rischio di essere catturato..
Il ritorno in Piemonte avvenne in condizioni ancora estremamente difficili. Occorre considerare come il Piemonte del 1560 fosse praticamente tagliato e diviso dal marchesato del Monferrato da un lato e da quello di Saluzzo dall'altro. L'accesso verso la preziosa contea di Nizza era controllato dalla contea di Tenda, feudo imperiale tenuto da un ramo cadetto dei Savoia legato alla Francia. Torino, Chieri, Pinerolo, Chivasso e Villanova d'Asti erano guardate da truppe francesi, Asti, Vercelli e Santhià da truppe spagnole. Verso Ginevra i Cantoni di Berna e Friburgo continuavano a occupare i territori presi nel 1536: il Vaud, il Gex, il Chiablese e il basso Vallese con Romont.
All'interno un paese duramente stremato per i pesanti costi della guerra, con un'economia in larga parte solo agricola, una società ancora divisa fra partigiani francesi o spagnoli, una popolazione fortemente legata al precedente governo francese, dimostratosi assai più moderato e illuminato di quello sabaudo, mentre sempre più acuto era diventato il problema religioso, sia per l'influenza ginevrina e francese (Delfinato e Linguadoca) sia per la questione valdese, riaccesasi nelle valli del Pellice e del Chisone.
La pacificazione all'interno dello Stato fu il primo compito del duca. A Nizza, e poi durante il suo primo viaggio nella regione, fu largo di riconoscimenti verso le città e i sudditi più fedeli. A Nizza volle lasciare le bandiere conquistate a San Quintino, verso Cuneo fu largo di concessioni e privilegi, mentre alle cariche di corte e di governo chiamò gli esponenti degli uffici e di quella nobiltà feudale che già avevano servito nel paese o fuori.