Il druida o druido (pl. druidi; nei testi classici non è attestato il singolare e compaiono solo i plurali greco druidai e latini druidae e druides) è il dignitario appartenente a una classe dirigente sacerdotale, al quale competevano, tra i Celti della Gallia e delle isole Britanniche, l'adempimento di riti di culto comprendenti anche il sacrificio umano, l'interpretazione degli auspici, la conservazione e la trasmissione del sapere tradizionale, la presidenza delle assemblee religiose, l'arbitrato nelle controversie tra tribù e l'amministrazione della giustizia civile e criminale (in particolare nei casi di assassinio).
Fonti Le nostre conoscenze sui druidi si fondano su una documentazione quantomai complessa e a volte contraddittoria, composta, da un lato, da testimonianze archeologiche, iconografiche ed epigrafiche (utili solo ad inquadrare i druidi nella loro cornice culturale) e, dall'altro, da fonti letterarie, distinguibili in questo caso in testi classici e fonti in lingue celtiche (antico irlandese e gallese). È doveroso però sottolineare come le informazioni fornite dai geografi e dagli storici greci e latini, nonostante il loro carattere frammentario e a volte idealizzante, siano giudicate più degne di fede delle antiche fonti letterarie irlandesi e gallesi, in cui la figura dei druidi riveste un ruolo marginale ed è investita di poteri magici. A sua volta, tra le fonti classiche, la testimonianza di Giulio Cesare è sicuramente la più ampia e la più organica, ma non va dimenticato che "Cesare non si interessava dell'etnografia gallica come tale" e che i brani etnografici contenuti nel libro VI del suo De bello Gallico sono piegati a convenzioni letterarie e, soprattutto, a finalità politiche. Non poca ambiguità è ingenerata poi nei testi classici dall'utilizzo del termine greco Γαλάται (Galati), che in senso stretto definiva le popolazioni celtiche emigrate nel III secolo a.C. in Asia Minore, ma di cui spesso gli autori si servivano in alternativa all'etnonimo Galli: di incerta interpretazione risulta pertanto la notizia riportata da Diogene Laerzio circa l'esistenza dei druidi sia tra i Κελτοί (Keltoi) sia tra i Γαλάται (Galatai), poiché, tradotto alla lettera, il passo consentirebbe di ipotizzare una più estesa presenza dei druidi nel mondo celtico o quantomeno tra i Galati della penisola anatolica. Nonostante le attestazioni letterarie siano dunque a tal punto parziali da non consentirci neppure di delineare con certezza l'area di diffusione del sacerdozio druidico e benché le fonti archeologiche ed epigrafiche risultino di carattere puramente sussidiario, non si può non rilevare come queste testimonianze abbiano fornito nel corso dei secoli ampia materia a eruditi, poeti e artisti per ogni genere di speculazione, mistificazione e fantasticheria.
Le testimonianze archeologiche Benché sia sempre particolarmente arduo stabilire una correlazione tra un reperto materiale e un rituale religioso, è indubbio che non pochi rinvenimenti archeologici concorrono perlomeno a corroborare la veridicità delle fonti scritte in relazione al carattere particolarmente cruento dei rituali druidici. Sono stati portati alla luce infatti, tanto in Provenza, quanto nella Germania meridionale, dei sacelli decorati da nicchie con, incastrati all'interno, interi corpi umani o, più spesso, teschi recisi. Parimenti il rinvenimento in varie località francesi, tedesche ed inglesi, di teste recise precipitate all'interno di pozzi e calderoni votivi sembrerebbe confermare il rituale sacrificale dei druidi al dio celtico Teutates/Toutatis, cui fanno riferimento tanto le fonti scritte (in questo caso gli scoli, cioè le glosse a commento, del testo di Lucano), quanto, forse, le raffigurazioni del calderone di Gundestrup. Dei resti umani figuravano tra i trofei d'armi con cui erano ornate le pareti del santuario celtico di Gournay-sur-Aronde in cui gli archeologi hanno portato alla luce più di 300 armature complete.
Le testimonianze iconografiche ed epigrafiche Va precisato preliminarmente che, poiché il termine di "druido" non ricorre in nessuna delle iscrizioni dedicatorie di età romana dalle quali si evincono i nomi di ben 374 divinità celtiche, ogni correlazione tra questi sacerdoti e una qualsivoglia raffigurazione o immagine sacra si riduce ad una semplice ipotesi. Anche in questo caso, tuttavia, quantomeno a conferma del ruolo e del rilievo attribuiti dagli autori classici al sacerdozio druidico, qualche elemento di prova può essere desunto per confronto con la dignità, epigraficamente ben attestata, che gli subentrò e che divenne il simbolo dell'unità religiosa della Gallia sotto l'egida del culto imperiale romano: la prestigiosissima carica di "sacerdos Romae et Augusti ad aram quae est ad conflentes Araris et Rhodani" (o semplicemente "ad confluentem") con cui il potere romano sembra avere inteso compensare i notabili gallici della soppressione del druidismo. A tale "Sacerdote di Roma e di Augusto presso l'altare sito alla confluenza della Saona e del Rodano" spettava infatti la presidenza del Concilio delle Tre Gallie ("concilium Trium Galliarum"), ossia di un'assemblea che, rievocando le antiche adunanze della Gallia indipendente, si riuniva il 1º agosto, giorno sacro al dio Lúg, a Lugdunum, l'attuale Lione, presso l'altare che sorgeva nel Santuario delle Tre Gallie alla confluenza di Rodano e Saona (lat. Arar). Fu dunque a partire dal 12 a.C. che la festa di Roma e di Augusto si sostituì nelle Gallie alla festa celtica nota in gaelico col nome di Lughnasadh.
I testi greci e latini Di diverso valore e grado di faziosità, le testimonianze letterarie classiche relative ai druidi possono essere distinte in due gruppi di testi: si trovano infatti, da un lato, un filone di riferimenti storico-etnografici riconducibili all'opera del filosofo stoico Posidonio di Apamea (135-50 a.C.) e, dall'altro, una serie di scritti ascrivibili alla tradizione scolastica alessandrina di I secolo d.C. Mentre in questi ultimi la figura dei druidi viene ampiamente idealizzata e identificata con quella di filosofi pitagorici credenti nella metempsicosi, è dalla tradizione risalente a Posidonio che è possibile ricavare la maggior parte delle informazioni afferenti alle usanze di questi sacerdoti. Dal filosofo stoico, il quale dedicò il XXIII dei 52 libri delle sue "Storie" ai Celti e alle loro tradizioni, dipendono infatti in larga misura le notizie sui druidi contenute nelle opere di Strabone (63 a.C. -21 d.C.), di Diodoro Siculo (60-30 a.C.) e, in parte, dello stesso Giulio Cesare; così come è al filone di studi posidoniani che vanno collegate le tradizioni tramandate da Timagene (I sec. a.C.) e riprese dallo storico del IV secolo d.C. Ammiano Marcellino, nonché le informazioni cui attinse il geografo Pomponio Mela (I sec. d.C.), il passo in cui Plinio il Vecchio (23-79 d.C.) parla di magia druidica e, infine, i riferimenti ai druidi contenuti negli Annali di Tacito (56-120 d.C.). Al contrario, la visione idealizzata del druida-filosofo cara alla tradizione scolastica di Alessandria d'Egitto e trasmessa attraverso gli scritti di Dione Crisostomo (40-120 ca. d.C.) e di Diogene Laerzio (180-240 d.C.) ai primi Padri della Chiesa (Clemente Alessandrino, Cirillo e Origene)La sopravvivenza fino al XVI secolo di questa visione idealizzata del druida è attestata dall'introduzione del "De Magia" di Giordano Bruno: «Magus primo sumitur pro sapiente, cuiusmodi erant Trimegisti apud Aegyptios, Druidae apud Gallos, Gymnosophistae apud Indos, Cabalistae apud Hebraeos, Magi apud Persas (qui a Zoroastre), Sophi apud Graecos, Sapientes apud Latinos». ha contribuito non poco, come si è detto, alla creazione dell'immagine del druida, campione di libertà e depositario di arcani saperi, cara nel tempo a primitivisti, romantici, nazionalisti e neopagani celtisti.
Le fonti celtiche Seppure diversissime dalle fonti classiche e benché in larga misura incomprensibili agli stessi scrivani che le trascrissero nell'Alto medioevo, le antiche versioni in celtico, nonostante i limiti cui sopra si è accennato, non solo confermano l'importanza sociale del sacerdozio druidico, ma avvalorano le nostre conoscenze almeno in merito all'interpretazione degli auspici e alla trasmissione del sapere sacro e profano da parte dei druidi. Si tratta tanto di antichi racconti gallesi noti come mabinogi, quanto di leggende irlandesi raccolte nel Ciclo dell'Ulster e in quelli di Finn e di Artù, che, trasmessi oralmente per secoli e trascritti solo nell'XI secolo, lasciano intravedere, tra gli elementi di origine mitica e gli abbellimenti propri del genere epico, anche i riflessi del mondo celtico del V-VI secolo sopravvissuto alla romanizzazione: un mondo illetterato, primitivo e pagano in cui i druidi condividevano con i bardi ed altri sapienti un rango sociale inferiore soltanto alla nobiltà. Riveste di sicuro un certo interesse in tal senso un personaggio di primo piano del ciclo dell'Ulster, Cathbad: divenuto druida dopo essere stato il capo di una schiera di guerrieri, funge da consigliere del re dell'Ulster (suo figlio Conchobar), prende per primo la parola nelle riunioni, insegna ai discepoli la sapienza tradizionale, consiglia i giovani guerrieri nella scelta delle armi, trae gli auspici e prevede il futuro, pronosticando il successo in guerra dell'eroe divino da lui insignito del nome onorifico di Cú Chulainn (cane da caccia di Culann), ma anche vaticinando il tragico destino dell'eroina Deirdre. Il dato più significativo che si può dedurre dagli antichi poemi irlandesi – come del resto dalle fonti agiografiche, come la Vita di san Patrizio, o dalle storie medievali come l'Historia Brittonum di Nennio – va però identificato nella progressiva relegazione, in un mondo ormai cristiano, del druida, declassato dal rango di sacerdote a quello di mago in grado di preparare pozioni dell'oblio, di levarsi in volo e di assoggettare al suo volere gli elementi della natura: non è quindi un caso che il termine irlandese moderno per "magia", draíocht, derivi attraverso l'irlandese antico druídecht da druí, antico irlandese per "mago" (plurale druid, si veda anche il gallese dryw, "veggente").
Origine del nome Le possibili origini etimologiche della parola druido sono molte e si dubita abbastanza che la parola possa essere antecedente alle lingue indoeuropee. Si pensa che la parola derivi dall'unione di due parole celtiche: "duir", che vuol dire quercia, e "vir", una parola che significa "saggezza". Plinio dà una prima etimologia della parola collegandola alla radice greca della parola quercia, nel libro che porta il titolo Storia Naturale (Naturalis Historia XVI, 249-251). "Orbene, quercia in gallico si dice dervo, daur in gaelico, derw in gallese." "la parola non può che risalire ad un antico celtico druwides che si può scomporre in dru, prefisso accrescitivo di valore superlativo (che si trova anche nel francese dru "folto", "fitto", "forte"). Cosa non del tutto arbitraria, considerato che i celti dell'odierna Francia avevano intensi rapporti culturali e commerciali con i greci della vicina città greca di Massalia (l'odierna Marsiglia), e usavano l'alfabeto greco per scrivere; aspetto testimoniato da Cesare nel capitolo 14 del VI libro del De bello Gallico. Ciò ha portato a supporre che druid- derivasse dal greco drus, quercia, e dal suffisso indoeuropoeo (e greco) -wid "sapere", "scienza", per cui il senso complessivo sarebbe "coloro che sanno per mezzo della quercia", "gli studiosi della quercia", (dal punto di vista religioso-simbolo). Una delle opinioni più diffuse cita "I druidi sono i molto veggenti o i molti sapienti, ciò che sembra conforme alle diverse funzioni loro attribuite" (J. Markale, il druidismo, Milano 1997).
Ruolo sociale