Nella storia veneziana la congiura del Tiepolo è una fallita congiura ordita nel 1310 contro il governo della Repubblica di Venezia e guidata dai patrizi Marco Querini, Bajamonte Tiepolo e Badoero Badoer.

Storia Antefatto La situazione politica

Tra la fine del Duecento e gli inizi del Trecento, si combatteva a Venezia una lotta tra le famiglie esponenti di quel partito "popolare" che si batteva per il mantenimento del vigente sistema comunale e la fazione aristocratica, che tentava invece di prendere per sé il potere.

Si trattava essenzialmente d'una contrapposizione tra le famiglie patrizie composte dalle dodici casate apostoliche e dalle antiche famiglie ducali, e i cittadini "arricchiti" che, dopo aver sostenuto i nobili nella presa del potere contro il vecchio sistema monarchico-ducale, si vedevano ora costrette a cederlo nuovamente ai vecchi "proprietari". In questo quadro, i potenti casati dei Querini, dei Tiepolo e dei Badoer, si erano trovati ad appoggiare, contro gli interessi del resto della classe patrizia, le istanze delle famiglie medio-piccole, divenute loro bacino di potere e clientela.

Nel 1289 era sfumata di un soffio l'elezione a Doge del popolare Giacomo Tiepolo figlio di Lorenzo, già acclamato dalla popolazione, in favore di Pietro Gradenigo, capo del partito aristocratico. Nel 1297 gli aristocratici erano infine riusciti a varare una riforma costituzionale, la Serrata del Maggior Consiglio, che aveva di fatto avviato il processo di esclusione di nuove famiglie dal Governo della Repubblica. Le successive leggi del 1298-1299 avevano ulteriormente inasprito la situazione e, nonostante un fallito tentativo insurrezionale guidato nel 1300 da Marin Bocconio, i popolari vennero sempre più chiusi in un angolo, incapaci di opporsi anche ai successivi provvedimenti dello stesso 1300 e del 1307.

La guerra di Ferrara, fortemente voluta dagli aristocratici per il possesso della città estense ed il controllo sul Po e sulle saline di Comacchio, costando a Venezia lo scontro con il Pontefice, la scomunica ed un alto prezzo di vite umane, sembrava però mettere in discussione il neonato predominio aristocratico.

Gli scontri del 1309

Al termine dalla guerra, il Doge e la sua fazione addossarono le responsabilità della sconfitta ad uno dei principali esponenti del partito avversario: Marco Querini venne accusato di viltà per aver permesso al nemico d'impossessarsi, adombrando addirittura l'ombra del dolo, della fortezza chiave di Castel Tedaldo, causando la perdita di numerosi uomini e, in definitiva, della stessa guerra.

A questo si aggiungevano altri attacchi personali ai membri della fazione: da una parte, il fratello di Marco Querini, Pietro Pizzagallo venne condannato dallavogador Marco Dandolo per aver lasciato impunita, durante la sua bailìa a Negroponte, un'aggressione subita dal figlio Nicolò, dall'altra il genero, Bajamonte Tiepolo, veniva multato a luglio per indebita appropriazione di beni pubblici durante la sua reggenza delle colonie di Korōnī e Modone.

Nel mese di settembre, nell'occasione dell'elezione a Consigliere Ducale di Doimo, conte di Veglia, i Querini tentarono di contrattaccare accusando il Doge e il suo partito di prevaricare la legge con una nomina irregolare: ne nacque un acceso scontro politico, che, nonostante degenerasse in aperta rissa, non impedì al Maggior Consiglio di approvare infine la nomina di Doimo. Gli scontri proseguirono anche nei giorni successivi, con i Querini, i Tiepolo e i Badoer, da una parte, a fronteggiarsi con i Giustiniani, i Dandolo e i Gradenigo, dall'altra: nella contesa rimase addirittura ferito il vecchio Jacopo Tiepolo. Il Governo emanò quindi un decreto per proibire l'uso delle armi, assegnando il compito di vigilare sull'applicazione ai Signori della Notte. Proprio in occasione di questi controlli, Pietro Querini, spinse a terra - forse per errore, forse perché sdegnato per la perquisizione che si faceva sulla sua persona, forse perché provocato ad arte - il signore di notte Marco Morosini, innescando un tumulto nella zona di Rialto, per il quale venne pesantemente multato.

Chiusi in un angolo, i Querini e i loro alleati iniziarono a meditare l'azione di forza. Le condizioni per una congiura c'erano tutte: le motivazioni politiche, quelle private, sostenitori agguerriti e umiliati, la causa nobile della Libertà con cui far leva sulla popolazione. Rimaneva da superare solo, l'opposizione del vecchio Jacopo Querini, capo della famiglia, ma la sua nomina a bailo presso la corte bizantina e la conseguente partenza per Costantinopoli, rimossero anche l'ultimo ostacolo.

La congiura

Riuniti gli alleati per decidere le linee d'azione, Marco Querini fece richiamare il genero Bajamonte dal volontario esilio in cui si era ritirato: la sua personalità e il forte ascendente popolare, che gli valevano il soprannome di Gran Cavaliere, oltre all'appartenenza ad una famiglia che aveva dato ben due dogi alla Repubblica nell'ultimo secolo, erano fondamentali per il successo dell'impresa. Nelle riunioni tenute dai congiurati nella Ca'Granda dei Querini, emerse come linea politica la necessità di rovesciare il governo aristocratico e di sbarazzarsi del doge Gradenigo, additato come principale responsabile, con la sua politica, della disastrosa guerra con il Papato, della scomunica ricaduta sulla città, dell'esclusione di tanti cittadini dal governo e delle azioni di giustizia arbitraria condotte contro gli oppositori.

L'azione venne fissata per l'alba di domenica 14 giugno 1310.

Il piano Secondo il piano, sarebbero entrate in azione tre colonne. Le prime due, comandate rispettivamente da Marco Querini e Bajamonte Tiepolo, si sarebbero raccolte a Rialto per attaccare poi simultaneamente piazza San Marco, la prima da nord-ovest, attraverso la calle dei Fabbri, la seconda da nord, attraverso la via delle Mercerie, entrambe con l'obbiettivo di cogliere di sorpresa le guardie, espugnare Palazzo Ducale - sede del governo - ed uccidere il Doge. La terza colonna sarebbe stata invece comandata da Badoero Badoer, che raccogliendo genti padovane, sarebbe avanzata dalla Terraferma attraverso la laguna, per convergere anch'essa su Venezia.

Il fallimento dell'azione La scoperta della congiura La sorpresa venne annullata dalla delazione di uno dei congiurati, Marco Donà, uomo della prima ora, poi ritiratosi, che mise sull'avviso il vecchio Pietro Gradenigo. Il Doge non perse tempo: rafforzò la guardia al Palazzo, mandò a chiamare precipitosamente i podestà di Murano, Torcello e Chioggia, perché lo raggiungessero coi loro rinforzi, e convocò le principali magistrature, il Minor Consiglio, gli Avogadori, i capi della Quarantia. Allertò quindi anche i suoi principali alleati, perché accorressero con i loro servi armati.

Nella notte, Guido Canal, Marco Michiel e Matteo Manolesso vennero inviati presso Pietro Querini per convincere i congiurati a desistere dai loro disegni. La missione fallì e i messaggeri ducali furono quasi passati a fil di spada.

L'assalto alla piazza

Mentre tutto questo accadeva all'insaputa dei congiurati, questi si riunirono come convenuto, all'alba del giorno prefissato, nel palazzo dei Querini a Rialto. Nonostante infuriasse su Venezia la tempesta, che rendeva difficoltosi gli spostamenti e metteva a rischio la stessa attuazione del piano, Bajamonte ed il suocero Marco presero il comando delle due colonne e puntarono decisi sull'obbiettivo, al grido di Libertà e morte al doge Gradenigo.

Le strade fangose ed il brutto tempo rendevano difficile il coordinamento tra le due colonne, rendendo al contempo arduo l'arrivo dei rinforzi dalla Terraferma.

Giunta per prima in vista della piazza la colonna del Querini si trovò davanti all'improvviso schierati in buon ordine il Doge e gli uomini di Marco Giustinian, di Antonino Dandolo e di suo fratello. Vistisi scoperti e presi di sorpresa, gli uomini del Querini sbandarono, dandosi precipitosamente alla fuga, inseguiti da vicino dal nemico, lasciando sul terreno lo stesso Marco Querini e suo figlio Benedetto.

Poco distante il Tiepolo, giunto nel campo San Zulian, forse rendendosi conto che qualcosa non andava, divise le sue forze in due tronconi: con uno si lanciò direttamente verso la piazza lungo le Mercerie, mentre l'altro aggirò l'accesso più a nord, penetrando nella piazzetta nei pressi della chiesa di San Basso. Gli armati del Doge stavano nella piazza ad aspettarli. Ne nacque un aspro combattimento, mentre le grida e il rumore di battaglia facevano accorrere da più parti semplici cittadini e popolani.

Proprio quando il combattimento si faceva più aspro la caduta del vessillifero del Tiepolo, che recava lo stendardo con la scritta LIBERTAS, forse abbattuto da un pesante mortaio lanciato dalla finestra di casa da una donna, provocò la ritirata generale dei rivoltosi.

Mentre i superstiti della colonna Querini venivano raggiunti e fatti prigionieri presso il campo San Luca dalle truppe armate della Scuola Grande della Carità e della Scuola dei Pittori, il Tiepolo e il grosso dei suoi uomini riuscirono a ripiegare in buon ordine al di là del ponte di Rialto, che venne dato alle fiamme per consentire ai ribelli di asserragliarsi nella zona del mercato, dove si trovavano i palazzi dei Querini. Nella zona vennero incendiati anche gli edifici pubblici: il palazzo del magistrato dei Cinque alla Pace e l'ufficio del frumento.

Così stando la situazione, con un intero settore della città in mano agli insorti, da una parte, e l'imminente arrivo della colonna di Padovani al comando del Badoer, dall'altra, il pericolo per il governo era ancora grave. Il doge Gradenigo decise allora di risolvere per primo il problema dei Badoer, inviando contro di lui il podestà clodiense Ugolino Giustinian, che lo intercettò, facendolo prigioniero assieme a tutti i suoi. Il Doge ordinò quindi ad Antolin Dandolo e Baldovino Dolfin di circondare le posizioni dei ribelli a Rialto, offrendo al Tiepolo l'occasione di arrendersi.

Il Gradenigo si avvalse, come ambasciatori, prima di alcuni mercanti milanesi, poi di Giovanni Soranzo e Matteo Manolesso, ma senza risultato: il Tiepolo rifiutava ogni proposta. Infine l'intervento del consigliere ducale Filippo Belegno riuscì a convincere in extremis Bajamonte Tiepolo a deporre le armi.

La repressione immediata

Il 17 giugno, tre giorni dopo l'inizio degli scontri, il Maggior Consiglio confermò con 361 voti favorevoli, 6 contrari e 10 astenuti, il patto stipulato tra il Doge e il Tiepolo, consentendo a questi e ai più stretti alleati di lasciare Venezia e il Dogado, esiliati per quattro anni in Schiavonia, con l'obbligo di non avvicinarsi a Zara e di non recarsi in alcun paese nemico della Repubblica. Agli altri congiurati, che figurassero tra gli eleggibili o gli eletti al Maggior Consiglio, venne comandato il confino per quattro anni in località scelte dal Doge, con l'obbligo di non avvicinarsi a Padova, Vicenza e Treviso o ad altro territorio nemico di Venezia. I restanti rivoltosi catturati a Rialto furono amnistiati, a condizione che facessero atto di sottomissione al Doge e alla Repubblica.

Il Badoer, invece, che era stato catturato prima dell'accordo di resa, venne imprigionato, torturato ed infine condotto il 18 giugno a processo davanti al Supremo Tribunale della Quarantia: il 22 giugno venne emanata la sentenza di morte, eseguita il giorno stesso per decapitazione. Il giorno successivo fu la volta dei suoi compagni: ai capi (Saggino d'Este, Jacopo da Conegliano, Cecco d'Este, Giovanni e Gerardo d'Este, Giovanni Candidi) venne tagliata la testa, gli altri vennero invece impiccati alle forche.