Chakra (), adattamento occidentale del termine sanscrito traslitterato come cakra (in scrittura devanāgarī चक्र)sanskritdictionary.com, indica una "ruota", un "disco" o un "cerchio"Sani, p. 522; ma anche Monier-Williams Sanskrit-English Dictionary : "wheel", "discus", "circle". Il termine ha anche altri significati secondari, come "arma da lancio circolare", "truppa", "vortice", eccetera..

Il suo significato nelle tradizioni religiose dell'India va a coprire due ambiti principali: quello di un "cerchio" o di un "diagramma" mistico, nozione sovrapponibile a quello dello yantra o del maṇḍalaMaṇḍalas and Yantras in the Hindu Traditions (a cura di Gudrun Bühnemann). Leiden, Brill, 2003; quello inerente allo yoga e alla medicina ayurvedica traendo origine dalle tradizioni tantriche, sia dell'induismo sia del buddhismo; nell'accezione più comune è usualmente reso anche con "centro",Eliade 2010, p. 225. per indicare quegli elementi del corpo sottile nei quali è ritenuta risiedere latente l'energia divina.Vedi Shakti per cosa qui debba intendersi per "energia divina".

Il chakra è anche uno degli attributi di Visnù: si tratta di un disco che egli usualmente stringe in una delle mani e rappresenta il potere divino. Variamente raffigurato, con raggi o fiamme che ne fuoriescono, è attributo anche di altre divinità, come Durgā e Skanda, per esempio. Il chakra di Viṣṇu, detto anche Sudarśana ("bello a vedersi"), è altresì oggetto di culto, al punto di essere spesso personificato col nome di Chakrapurusha.

In ambito tantrico con chakra si intende anche il "circolo" di culto tantrico, l'insieme dei membri locali di una specifica tradizione. All'interno di questo chakra, i seguaci si pongono al di fuori delle regole sociali e di casta. Vi sono ammesse anche le donne, cosa invero non possibile presso i culti vedici.Arthur Avalon, Tantra della grande liberazione, edizioni Mediterranee, 1987, p. 45.

Alcune medicine alternative, per esempio la cristalloterapia, fanno riferimento alla nozione del chakra, sebbene non vi sia alcuna evidenza scientifica circa la loro esistenza.

Chakra come diagramma mistico: maṇḍala, yantra e cakra Nell'ambito del primo significato, ossia quello di "diagramma mistico", va rilevato che nel testo Maṇḍalas and Yantras in the Hindu Traditions curato dall'indologo austriaco Gudrun Bühnemann,Con i contributi di Hélène Brunner, Michael W. Meister, André Padoux, Marion Rastelli e Judit Törzsök, pubblicato nel 2003 nella Brill's Indological Library e citato come unica integrazione bibliografica alla voce Maṇḍala nella seconda edizione della Encyclopedia of Religion a firma di Peter Gaeffke. lo studioso austriaco dedica il capitolo Maṇḍala, yantra and cakra: some observations a un'accurata disamina di tutta la letteratura per individuare i confini semantici di questi termini sanscriti.

Dapprima Bühnemann osserva che «i termini cakra e yantra sono utilizzati a volte come sinonimi di maṇḍala, e tutti e tre questi termini sono spesso tradotti in modo indiscriminato come "diagrammi (mistici)"». Nota l'indologo austriaco che tutti e tre i termini si sovrappongono nell'indicare dei disegni geometrici e sia gli studiosi occidentali che gli stessi testi sanscriti più tardi finiscono per usarli come sinonimi.

Dopo un'attenta disamina dei contraddittori tentativi di definizione classificatoria presentati in tutta la letteratura (tra gli altri vengono esaminate le proposte di Stella Kramrisch, Gösta Liebert, Giuseppe Tucci, Louis Renou, Jean Filliozat, Mircea Eliade, T. A. Gopinatha Rao, Ronald M. Bernier, Heinrich Zimmer, Peter Gaeffke, John Woodroffe, S. Shankanarayanan, Philipp H. Pott e Anne Vergati) Bühnemann conclude che: «Non è possibile riassumere tutti i tentativi di definire "maṇḍala", "yantra" e "cakra" nella letteratura. L'uso e le funzioni di questi termini sono complessi e sarà impossibile arrivare a una definizione universalmente valida. Dovrebbe essere necessario studiare approfonditamente l'uso dei termini nei testi dei diversi sistemi religiosi e nei diversi periodi storici per determinare come i termini siano stati impiegati dai differenti autori e come l'uso di questi termini è cambiato nel tempo».

Il chakra nello yoga Nello Haṭha Yoga., i chakra sono interpretati come tappe del percorso ascensionale che Kuṇḍalinī attraversaEliade 2010, p. 230. nel corpo dell'adepto una volta ridestata grazie a pratiche e riti opportuni. Oggi si preferisce chiamare Kuṇḍalinī YogaPadoux 2011, p. 96. l'aspetto dello Haṭha Yoga che fa riferimento principalmente alle pratiche interessate al kuṇḍalinī, e quindi al ruolo e significato dei chakra. I testi classici sono la Gheraṇḍa Saṃhitā, la Haṭhayogapradīpkā e la Śiva Saṃhitā; essi fanno comunque riferimento a numerosi Tantra di epoca ben anteriore.

Man mano che Kuṇḍalinī sale, i chakra verrebbero attivati, lasciando quindi sperimentare all'adepto stati psicofisici via via differenti.

Il fine principale attribuito a questi riti e pratiche propri dell'induismo (tantrico e non) non è l'acquisizione di poteri straordinari, ma è e resta sempre la liberazione (mokṣa), intesa come affrancamento dal ciclo delle rinascite (saṃsāra); un fine salvifico dunque,Padoux 2011, p. 97. soteriologico, e non di ordine pratico, utilitaristico, anche se poi nei testi si fa anche menzione dei "poteri" (vibhūti o siddhi)Eliade 2010, p. 219. che sarebbe possibile conseguire..

Secondo la visione tantrica shivaita, di cui il Kuṇḍalinī Yoga fa parte, nell'emanare il mondo, Paramaśiva, la Realtà Assoluta, si è espanso generando quella pluralità che si chiama mondo, nella sua accezione più vasta. Perché ciò fosse possibile Egli si è autolimitato, dando così luogo al tempo, allo spazio, alla materia, al dualismo, alla causalità, e di conseguenza, al saṃsāra. Queste autolimitazioni sono rese possibili grazie al śakti, la Sua stessa energia, di cui Kuṇḍalinī non è altro che un aspetto, appunto quello presente nel corpo umano. Kuṇḍalinī che ascende dal primoPadoux 2011, p. 98. all'ultimo chakra segue quindi, al livello del microcosmo umano, il percorso inverso a quello di emanazione cosmica. È la potenza di Paramaśiva che ricongiungendosi in Śiva medesimo, consente di liberarsi delle limitazioni che hanno consentito ciò che è manifesto, il mondo, trasmigrazione compresa. Il termine yoga, ricordiamo, vuole significare "unione": unione del Dio e della Sua energia, di Śiva e Śakti, Śakti che "riposava" nel primo chakra come Kuṇḍalinī (o Kuṇḍalinī-śakti).

Questa energia quiescente è immaginata e simboleggiata come un serpente che giace arrotolato su se stesso: kuṇḍalinī significa infatti "arrotolata", "ricurva".Anna Dallapiccola, Induismo. Dizionario di storia, cultura, religione, traduzione di Maria Cristina Coldagelli, Bruno Mondadori, 2005. L'attivazione è visualizzata dal serpente che si drizza come all'improvviso, liberando caloreEliade 2010, p. 232. e permettendo ad altre energie sopite, ai "soffi" altrimenti bloccati (prana), di circolare.. I chakra sono immaginati come fiori di loto (padma) variamente colorati che sbocciano in tutta la loro bellezza, liberando potenzialità celate.

Nei testi i chakra sono variamente descritti e anche raffigurati con molti particolari. Ognuno di questi elementi ha una valenza simbolica precisa, con riferimenti sia al processo di emanazione del cosmo, sia a quello di riassorbimento in esso.

Il simbolo prevalente per i chakra è quello del fiore di loto, rappresentato come osservato dall'alto e coi suoi petali aperti e variamente colorati. Il numero dei petali e il relativo colore varia a seconda del chakra. Su ogni petalo è riportato un grafema dell'alfabeto sanscrito, la "lingua perfetta", perché ogni cosa nel mondo ha un nome grazie a questi suoni. All'interno del fiore è generalmente riportato uno yantra, ossia un diagramma simbolico che è in relazione con un elemento costitutivo del cosmo (tattva). Troviamo inoltre un mantra scritto in caratteri devanāgarī, anch'esso in relazione col tattva, il suo suono generatore; e una divinità che lo presiede. Sono spesso altresì raffigurate altre divinità, deputate a presiedere quel determinato chakra. Completano la rappresentazione iconografica lo yoni, rappresentato con un triangolo con la punta verso il basso, e il liṅga, simboli di Śakti e Śiva rispettivamente, i due poli del divino: il trascendente e l'immanente, la luce e il suo riflesso, l'essere e il divenire, il maschile e il femminile.

Mātṛkācakra Nelle tradizioni tantriche del Kashmir la mātṛkā-cakra ("ruota delle madri") è l'emissione dei fonemi dell'alfabeto sanscrito a partire dall'Assoluto, in questo caso Paramaśiva, lo Shiva Assoluto, o più semplicemente Anuttara ("senza niente sopra"). Riassumendo, secondo il filosofo indiano Kṣemarāja le sedici vocaliIn realtà le vocali sono quattordici, il filosofo qui considera vocali anche lanusvara (o bindu) e il visarga, che sono segni fonetici, ma hanno una propria traslitterazione come Ṃ e Ḥ rispettivamente. rappresentano l'articolazione della Coscienza Assoluta nelle sue potenze;Nella sistemazione del filosofo Abhinavagupta le potenze sono in realtà soltanto cinque: Cit: "intelligenza"; Ānanda: Ā, " beatitudine"; Icchā: I, "volontà"; Jñāna: "conoscenza"; Kriyā: "attività". le venticinque consonanti occlusive da K a M il dispiegamento del Cammino impuro; le quattro semivocali le Corazze (da Y a V);Kṣemarāja contempla quattro e non cinque corazze, come in Abhinavagupta. le tre sibilanti e l'aspirata il dispiegamento del Cammino puro;Kṣemarāja, a differenza di Abhinavagupta, considera qui le due categorie śiva tattva e śakti tattva come un tutt'uno, riducendo a quattro le cinque categorie del maestro. KṢ, il cinquantesimo fonema,Quest'ultimo è in realtà un fonema composto, considerato nelle tradizioni tantriche come facente parte dell'alfabeto. Si veda anche, per il devanāgarī e la sua traslitterazione secondo lo IAST Multilingual keyboard, lexilogos.com. è infine simbolo dell'intera emissione fonica, il "seme della sommità", formato dalla prima e ultima consonante, la S, che nell'unione da dentale diventa retroflessa. Questa emissione è invero, secondo queste tradizioni, solo un'angolazione differente dalla quale si può vedere il processo di emanazione dell'Assoluto.Vasugupta, Gli aforismi di Śiva, con il commento di Kṣemarāja, a cura e traduzione di Raffaele Torella, Mimesis, 1999, pp. 96-103.Si veda anche la voce Vāc.

Ritroviamo i cinquanta fonemi in scrittura devanāgarī sui petali dei chakra principali, proprio a simboleggiare questa emissione che, quando interpretata in senso inverso, dal primo all'ultimo chakra, diventa simbolo di ricongiungimento con l'Assoluto. I fonemi sono detti madri perché, essendo forme foniche della potenza divina, sono personificabili come altrettante divinità femminili. Di queste sono composti i mantra e le scritture sacre dei Veda.

Il corpo sottile e i chakra: origini e contesti Secondo lo storico delle religioni britannico Gavin Flood, il testo più antico nel quale è descritto il sistema dei sei chakra ,Si parla, generalmente, di sei cakra anziché sette, poiché l'ultimo è collocato fuori dal corpo. quello attualmente più diffuso, è il Kubjikāmata Tantra: testi precedenti menzionano infatti un numero differente di chakra variamente e differentemente collocati nel corpo sottile. La tradizione tantrica alla quale questo testo appartiene è la cosiddetta tradizione kaula occidentale, risalente all'XI secolo e.v. e originaria dell'Himalaya occidentale, probabilmente nel Kashmir, e attestata con certezza nel XII secolo in Nepal. Kubjikā, la Dea "gobba", o "curva", è associata con Kuṇḍalinī, l'"attorcigliata", quella forma del potere divino che ordinariamente giace quiescente nel corpo in corrispondenza del primo chakra .. Così la Śiva Saṃhitā, un testo del XVI-XVIII secolo: