Il clan dei Corleonesi è stata una fazione all'interno di Cosa nostra formatasi negli anni Settanta, così chiamata perché i suoi leader più importanti provenivano dalla famiglia di Corleone: Luciano Liggio, Salvatore Riina, Bernardo Provenzano e Leoluca Bagarella.
I Corleonesi non vanno tuttavia identificati solamente come gli appartenenti alla famiglia di Corleone, ma come una fazione di cosche mafiose che hanno appoggiato prima Luciano Liggio e in seguito Totò Riina e Bernardo Provenzano. Della fazione corleonese facevano quindi parte anche rappresentanti mafiosi di altre province, come Nitto Santapaola della provincia di Catania e Francesco Messina Denaro della provincia di Trapani.
Nel corso della seconda guerra di mafia, agli inizi degli anni Ottanta, il clan dei Corleonesi si contrappose alla "fazione dei palermitani" rappresentata, tra gli altri, da Gaetano Badalamenti, Stefano Bontate e Salvatore Inzerillo. La vittoria dei Corleonesi e in particolare l'ascesa di Totò Riina al vertice dell'organizzazione segnarono una nuova era nella storia della mafia siciliana, inaugurando una stagione di attentati contro lo Stato che culminò nelle stragi del 1992-1993 e che fu all'origine, agli inizi degli anni Novanta, della trattativa Stato-mafia.
Storia
Nel 1945 il mafioso Angelo Di Carlo, emigrato negli Stati Uniti nel 1926 per sfuggire alla repressione del prefetto Cesare Primo Mori, tornò a Corleone dopo aver combattuto nei Marines e scelse il cugino Michele Navarra, medico condotto, per guidare la locale cosca mafiosa, invece che Calogero Lo Bue, considerato ormai "non adeguato ai nuovi tempi".
Nel 1958 il rampante Luciano Liggio entrò in conflitto con Navarra, e lo eliminò nel corso della cosiddetta guerra di mafia di Corleone.
Nel 1971 Liggio organizzò il sequestro a scopo di estorsione di Antonino Caruso, figlio dell'industriale Giacomo, e anche quello del figlio del costruttore Francesco Vassallo mentre nel 1972 Salvatore Riina si rese responsabile del sequestro del costruttore Luciano Cassina, figlio del conte Arturo, nel quale vennero implicati uomini della cosca di Giuseppe Calò: Liggio e Riina provvidero a distribuire i riscatti dei sequestri tra le varie cosche della provincia di Palermo per ingraziarsele e queste si schierarono dalla loro parte, costituendo il primo nucleo della fazione corleonese, che era avversa ai boss Stefano Bontate e Gaetano Badalamenti. Secondo il collaboratore di giustizia Antonino Calderone, in quel periodo Riina lamentava che Badalamenti aveva organizzato da solo un traffico di stupefacenti «all'insaputa degli altri capimafia che versavano in gravi difficoltà economiche».
Schieramenti
Secondo il collaboratore di giustizia Leonardo Messina, i Corleonesi «non hanno ucciso la gente (i Cinardo di Mazzarino, Bontate, Inzerillo), li hanno fatti uccidere mettendoli in una trappola. [...] Hanno creato le condizioni per far uccidere le persone dai loro uomini [...] hanno creato le tragedie in tutte le Famiglie. Le Famiglie non erano più d'accordo [...] così hanno fatto a Palma di Montechiaro, a Riesi, a San Cataldo, a Enna, a Catania»Testimonianza di Leonardo Messina dinanzi alla Commissione Parlamentare Antimafia - IX legislatura. Per queste ragioni, all'interno delle province si vennero a creare i seguenti schieramenti: Badalamenti-Bontate-Inzerillo Corleonesi Palermo e provincia Stefano Bontate, Mimmo Teresi e Nino Sorci (Santa Maria di Gesù-Villagrazia), Gaetano Badalamenti (Cinisi), Salvatore Inzerillo (Passo di Rigano), Rosario Riccobono (Partanna-Mondello), Salvatore Scaglione (Noce), Salvatore "Cicchiteddu" Greco (Ciaculli), Filippo Giacalone (San Lorenzo), Antonino Salamone (San Giuseppe Jato), Calogero Pizzuto (Castronovo di Sicilia), Giuseppe Di Maggio (Brancaccio), Giovanni Di Peri e Antonino Pitarresi (Villabate), Francesco Di Noto e Pietro Marchese (Corso dei Mille), Giuseppe Panno (Casteldaccia), Antonino Mineo (Bagheria), Ignazio Gnoffo (Palermo Centro), Girolamo e Calogero D'Anna (Terrasini), Salvatore ed Erasmo Valenza (Borgetto), Mariano Marsala(Vicari) Luciano Liggio, Salvatore Riina, Leoluca Bagarella e Bernardo Provenzano (Corleone), Michele Greco, Salvatore Greco "Il Senatore", Giuseppe Greco "Scarpuzzedda", Vincenzo Puccio, Giuseppe Lucchese e Mario Prestifilippo (Ciaculli-Croceverde Giardini), Bernardo Brusca e il figlio Giovanni (San Giuseppe Jato), Giuseppe Calò e Salvatore Cancemi (Porta Nuova), Francesco Madonia e i figli Antonino, Giuseppe e Salvatore (Resuttana), Antonino Geraci e Vito Vitale (Partinico), Raffaele Ganci e i figli Calogero, Stefano e Domenico “Mimmo” (Noce), Giovanni Bontate, Ignazio e Giovan Battista Pullarà, Carlo Greco, Pietro Lo Iacono, e Pietro Aglieri (Santa Maria di Gesù), Giuseppe Savoca, Giuseppe Graviano, Filippo Graviano, Antonino “Nino” Mangano, Gaspare Spatuzza (Brancaccio), Salvatore Montalto e il figlio Giuseppe (Villabate), Filippo Marchese, Carmelo Zanca, Ruggero e Pietro Vernengo (Corso dei Mille), Giuseppe Giacomo Gambino (San Lorenzo), Francesco Di Carlo (Altofonte), Antonino Rotolo (Pagliarelli), Leonardo Greco e Giovanni Scaduto (Bagheria), Giuseppe Farinella (San Mauro Castelverde), Procopio Di Maggio (Cinisi), Giovanni Corallo (Palermo Centro), Salvatore Facella (Lercara Friddi), Bartolomeo Cascio (Roccamena), Francesco Intile (Caccamo), Benedetto Capizzi (Villagrazia), Pietro Ocello e Pietro Lo Bianco (Misilmeri), Girolamo Guddo (Altarello di Baida), Biagio Montalbano (Camporeale), Giuseppe Gaeta (Termini Imerese), Antonino Troia (Capaci), Paolo Di Maggio (Terrasini), Tommaso Spadaro (Porta Nuova-Rione Kalsa), Tommaso Cannella (Prizzi), Gregorio e Giuseppe Agrigento (San Cippirrello), Francesco Bonura (Uditore), Salvatore Buscemi (Passo di Rigano), Antonino Porcelli (Partanna Mondello), Pietro Catania (Pollina), Salvatore Umina (Vicari), Michelangelo Pravatà (Roccapalumba) Samuele Schittino (Lascari) Provincia di Trapani Salvatore Minore (Trapani), Natale e Leonardo Rimi (Alcamo), Ignazio e Nino Salvo (Salemi), Antonino Buccellato (Castellammare del Golfo), Natale L'Ala (Campobello di Mazara), Giuseppe Palmeri (Santa Ninfa), Giuliano e Paolo Zummo (Gibellina), Leonardo Crimi, Ignazio Triolo (Vita) Mariano Agate (Mazara del Vallo), Francesco Messina Denaro (Castelvetrano), Vincenzo Virga (Trapani), Vincenzo Milazzo (Alcamo), Stefano Accardo (Partanna), Nunzio Spezia e Vito Gondola (Campobello di Mazara), Calogero Musso (Vita), Antonino Patti (Marsala), Francesco Milazzo (Paceco), Gioacchino Calabrò (Castellammare del Golfo), Gaspare Casciolo (Salemi), Vito Mazzara (Valderice) Provincia di Agrigento Giuseppe Settecasi (Alessandria della Rocca), Carmelo Salemi (Agrigento), Calogero Sambito (Palma di Montechiaro), Liborio Terrasi (Cattolica Eraclea), Calogero Lauria (Raffadali), Nicola di Giovanni (Sambuca di Sicilia), Pasquale Cuntrera e Alfonso Caruana (Siculliana) Carmelo Colletti e Simone Capizzi (Ribera), Antonio Ferro, Antonio Guarneri e Giuseppe Di Caro (Canicattì), Gioacchino Ribisi e i fratelli Ignazio, Pietro, Rosario e Carmelo (Palma di Montechiaro), Salvatore Di Ganci (Sciacca), Salvatore Fragapane (Santa Elisabetta), Vincenzo Di Piazza (Casteltermini), Gerlandino Messina (Porto Empedocle), Carmelo Milioti (Favara), Angelo Ciraulo (Ravanusa), Vincenzo Licata (Grotte), Provincia di Caltanissetta Giuseppe Di Cristina (Riesi), Francesco Cinardo (Mazzarino), Luigi Calì (San Cataldo), Francesco Iannì (Sommatino) Giuseppe Madonia (Vallelunga Pratameno), Salvatore Mazzarese (Villalba), Giuseppe Cammarata (Riesi), Francesco La Quatra (Sommatino), Salvatore Polara, Antonio Rinzivillo (Gela), Antonino La Mattina, Raimondo La Mattina e Domenico Vaccaro (Campofranco), Cataldo Terminio (San Cataldo), Giancarlo Giugno (Niscemi) Gaetano Falcone (Montedoro) Provincia di Catania Giuseppe Calderone, il fratello Antonino, Alfio Ferlito, Salvatore Pillera e Salvatore Cappello (Catania), Mario Nicotra (Misterbianco) Benedetto Santapaola, Aldo Ercolano, Giuseppe Ferrera, Eugenio Galea, Natale Di Raimondo e Santo Mazzei (Catania), Calogero Conti (Ramacca), Francesco La Rocca (Caltagirone), Giuseppe Pulvirenti (Belpasso), Pietro Pernagallo (Grammichele), Orazio Pino (Misterbianco) Sebastiano Sciuto (Nuccio Coscia - Acireale) Provincia di Enna Giovanni Mungiovino (Enna), Francesco e Mariano Seggio (Valguarnera Caropepe) Gaetano Leonardo (Enna), Liborio Miccichè e Giovanni Monachino (Pietraperzia), Raffaele Bevilacqua (Barrafranca), Giacomo Sollami (Villarosa)
La "seconda guerra di mafia" e l'attacco allo Stato
Nel 1977 Riina e Provenzano, contravvenendo alle direttive della "Commissione", fecero uccidere il colonnello dei carabinieri Giuseppe Russo e ciò provocò la reazione stizzita di Di Cristina, il quale, dopo un vano tentativo di stanarli ed essendo sfuggito a sua volta a un attentato, decise di diventare un informatore dei Carabinieri. Per tenere la situazione sotto controllo, nel 1978 Di Cristina e Calderone fecero uccidere Francesco Madonia, capo della famiglia di Vallelunga Pratameno (CL) e fedele alleato dei Corleonesi, e per ritorsione entrambi furono assassinati.
Nello stesso anno, Riina mise Badalamenti in minoranza nella "Commissione" accusando anche lui dell'omicidio Madonia e lo fece espellere, facendo passare l'incarico di dirigere l'organo direttivo a Michele Greco, con cui era strettamente legato; fu in questo periodo che la fazione corleonese prese la maggioranza nella "Commissione" perché Riina fece nominare nuovi capimandamento tra i suoi associati attraverso Michele Greco. Fu sempre in questo periodo che furono decisi gli omicidi di rappresentanti statali e della società civile per lanciare una sfida totale allo Stato italiano: caddero infatti vittime della furia omicida dei Corleonesi il giornalista Mario Francese, il segretario provinciale democristiano Michele Reina, il commissario di polizia Boris Giuliano, il giudice ed ex deputato Cesare Terranova, il presidente della Regione Siciliana Piersanti Mattarella e il capitano dei carabinieri Emanuele Basile.
Dopo aver preso il sopravvento, i Corleonesi aprirono la cosiddetta «seconda guerra di mafia» a Palermo e in tutta la provincia (e anche nel resto della Sicilia), che consistette nell'eliminazione sistematica di Stefano Bontate e Salvatore Inzerillo, cui seguirono almeno 1000 uccisi nella provincia di Palermo (tra cui anche innocenti) e altri 500 omicidi con il metodo della lupara bianca. Nel giro di pochi mesi, tra il 1982 e il 1983, i Corleonesi uccisero anche il deputato comunista Pio La Torre, il Prefetto ed ex Generale dei Carabinieri Carlo Alberto dalla Chiesa e il consigliere istruttore Rocco Chinnici (colpito dall'esplosione di un'autobomba insieme a tre agenti di scorta e al portiere della sua abitazione) e consolidarono definitivamente il potere all'interno di Cosa nostra, insediando due nuove "Commissioni" provinciale e regionale, composte soltanto da esponenti della fazione corleonese fedeli a Riina e Provenzano. La faida si allargò anche al napoletano e vide contrapposti il clan Nuvoletta di Marano di Napoli, fedele ai Corleonesi, e quello di Casal di Principe guidato da Antonio Bardellino, rimasto alleato ai Bontate-Buscetta-Inzerillo-Riccobono.