La basilica di Sant'Apollinare in Classe è una chiesa paleocristiana situata a Classe, nel comune di Ravenna, elevata nel 1960 alla dignità di basilica minore da papa Giovanni XXIII.

La basilica è inserita, dal 1996, nella lista dei siti italiani patrimonio dell'umanità dall'UNESCO, all'interno del sito seriale "Monumenti paleocristiani di Ravenna". Nel 2015 è stato il monumento più visitato in Emilia-Romagna con 157.736 visitatori.

Dal dicembre 2014 il Ministero per i beni e le attività culturali la gestisce tramite il Polo museale dell'Emilia-Romagna, nel dicembre 2019 divenuto Direzione regionale Musei.

Storia

Sant'Apollinare in Classe fu fondata come santuario martiriale, ovvero in onore e memoria del protovescovo (e martire) Apollinare, fondatore a Classe della prima comunità cristiana del RavennateDe Vecchi-Cerchiari, cit., pag. 195., del quale l'edificio conservava i resti di alcune parti delle sue spoglie.

Commissionata dal vescovo Ursicino (532-536) poco dopo la morte di re Teodorico, la chiesa fu costruita con i finanziamenti del banchiere Giuliano Argentario. Fu consacrata il 9 maggio 549 dal primo arcivescovo di Ravenna Massimiano.

La basilica fu scelta come luogo di sepoltura degli arcivescovi della città. Il primo ad essere inumato nel perimetro dell'edificio sacro fu Giovanni Romano (578-595); i successori furono deposti, almeno sino a Grazioso (784-789) dapprima nel nartece e poi all'interno della basilica. Le spoglie erano collocate in sarcofagi monumentali, in gran parte ancora visibili all'interno dell'edificio. La tradizione si è protratta fino agli inizi del IX secolo. Sul finire del IX secolo fu costruita la cripta, per volere del vescovo Domenico Ublatella (889-897), come luogo di conservazione delle spoglie di Sant'Apollinare, che fino a quel momento erano state conservate in altra parte della basilicaPaola Novara, Le cento chiese di Ravenna, Il Ponte Vecchio, Cesena 2023, pp. 79 e 115. La cripta di Sant'Apollinare in Classe fu la prima realizzata a Ravenna..

A partire dall'VIII secolo la cura della basilica fu affidata ai monaci regolari. Fu l'arcivescovo Sergio (744-769) a decidere l'edificazione di un monastero a fianco del tempio. I monaci camaldolesi vi risiedettero fino all'invasione napoleonica del 1798. Successivamente il monastero cadde in rovina. La basilica stessa passò fra i beni del demanio in seguito alle leggi eversive francesi.

Nel XIX secolo la basilica venne salvata dall'abbandono e restituita alla dignità di monumento. Negli anni 1869-1880 furono effettuati i primi interventi di tutela a cura del nuovo Stato italiano. Intorno al 1877 vennero demoliti alcuni resti delle strutture moderne addossate alla facciata e nel 1878 sono documentati lavori di riparazione dei muri esterni. La vera rinascita della basilica arrivò alla fine del secolo. Nel 1897 Corrado Ricci assunse la direzione della nuova Soprintendenza per i monumenti di Ravenna e avviò un vasto programma di restauri. La campagna proseguì, con diverse fasi, fino al 1910-1911. L'obiettivo fu quello tipico della cultura del restauro dell'epoca: «liberare» il monumento dalle aggiunte successive e restituirgli, per quanto possibile, un'immagine ritenuta vicina a quella originaria. Furono quindi eliminate strutture più tarde, sistemate le murature, restaurate le parti esterne e soprattutto ricostruito il settore d'ingresso (nartece).. Nello stesso periodo venne formalmente istituita la parrocchia di Sant'Apollinare in Classe (decreto arcivescovile del 4 novembre 1911). Di conseguenza la basilica non fu più percepita come monumento vetusto, ma come cuore pulsante della vita religiosa di una comunità: quella di Classe.

Durante la Seconda guerra mondiale Sant'Apollinare in Classe si trovò in una situazione drammatica. Il suo campanile cilindrico, altissimo e perfettamente visibile nella pianura, venne utilizzato come punto di osservazione e diventò quindi un obiettivo militare. Il suo utilizzo come torre d'avvistamento rischiò di provocare la distruzione dell'intero complesso. Già nel 1942 la basilica era stata sottoposta a cannoneggiamenti e che nel novembre 1944, durante la ritirata tedesca, fu addirittura predisposta la minatura del campanile. Il 19 novembre Classe fu occupata dagli Alleati e un'azione dei partigiani, insieme all'intervento dell'ufficiale britannico Wladimir Peniakoff ("Popski"), contribuì a evitare che la basilica venisse fatta saltare.

Nel dopoguerra la basilica viene progressivamente valorizzata sia sul piano religioso sia su quello storico-artistico. Un passaggio simbolico fu il 7 ottobre 1960, quando papa Giovanni XXIII la elevò alla dignità di basilica minore. Nel 1962 la cura pastorale del luogo di culto fu assegnata ai monaci benedettini vallombrosani, che rimasero a Classe fino al 1984. Nei primi anni 1970 il monumento fu nuovamente oggetto di restauri, che si conclusero nel 1976: fu consolidata la staticità dell'edificio. L'11 maggio 1986, nell'ambito della sua visita pastorale in Romagna dell'8-11 maggio, papa Giovanni Paolo II celebrò la Messa nella basilica. La celebrazione venne dedicata alla memoria dei santi Cirillo e Metodio e coincise con il giorno dell'Ascensione. In quell'occasione Wojtyła interpretò Ravenna non semplicemente come città d'arte, ma come luogo storico dell'incontro fra Oriente e Occidente.

Descrizione La facciata, in parte rifatta come altre parti della chiesa e alleggerita dall'apertura di una trifora, è preceduta da un ampio nartece (o più comunemente detto, proprio per gli edifici paleocristiani ravennati, 'ardica'), sotto cui ci sono marmi ed iscrizioni. Gli stipiti e l'architrave del portale sono in marmo greco. Inoltre, si pensa che ci fosse un quadriportico, oggi scomparso (non si hanno certezze).

A sinistra della chiesa c'è il campanile del IX secolo che si alza con la sua forma cilindrica, le cui aperture, dal basso verso l'alto, sono monofore, poi bifore e infine trifore. Quest'accorgimento rende il campanile più stabile e leggero, in modo che possa reggersi senza crollare. Seguendo gli schemi dell'architettura bizantina, l'abside centrale è affiancata da due absidiole laterali dette pastoforia.

Le pareti La basilica è a tre navate con copertura in capriate scoperte, con corpo mediano rialzato e abside poligonale affiancata da due cappelle absidate.

Le navate sono separate da due file di dodici colonne con fusti di marmo striato del Proconneso, capitelli a foglie "mosse dal vento" e pulvini con una croce scolpita sul lato della navata; le colonne sono collegate da arcate.

Al centro della basilica, sul luogo del martirio del santo, è collocato un altare antico.

Lungo i muri della basilica sono sistemati numerosi sarcofagi databili dal V all'VIII secolo. Essi danno la possibilità di valutare i cambiamenti di stile che ci sono stati nel corso dei secoli. Dai rilievi di straordinaria plasticità, con figure umane, dei sarcofagi romani, si passa alle simbologie bizantine, quindi alla sempre maggiore astrazione e semplificazione di tali simbologie.

Le pareti sono spoglie, eccetto la zona absidale, ricoperta da mosaici, risalenti a epoche diverse.

Mosaici Tutta la decorazione del catino absidale risale circa alla metà del VI secolo e si può dividere in due zone estremamente diverse:

Nella parte superiore un grande disco racchiude un cielo stellato nel quale campeggia una croce gemmata, che reca all'incrocio dei bracci il volto di Cristo "Salus Mundi" (salvezza del mondo) dentro un medaglione circolare. Sopra la croce si vede una mano che esce dalle nuvole, la mano di Dio. Ai lati della croce le lettere greche Alfa e Omega. A destra e sinistra del disco, appaiono tra le nubi le figure di Elia e Mosè. I tre agnelli, che si trovano spostati un po' verso il basso, proprio all'inizio della zona verde, con il muso rivolto verso la croce gemmata, simboleggiano gli apostoli Pietro, Giacomo e Giovanni: siamo probabilmente di fronte alla rappresentazione simbolica della Trasfigurazione sul Monte Tabor. La scelta del tema è strettamente legata alla lotta all'arianesimo, poiché ribadisce la natura divina di Gesù Cristo, negata dalla dottrina ariana.

Nella zona inferiore si allarga una verde valle fiorita, con rocce, cespugli, piante e uccelli. Al centro si erge solenne la figura di Sant'Apollinare di Ravenna, primo vescovo della città, con le braccia aperte in atteggiamento orante, cioè ritratto nel momento di innalzare le sue preghiere a Dio perché conceda la grazia ai fedeli affidati alla sua cura, qui rappresentati da dodici agnelli bianchi, ovvero i dodici apostoli.

Nell'arco absidale al centro troviamo un clipeo con il Cristo benedicente, ai lati del quale, stanno i simboli alati degli evangelisti: da sinistra Aquila (Giovanni), Angelo (Matteo), Leone (Marco), Toro (Luca).

Nei rinfianchi dell'arco vi sono due palme, che nella letteratura biblica sono emblema del giusto. Sotto a queste si trovano le figure degli arcangeli Michele e Gabriele, con il busto di San Matteo e di un altro santo non chiaramente identificato, di esecuzione più tarda (primo XII secolo).

Negli spazi tra le finestre sono rappresentati quattro vescovi, fondatori delle principali basiliche ravennati: Ursicino, Orso, Severo ed Ecclesio, vestiti in abito sacerdotale e recanti un libro in mano.

Ai lati dell'abside si trovano due pannelli del VII secolo: quello di sinistra, molto rimaneggiato, riproduce l'imperatore bizantino, Costantino IV (668-685), mentre conferisce i privilegi per l'autocefalia della Chiesa ravennate a Reparato, inviato dell'arcivescovo Mauro.

Nel pannello di destra sono rappresentati Abramo, Abele e Melchisedec attorno ad un altare mentre offrono un sacrificio al Signore.

La rappresentazione di Apollinare tra gli apostoli figurati è una legittimazione per Massimiano, primo arcivescovo di una diocesi direttamente collegata ai primi seguaci di Cristo, essendo Apollinare, originario di Antiochia, secondo la Tradizione della Chiesa, discepolo di San Pietro.

Restauri hanno permesso di scoprire una sinopia al di sotto dei mosaici del catino, scoprendo come il tema decorativo, già con fiori, frutta e coppe con uccelli, venne cambiato proprio in occasione della necessità di celebrare il raggiunto rango di arcidiocesi.

I ritratti degli arcivescovi ravennati, dipinti nei muri della navata centrale, in gran parte furono eseguiti durante il XVIII secolo. Arredi In un angolo della basilica è collocato uno dei pezzi scolpiti più significativi dell'arte ravennate di epoca bizantina: il ciborio di Sant'EleucadioPaola Novara, Le cento chiese di Ravenna, Il Ponte Vecchio, Cesena 2023, pag. 82.. Secondo la tradizione, Eleucadio fu il secondo successore di Apollinare (in un'epoca in cui l'episcopato aveva sede nella Civitas Classis). Il ciborio fu collocato nel suo sacello. All'inizio del IX secolo l'arcivescovo Valerio (789-810) decise di trasferirlo nella basilica, dove è tuttora conservato.

Note

Bibliografia Pierluigi De Vecchi, Elda Cerchiari, I tempi dell'arte, volume 1, Milano, Bompiani, 1999.

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