La storia dell'architettura di Napoli è l'insieme di fatti, personaggi e progetti che hanno determinato lo sviluppo urbano ed architettonico della città nel corso di circa tre millenni.

Età antica Partenope

Partenope, fondata sul Monte Echia dai cumani nell'VIII secolo a.C., ha lasciato non molte tracce di sé, quali i resti di una necropoli del VII secolo a.C. e vari gruppi di materiali di abitato.

VI secolo a.C.: La rifondazione come Neapolis

Neapolis fondata nel VI secolo a.C. si caratterizza per uno schema planimetrico ortogonale: tre Plateiai (i futuri Decumani: Via dei Tribunali, Via Anticaglia e Via San Biagio dei Librai), orientate in senso est-ovest, e da una ventina di Stenopoi (che saranno i Cardi) che intersecano questi ad angolo retto in direzione nord-sud, formando insule da 185 per 35 m..

L'agorà/foro di Neapolis è posto in asse con il decumano maggiore ed è ancora oggi visitabile negli scavi delle fondazioni della Basilica di San Lorenzo Maggiore..

Ciò è dovuto ad una circostanza: in epoca medievale, infatti, a seguito di violentissimi nubifragi, una colata di fango (Lahar) livellò quest'area che formava una sorta di valle. Di conseguenza, il nuovo piano stradale fu ad esser rialzato - solo in questa zona - di una decina di metri rispetto al reticolo viario preesistente.

Per contro, nel resto del centro storico, quelle strade sono la stratificazione, senza soluzione di continuità, dei tracciati greci e romani, conseguentemente irraggiungibili. Ed è questo uno degli aspetti che determina l'unicità del centro storico di Napoli, entrato a far parte dei beni Patrimonio dell'Umanità.

Due colonne di spoglio del tempio dei Dioscuri, nel foro di Neapolis, le troviamo ancora oggi sulla facciata della vicina basilica di San Paolo Maggiore.. In effetti, fino ad un episodio sismico rovinoso nel XVII secolo, la facciata del Tempio originario era ancora del tutto integra, come ci attestano diverse acqueforti dell'epoca.

In posizioni più periferiche troviamo ancora edifici termali e stadi. In particolare, in Via dell'Anticaglia si possono osservare - inglobati nei muri delle successive costruzioni - pareti e contrafforti dell'antico Teatro, nel quale si esibì probabilmente Nerone come cantante.. Attualmente è in corso una difficilissima opera di recupero del manufatto che è sostanzialmente integro ma del tutto riempito dalle costruzioni successivamente erette.

I sepolcri sorgevano fuori le mura: sono stati individuati sulla collina di Santa Teresa, a Castel Capuano, ai Santi Apostoli, a San Giovanni a Carbonara, fra Castel Nuovo e via Verdi, sotto via Medina.

Napoli medioevale

In epoca medioevale anche Napoli assiste ad una forte contrazione economica, sociale e demografica. Sotto la dominazione angioina, nel 1262 la città divenne la capitale del Regno di Sicilia anche se, di lì a pochi anni, con la cacciata degli Angioini dalla Sicilia, iniziò un lungo periodo di conflitti fra Napoli e la Sicilia Aragonese.

Tra gli edifici di maggior importanza costruiti in questo periodo ricordiamo il Castel Capuano che permise l'apertura della città verso lhinterland a nord-ovest, il Castel Sant'Elmo che difendeva a monte la città, ed il Castel dell'Ovo. Questi tre bastioni permettevano il controllo della città da nord-ovest, dalle colline del Vomero e dal mare. Con l'avvento degli Angioini si ebbe anche l'edificazione (1279-82) di una nuova fortezza, Castel Nuovo (o Maschio Angioino), che ereditò la funzione di dimora dei sovrani di Napoli.

Tra le iniziative di Carlo I si ricordano, tra l'altro, la bonifica di vasti territori paludosi, l'incoraggiamento all'edificazione privata, la costruzione della chiesa di San Eligio., della Torre di San Vincenzo, di un ospedale e di un nuovo mercato, la sistemazione di strade, acquedotti e canali di irrigazione.

Età moderna Gli Aragonesi

La città durante il governo aragonese si arricchì ulteriormente di fondazioni religiose tanto da far diminuire l'area edile all'interno delle antiche mura. Napoli in quel periodo subì un sensibile incremento demografico, infatti il quel periodo si contarono circa abitanti, di conseguenza il governo aragonese decise di allargare le mura.

Gli ottimi contatti che avevano con i Medici fecero sì che in città giungessero i migliori architetti toscani per l'erezione dei palazzi aristocratici. Gli architetti toscani portarono anche nuovi sistemi di difesa e quindi la difesa fu potenziata e resa più efficace dalle armi tecnologiche.

Alla fine del secolo in città arrivò anche un architetto cosentino, Giovanni Francesco Mormando che insieme ai locali colleghi, ma di derivazione romana (tra questi Novello da San Lucano. e Gabriele d'Agnolo), aprì una nuova stagione del rinascimento napoletano che ebbe molti seguaci nel secolo XVI tra i quali Giovanni Francesco Di Palma, allievo e genero di Mormando.

Il viceregno spagnolo XVI secolo

Nel XVI secolo, il viceré Don Pedro de Toledo fece espandere la cinta delle fortificazioni, che consentì di raddoppiare la superficie urbana e di collegare i tre castelli (Castel Nuovo, Castel dell'Ovo, Castel Sant'Elmo). Le altre opere del viceregno furono la trasformazione del Castel Capuano in Tribunale grazie al lavoro di un importante architetto locale, Ferdinando Manlio che era già stato nominato architetto del regno. In tutto il cinquecento si formarono importanti architetti come Giovanni Francesco Di Palma, Gian Battista Cavagni, Giovanni da Nola, Ferdinando Manlio ed altri. Durante la seconda metà del XVI secolo la città si arricchì di nuove fabbriche religiose che nel secolo successivo formeranno lo stile barocco napoletano. Gli architetti della seconda metà del secolo erano per lo più appartenenti agli ordini religiosi come il francescano Giuseppe Nuvolo, e il gesuita Giuseppe Valeriano..

XVII secolo

In questo secolo la città si espanse verso la collina di Capodimonte (quartieri popolari) e sulla Riviera di Chiaia (quartieri borghesi). L'architettura napoletana era ancora permeata da strutture manieriste e le opere barocche erano poche e furono affidate ad architetti del calibro di Fanzago e di Lazzari; gli altri architetti, invece, si limitarono a progettare decorazioni interne di chiese e rimaneggiare i palazzi della borghesia. Le maggiori produzioni di Barocco si presentano in San Martino e nel Duomo. In città Dionisio Lazzari aprì una prolifica bottega che progettò i più splendidi complessi di marmi commessi.

XVIII secolo

Con la guerra di successione spagnola, Napoli passò sotto il dominio asburgico, con l'ausilio di viceré, sebbene governarono per ventisette anni, fu molto difficile affrontare i problemi urbanistici della città.

La figura centrale della prima metà del secolo fu Francesco Solimena che oltre ad essere pittore ed un eccellente architetto, fu fondamentale anche per la formazione di altri architetti che dominarono la scena fino alla prima metà del secolo: Ferdinando Sanfelice, Giovan Battista Nauclerio e Domenico Antonio Vaccaro.

Nel 1734 con l'arrivo dei Borbone, Napoli divenne di nuovo indipendente e uno dei primi atti di Carlo III di Borbone fu la tassazione dei beni ecclesiastici, frenando così l'espansione di suoli sacri; altro atto fu quello di abbattere una buona parte delle mura per rendere la città meno congestionata; nel 1740, inoltre, fu realizzato il nuovo catasto, che fu detto “onciario”, perché l'imponibile era espresso in once. L'elemento più debole del catasto onciario fu l'assoluta esenzione dal tributo dei beni feudali, che pure venivano accertati dai rilevatori; così su iniziativa di Bernardo Tanucci nel 1738 fu approvata una “prammatica” tendente a limitare la giurisdizione feudale, ma sei anni dopo il baronaggio ne ottenne la revoca.

Nuovi architetti emersero sulla scena urbana partenopea quali Giuseppe Astarita, Nicola Tagliacozzi Canale e Mario Gioffredo; quest'ultimo aderì alla corrente del neoclassicismo allora nascente. Con Carlo comparirono i nomi di altri architetti di varie formazioni ed estranei a quella locale come Giovanni Antonio Medrano (siciliano), Antonio Canevari (romano), Ferdinando Fuga (fiorentino) e Luigi Vanvitelli (napoletano ma di origine olandese con formazione romana). I quattro architetti progetteranno regge, ville, e complessi sempre in gusto barocco ma con influenze classiciste. Contemporaneamente si popolò anche la zona del vesuviano come luogo di villeggiatura dei nobili napoletani.

Nel 1775, epoca della pubblicazione della pianta del duca di Noja Giovanni Carafa Napoli contò circa abitanti.

Nel 1779 si conferì con decreto regio la ripartizione in dodici quartieri: San Ferdinando, Chiaia, Montecalvario, San Giuseppe, Porto, Portanova-Pendino, San Lorenzo, Avvocata, Stella, San Carlo all'Arena, Vicaria e Mercato. quando per la prima volta furono apposte le targhe e i numeri civici che, però, non erano altro che la riedizione delle dodici "deputazioni municipali" stabilite nel XIV secolo. Le deputazioni furono la naturale evoluzione delle “fratrie”, anch'esse una dozzina, che avevano funzioni religiose e politiche: Aristeri, Artemisi nei pressi di via Duomo, Ermei, Eubei presso il decumano inferiore, Eumelidi presso il Monte Echia, Eunostidi nei pressi del borgo dei vergini, Theodati, Kretondi presso l'attuale vico SS. Filippo e Giacomo, Kurmeni, Panclidi, Oinonei e Antinoiti nei pressi di San Giovanni Maggiore..

Età contemporanea XIX secolo La parentesi francese e il ritorno dei Borbone

Alla fine del secolo XVIII, sulla scia degli ideali della Rivoluzione francese, Napoli visse un periodo che portò prima all'effimera instaurazione della Repubblica Partenopea e, agli inizi del XIX secolo, dopo un momentaneo ritorno dei Borbone, ad un periodo di occupazione napoleonica.

Giuseppe Bonaparte, fratello di Napoleone, commissionò lo sbancamento del colle di Santa Teresa e la costruzione di un ponte sul Vallone della Sanità, opere che permettono la realizzazione del Corso Napoleone, grande strada che collega la Reggia di Capodimonte con il Palazzo Reale conferendo continuità con la precedente Via Toledo; oltre a ciò istituì il catasto urbano e iniziò anche la prima soppressione degli ordini religiosi, adattando i conventi della città ad abitazioni o ad uffici pubblici.

Con l'avvento di Gioacchino Murat, si decise un programma riformatore della città che prevedeva il decentramento della stessa in campo politico e urbano. Nonostante Napoli si arricchisse di istituzioni culturali importantissime, il periodo francese non fu dei più feliciSpagnoletti, Storia del Regno delle Due Sicilie, p. 94. Sotto il regno murattiano furono aggregate alla città i casali di Bagnoli, Fuorigrotta, Poggioreale e Vomero.

Con la restaurazione, al potere ritornarono di nuovo i Borbone. Il primo atto fu il completamento di Piazza del Plebiscito già iniziata dai francesi con l'innalzamento della Basilica reale pontificia di San Francesco di Paola (Pietro Bianchi) su imitazione del Pantheon che serviva anche a mascherare l'ingorgo urbanistico della retrostante collina di Pizzofalcone.

Nel 1839 fu istituito il Consiglio edilizio. al quale funzionamento erano preposti sei commissari, ognuno dei quali si occupava di due delle dodici sezioni cittadine, e ventiquattro architetti di “dettaglio”, due per ciascuna sezione. Ne fecero parte importanti architetti come Antonio Niccolini, Stefano Gasse, Gaetano Genovese e Errico Alvino, i quali progettarono alcuni esempi di architettura neoclassica come la Villa Floridiana, Palazzo San Giacomo., Villa Pignatelli e l'Accademia di Belle Arti. Si riprogettò il Teatro di San Carlo, la Villa Comunale, l'apertura di arterie viarie iniziate dai Francesi come Via Posillipo, la risistemazione di Via del Piliero che contribuirono allo sviluppo della città verso la collina del Vomero e di Bagnoli.

L'espansione edilizia continuava anche verso i casali della periferia nord.

Dal 1860 al 1914: Il risanamento