Biografia Arnold Gehlen studiò filosofia, germanistica, storia dell'arte, fisica e zoologia prima a Colonia, poi a LipsiaA. Gehlen, L'Uomo. La sua natura e il suo posto nel mondo', Mimesis 2010, v. introduzione a cura di Karl-Siegbert Rehberg, ISBN 978-88-575-0236-6. Durante i suoi studi, gli autori che lo influenzarono maggiormente furono il suo maestro Hans Driesch, Nicolai Hartmann e soprattutto Max Scheler.
Dopo la laurea nel 1927, nel Luglio 1930 Gehlen ottenne la libera docenza in filosofia con uno scritto dal titolo Wirklicher und unwirklicher Geist. Nel 1933 sostituì Paul Tillich, che fu costretto dal regime nazista ad emigrare negli Stati Uniti, presso l'Università di Francoforte. Nel 1934, a trent'anni, divenne professore ordinario all'Università di Lipsia acquisendo la cattedra che fu di Hans Driesch, costretto a pensionamento anticipato. Nel 1938 insegnò all'università di Königsberg e successivamente a Vienna dal 1940, finché fu richiamato dalla Wehrmacht, una prima volta nel 1941 come "Kriegsverwaltungsrat" (corrispondente al grado di maggiore), e poi nuovamente nel 1943, allorché, con il grado di "Leutnant" (tenente), fu ferito gravemente.
Si parla sempre, riguardo a Gehlen, di rapporti "controversi" con il regime nazista; Tuttavia dai suoi studi non emergono forme di propaganda: la sua opera maggiore, L'Uomo, demolisce a conti fatti ogni predilezione per la razza ariana.
Dopo essere stato sottoposto alla denazificazione insegnò presso l'Accademia Statale di Scienza Amministrativa di Spira. Noti esponenti della cultura tedesca del secondo dopoguerra, tra cui i francofortesi Adorno e Horkheimer, fecero pressione affinché non gli venisse attribuita una cattedra all'Università di Heidelberg, con l'accusa di essere stato un opportunista che, come precedentemente indicato, fece carriera subentrando a collegni rimossi dall'incarico per motivi razziali. Continuò ad insegnare alla Università di tecnologia di Aachen fino al pensionamento come professore emerito, nel 1969. Morì ad Amburgo pochi giorni dopo il suo settantaduesimo compleanno.
L'uomo Der Mensch. Seine Natur und seine Stellung in der Welt (L'uomo. La sua natura e il suo posto nel mondo) viene pubblicato per la prima volta nel 1940, per poi giungere ad una sesta edizione profondamente riveduta e corretta negli anni '70.
Considerato uno dei classici dell'antropologia filosofica, è la base teorica su cui si costruisce l'intero pensiero gehleniano.
L'essere umano come totalità organica L'esigenza filosofica di Gehlen è quella di pensare l'uomo e i modi della sua esperienza e della rappresentazione in una indivisibile unità: l'uomo non è considerato diviso in termini di corpo e anima, o corpo e spirito, o, seguendo lo schema di comprensione dell'idealismo trascendentale kantiano, come vivente una realtà che si sdoppia in fenomeno e realtà in sé. Per guadagnare l'unità nella costituzione umana, Gehlen elabora una formulazione biologica dell'uomo, quella di totalità organica, che considera l'unione dei molteplici caratteri umani e la loro relazione, senza accordare un ordine gerarchico tra gli organi costituenti, in modo tale da non assegnare un carattere costitutivo dell'uomo a un singolo tratto della sua esistenza. Con la nozione di totalità organica, cioè, Gehlen considera i vari componenti dell'uomo collegati in maniera tale che non si possa isolare un elemento componente (che sia la mente, il linguaggio, la mano, il pensiero astratto, etc.) e porlo come principio individuante e costituente per l'uomo, creando così una gerarchia ontologica tra i componenti.
Soltanto superando il dualismo corpo-spirito si può eliminare ogni tendenza metafisica e giungere ad una definizione di uomo che sia unitaria. In linea con questo intento, egli attinge alle scienze più diverse, dall'etologia alla psicologia cognitiva, dalla biologia alla neurologia, per studiare le tante strutture organiche dell'uomo. Configura quindi in termini di circuiti a retroazione le relazioni tra le varie componenti organiche, linguistiche e tecniche, per cui non sussiste una piena autonomia di una singola struttura, ma si deve sempre parlare di sistema umano. Tuttavia anche il sistema rintracciato nel singolo individuo umano è a sua volta parte organica del sistema socio-culturale della comunità umana: il comportamento e le rappresentazioni del singolo individuo, cioè, si risolvono nel sistema sociale di appartenenza. A sua volta il sistema della comunità umana espleta la propria esistenza in un sistema superiore costituito dall'unione con l'ambiente naturale d'esistenza. Le varie parti del sistema sono dunque interconnesse e direttamente correlate, non si può dunque parlare di una scissione in seno ai caratteri costituenti del mondo. Ogni struttura è condizione necessaria per l'esistenza del sistema stesso, quindi anche per le altre strutture, con cui non risulta più in opposizione. Così, grazie al pensiero cibernetico, ogni dualismo metafisico nel pensare l'essere umano, che sia quello corpo-spirito, individuo-società, natura-cultura, risulta irricevibile.
L'attività come principio di determinazione: il divenire storico del mondo e dell'uomo Il superamento della visione metafisica nella determinazione della realtà umana - come ad es. quelli espressi nei dualismi realtà fenomenica-realtà in sé, oppure mondo delle idee-mondo sensibile, o quella mente-corpo - , diverrebbe possibile mediante la sua teoria dell'azione. L'azione, l'attività, intesa come ciò che si realizza, non può essere colta, secondo Gehlen, come atto statico e definito una volta per tutte, cioè tramite una categoria metafisica - corpo, spirito, natura, cultura, etc. - che si determina a partire dai principi logici di identità e del terzo escluso, e che quindi è determinabile a priori in base alle categorie già esistenti, già date, ma racchiude in sé la dimensione del divenire, non orientata teleologicamente. L'attività è infatti per definizione un cambiamento di stato, una relazione temporale, cioè una trans-formazione. In questo senso Gehlen può dunque definire l'uomo come lessere che agisce (handelndes Wesen): poiché a differenza degli altri esseri, come gli animali che sono guidati dal mero istinto, egli non ha un comportamento specie-specifico, cioè il suo comportamento non è condotto da stimoli scatenanti endogeni o esogeni, ma può ritrarre, procrastinare o dare libero sfogo alla sua azione, secondo i suoi bisogni o le sue volontà. Non esiste quindi uno schema universale di comprensione dell'attività umana, come in Kant, bensì questo si dà storicamente. Inoltre, l'uomo è costretto a prendere posizione verso se stesso (zu sich selbst Stellung nehmen), poiché egli non tanto vive, quanto dirige la propria vita (er lebt nicht, er führt sein Leben). Ma dire che l'uomo è lessere dell'azione, significa dire che egli è caratterizzato dallincompiutezza (Unfertigkeit) che affonda le sue radici nella struttura fisica della nostra specie.
Le relazioni mondane dell'uomo: l'essere carente e il bisogno di stabilizzazione del mondo L'uomo non ha dunque, a differenza dell'animale, una relazione con il suo ambiente (Umwelt) impostata una volta per tutte a livello istintuale, codificata geneticamente, ma è propriamente un animale storico, in quanto le sue determinazioni mondane appaiono dettate dalle sue attività stabilite storicamente. Se l'animale ha nella sua relazione con l'ambiente un comportamento stabile, fissato - tramite processi di adattamento - secondo dinamiche istintuali, l'uomo non ha un ambiente proprio, e di conseguenza un comportamento istintuale. Riprendendo le tesi di von Uexküll, Gehlen sostiene dunque la mancanza nell'uomo di salde relazioni con l'ambiente in cui è inserito, che lo costringerebbero necessariamente a condurre la sua condotta verso la produzione di condizioni maggiormente favorevoli alla sua sopravvivenza. In questo senso il filosofo tedesco può definire l'uomo come animale carente (Mängelwesen), in quanto è un essere indeterminato in relazione al suo ambiente, privo di organi e funzioni "specializzate", e anzi diviene egli stesso costruttore del suo mondo. Se gli animali sviluppano, secondo un processo di adattamento all'ambiente, un comportamento e degli organi specializzati in relazione all'ambiente d'esistenza - come una pelliccia in relazione ad ambienti freddi, o la facoltà di arrampicarsi in relazione alla vita in una foresta - , l'uomo risulta invece un essere indefinito in quanto a organi o comportamenti specifici. Anche da una analisi del suo corredo organico e anatomico, l'uomo appare come un animale disadattato, che cioè non ha sviluppato una risposta adattativa specifica verso un determinato ambiente: Gehlen mutua queste concezioni dalle teorie della fetalizzazione e dello sviluppo neotenico dell'uomo, propugnate dall'anatomista olandese Lodewijk Bolk.
Questa teoria - ampiamente sostenuta nel mondo scientifico ancora oggi, ad esempio da Stephen Jay Gould, afferma, in virtù della comparazione tra gli stati fetali delle scimmie e degli uomini, una discendenza non lineare dell'uomo dalle scimmie, ma ipotizza la comparsa di un processo evolutivo collaterale per spiegare la filogenesi e l'ontogenesi umana. Si è infatti osservato che le caratteristiche morfologiche e fisiologiche tipiche dell'uomo sarebbero dei tratti pitecoidi primitivi e non quelli specializzati degli ominoidi, caratteri questi presenti solamente nei feti di queste specie - ad es. la possente dentatura per la masticazione di alimenti stopposi (come le radici), la robustezza del corpo, la peluria diffusa, non sono presenti nell'uomo se non in stati patologici, specie del sistema endocrino che regola, con l'emissione di ormoni, lo sviluppo dell'organismo. Proprio a partire da questa osservazione Bolk desunse la decisiva importanza dell'endocrino per la maturazione dei caratteri peculiari dell'uomo. Uno sviluppo diretto di organi primitivi da organi specializzati sarebbe impossibile secondo le nostre attuali conoscenze, che definiscono l'impossibilità per un animale con organi già specializzati, di tornare ad uno stato evolutivo precedente nella propria linea di discendenza filetica - legge di Dollo. Per rispondere a queste questioni è stata formulata da Bolk la teoria neotenica, secondo cui l'uomo manterrebbe i tratti fetali delle scimmie antropomorfe, a fronte di un più ampio spettro di adattabilità ambientale. L'uomo sarebbe dunque un essere indefinito in relazione all'ambiente, ma la sua attività avrebbe permesso di strutturare l'esistenza del singolo individuo umano in relazione alle condizioni ambientali in cui è gettato (Essere e tempo).