Il broccolino è una varietà linguistica parlata dagli italoamericani di Brooklyn, uno dei cinque distretti della città statunitense di New York. Broccolino è anche il nome italianizzato di Brooklyn, probabilmente attribuitogli durante l'emigrazione italiana negli Stati Uniti.

L'emigrazione italiana negli Stati Uniti Tra le mete migratorie nel periodo postunitario, oltre ai paesi europei come Francia, Svizzera e Germania, figurano anche Stati Uniti, Argentina e Brasile. Nel periodo tra il 1880 e il 1914 più di quattro milioni e mezzo di italiani, provenienti soprattutto dall'Italia meridionale, sbarcarono negli Stati Uniti. Gli espatri dall'Italia raggiunsero quasi i sei milioni, prima di arrestarsi nel 1976, quando iniziarono i rientri.

Dopo la prima guerra mondiale il governo statunitense impose restrizioni per i flussi migratori emanando l'Immigration Act o Barred Zone Act, che richiedeva un test di alfabetizzazione per tutti gli immigrati di età superiore ai 16 anni e, più tardi, l'Immigration Act o Johnson Act (1924) limitò il numero delle entrate dei migranti negli Stati Uniti.

Secondo Tullio De Mauro è possibile studiare l'emigrazione italiana su tre profili: demografico: in quanto causa del diradamento della popolazione; economico: migliorarono i salari, i contratti di lavoro e gli immigrati inviarono denaro a coloro che erano rimasti in patria; linguistico: sfoltì l'analfabetismo e la massa di dialettofoni soprattutto nel Sud Italia, dove la scuola si sviluppò solo a cavallo della prima guerra mondiale. La dialettofonia esclusiva si attestava al 97,5% negli anni dell'unificazione, ma andò diminuendo: dall'86-90% nel 1861 al 23-32% nel 1951Hermann W.Haller, Una lingua perduta e ritrovata. L'italiano degli italo-americani, Firenze: La Nuova Italia, 1993, p. 5 arrivando al 20% negli anni OttantaGensini S., Elementi di storia linguistica italiana, Bergamo-Bari-Firenze: Minerva, 1985a. Per gli emigrati il registro di comunicazione prevalente erano i dialetti locali e non venivano a conoscenza dell'italiano standard, a causa della distanza tra i due paesi. I dialetti avevano anche un sostrato culturale e identitario, un ricordo della vita in Italia, mentre l'apprendimento dell'inglese voleva dire successo e ascesa socialeHermann W.Haller, Una lingua perduta e ritrovata. L'italiano degli italo-americani, Firenze: La Nuova Italia, 1993, p. 4.

Si crearono comunità dialettofone su base regionale o provinciale, dove però le attitudini degli italiani verso l'italiano erano più negative che positive, molti genitori, per esempio, erano contrari all'insegnamento dell'italiano ai figliY. Correa-Zoli, «The language of Italian American», in C. Ferguson e S. Heath, Language in the USA, Cambridge: Cambridge Press, 1981, pp. 239-256.

In questo contesto socioculturale i contatti tra lingua e dialetto contribuirono a creare un continuum linguistico che non aveva delimitazioni nette e che, accanto all'inglese, passava dall'italiano dialettale al dialetto italianizzato, ai pidgin di tipo italo-americano, ai dialetti arcaici.

Caratteristiche Sono state individuate cinque fasi che ripercorrono lo sviluppo della lingua italiana nel nord AmericaR. Di Pietro, «Language as a marker of Italian ethnicity», in Studi emigrazione, vol. 42, 1976, pp. 207-217: nella prima l'italiano e, più spesso, il dialetto regionale prevalgono sull'inglese che è relegato ad espressioni fisse come Ok, that's alright o Yeah; nella seconda fase la conoscenza dell'inglese è ancora debole, ma avviene il cambio del codice linguistico a cui si fa risalire una prima forma di italoamericano, caratterizzato da un linguaggio che ha spesso base regionaleR. Di Pietro, «Bilinguismo e italiano come lingua seconda negli Stati Uniti», in Il veltro, 1986, p 17; la terza fase è caratterizzata dall'utilizzo dell'italoamericano nelle comunità italiane. Vi è ancora il cambiamento di codice dove la base è l'italoamericano e l'inglese è la lingua di sostituzione; nella quarta fase si utilizza soprattutto l'inglese, mentre l'italoamericano passa in secondo piano; infine, nella quinta fase c'è una totale scomparsa delle influenze italoamericane dato che i parlanti sono ormai monolingui in inglese.

Dagli studi sugli italo-americani di New York e Long Island si rileva l'esistenza di una lingua franca non-standard«Quando invitati a parlare l'italiano standard, i soggetti producevano infatti tale varietà semiformale, fatto che permette di assumere la presenza di una lingua franca italo-americana, che si sarebbe formata tra gli emigranti dialettofoni provenienti da varie parti d'Italia. […] Naturalmente le condizioni specifiche delle lingue degli emigrati, associate alle caratteristiche sociali peculiari nel contesto della nuova società, producevano una varietà parlata “alta” nuova e diversa negli Stati Uniti.» (Hermann W.Haller, Una lingua perduta e ritrovata. L'italiano degli italo-americani, Firenze: La Nuova Italia, 1993, p.8), omogenea e parlata da emigrati provenienti dal Sud Italia che la usavano per la comunicazione “alta” al di fuori dall'ambito della famiglia, in cui prevalevano dialetti stretti o varie forme di pidginIbidem, p. 4.

La presenza di una lingua franca condivisa da chi proveniva da regioni diverse dell'Italia potrebbe essere il risultato del livellamento dialettale grazie al quale la grande varietà di dialetti converge verso una forma comune. Alcuni esempi lessicali sono l'utilizzo di 'scudo' (probabilmente risalente ai primi immigrati dall'Italia poco dopo l'unificazione) con il significato di ‘dollaro’, oppure pezzo/pezza usati con il medesimo significato (che si riferisce all'usanza di tagliare le monete d'oro in parti uguali, ognuno con valore di un dollaroDi Pietro R., «Bilinguismo e italiano come lingua seconda negli Stati Uniti», in Il veltro, 1986, p. 16).

La lingua franca italo-americana si distingue per la prevalenza di caratteristiche dialettali sugli anglicismi e sui tratti popolariHermann W.Haller, Una lingua perduta e ritrovata. L'italiano degli italo-americani, Firenze: La Nuova Italia, 1993, p.8. Il suo utilizzo varia a seconda di fattori come età, generazione, sesso, livello di scolarizzazione, inserimento sociale, itinerario migratorioDalla voce Italoamericano, in Treccani.it, URL consultato il 18/12/2014. Basando l'analisi sul fattore generazionale, i soggetti anziani – quindi appartenenti alla prima generazione – sono emigrati soprattutto dalle zone rurali dell'Italia meridionale e si sono stabiliti negli Stati Uniti senza una valida preparazione sociale e culturaleHermann W.Haller, «Come si parla l'italiano negli Stati Uniti», in Italiano e oltre, 1986, n.1, pag 37.

Sono quelli che non hanno acquisito perfettamente l'inglese e presentano un alto grado di convergenza tra dialetto e inglese. I giovani della prima generazione che, invece, hanno frequentato la scuola in Italia, hanno una competenza migliore nell'italiano standard. Lasciano penetrare alcuni termini dialettali nel loro registro alto che è privo di convergenza con l'inglese. Tuttavia, per questa generazione il quadro resta molto vario e i confini con la prima possono essere in qualche caso sfumati: dipendono, per esempio, dagli anni d'istruzione in Italia e negli Stati Uniti, dall'atteggiamento linguistico dei genitori e dei parenti, l'influenza dei coetanei americani e dell'istruzione scolastica nel nuovo paeseIbidem, pag 38. Haller distingue le due generazioni grazie all'età media al momento dell'emigrazione (11,7 contro 25 anni dei parlanti di prima generazione), per la media superiore di anni d'istruzione (12,2 della prima generazione di giovani, contro 7,2 anni per la prima generazione), per l'età media inferiore (44,5 contro 57,3), e per la permanenza più lunga negli Stati Uniti (31,8 contro 27,5) ..

Con la seconda generazione di giovani l'inglese è la varietà dominante, ma è evidente la diglossia costituita dall'inglese e dagli elementi dialettali, popolari e anglo-americani acquisiti da genitori e nonni. Si verifica il degrado nella competenza della varietà alta con discorsi zoppicanti, pieni di ripetizioni, autocorrezioni, silenzi disperati, quando non capita la parola giustaHermann W.Haller, Una lingua perduta e ritrovata. L'italiano degli italo-americani, Firenze: La Nuova Italia, 1993, p.19. Si tratta di una generazione nata in America da genitori italiani. Generalmente tende al monolinguismo anglofono, che si rivela anche quando si tenta di parlare italiano: per esempio è frequente l'utilizzo di andar fuori con il significato di 'uscire', perché tradotto dall'inglese going out; oppure il plurale del verbo ne «la gente mi trattavano», che si spiega considerando il plurale del sostantivo inglese peopleHermann W.Haller, «Come si parla l'italiano negli Stati Uniti», in Italiano e oltre, 1986, n.1, p. 39.

Le indagini sulle comunità di New York hanno rivelato che la perdita dell'italiano diminuisce con l'avanzare dell'età nella prima generazione, ma lo slittamento linguistico, e quindi l'avviarsi dell'italiano ad essere percepito come lingua straniera, aumenta con l'avanzare dell'età nella seconda generazione.

Caratteristiche dialettali Fonologia L'incontro dinamico tra l'inglese, l'italiano standard e le caratteristiche dialettali regionali ha prodotto un grado di dialettalità variabileMolti degli esempi riportati sono tratti da Una lingua perduta e ritrovata. L'italiano degli italo-americani di Hermann W.Haller. L'indagine è stata svolta tra il 1978 e il 1979 sulle comunità metropolitane di New York..

I tratti dialettali più frequenti, tipici dei dialetti meridionali, si riscontrano nella sonorizzazione di /p/ e /t/ intervocaliche (lasciado, trovado), la sonorizzazione della /t/ tra –n e vocale (tando), l'assimilazione di rl a –rr- (parro per 'parlo', parrano per 'parlano') e nd a -nn- (quanno). Altre caratteristiche sono l'apocope (so iuta, so cambiate), la sincope (mi rcordo, certament) e le consonanti raddoppiate come la 'b' (subbito)Hermann W.Haller, Una lingua perduta e ritrovata. L'italiano degli italo-americani, Firenze: La Nuova Italia, 1993, p.10. Questi residui dialettali prevalgono negli individui anziani, di prima generazione, diventati bilingui in età adulta.

Morfosintassi È la morfosintassi ad avere il maggior numero di elementi dialettali, soprattutto per gli emigrati di prima generazione. Tra gli emigrati che hanno frequentato alcuni anni di scuola in Italia, si possono trovare giovani che parlano correttamente l'italiano e altri che hanno qualche incertezza. Nel complesso sono in grado di tenere separate le varie lingue ma, avendo vissuto in un ambiente dialettofono anche negli Stati Uniti e, a fronte di un'inerzia linguistica, presentano molti dei tratti morfosintattici elencati di seguito. Gli italo-americani sostituiscono spesso l'articolo determinativo con 'a', soprattutto se femminile singolare (a giobba, a gente, a luce, a lavatrice).

Il pronome personale atono 'ci' si unisce spesso alla forma verbale andando a sostituire la terza persone singolare e plurale italiana (gli, le, loro). Alcuni esempi: «se incontri uno non ci (gli) puoi parlare», «ci (loro) danno i soldi»Ibidem, p. 11. Comune nei dialetti meridionali è l'amplificazione del comparativo degli aggettivi (più meglio).

La congiunzione 'che' è spesso usata con funzione polisemica: «a highschool che io sono andato» (funzione locale), «ho lasciato l'Italia che avevo diciannove anni» (funzione temporale)Ibidem, p.12; o può sostituire il pronome relativo: «la temperatura che non mi sono mai potuta adattare». Gli aggettivi possessivi vengono spesso utilizzati in posizione postnominale, tendenza tipica dei dialetti meridionali: a casa tua, il dialetto tuo.