La noia (termine derivato, come quello francese di ennui, dal latino in odio e ripreso probabilmente dal provenzale noja, enoja, enueg)Vocabolario Treccani alla voce corrispondente è uno stato psicologico di demotivazione, temporanea o duratura, nata dall'assenza di azione, dall'ozio o dall'essere impegnato in un'attività sostenuta da stimoli che si recepiscono come ripetitivi o monotoni o, comunque, contrari a quelli che si reputano più confacenti alle proprie inclinazioni e capacità.Enciclopedia Treccani alla voce corrispondente Quando la noia assume le proporzioni di una sensazione più accentuata e dolorosa si parla di tedio (dal latino taedium derivato da taedere, sentire noia).Vocabolario Treccani alla voce "tedio"

La noia può essere considerata la corrispondente dell'acedia, l'accidia del medioevo, un peccato capitale di cui si macchiavano coloro che, dediti alla vita contemplativa finivano per cadere nell'inerzia non operando il male ma neppure compiendo il bene.Accidia, da Nicola Abbagnano, Dizionario di filosofia, ampliato da Giovanni Fornero, p. 13

Il sentimento della noia non si confonda con quello della malinconia, negli animi dei geni e degli artisti, alla quale la cultura occidentale, specie nel Romanticismo, assegnerà il valore di riflessione meditativa dell'animo su sé stesso. Ancora un valore positivo nel sentimento della noia definita nel sec. XX da Walter Benjamin (1892-1940) come lo stadio che precede l'attività creativa («l'uccello incantato che cova l'uovo dell'esperienza»)Maryanne Wolf,Lettore,vieni a casa.Il cervello che legge in un'era digitale, trad. Patrizia Villani, Vita e Pensiero, Milano, 2018. Filosofia Epicureismo e stoicismo Nella filosofia il termine si trova usato genericamente nel significato di un sentimento doloroso insito nella stessa vacuità della vita e percepito, dai più riflessivi, sempre presente come taedium vitae (tedio, noia della vita).

Nella Roma del I secolo a.C. i dibattiti sulla religione e la morale derivati dalla cultura greca cominciano a incrinare i valori tradizionali di un'aristocrazia ricca ed oziosa che diviene preda della noia.

Lucrezio, l'erede romano della visione sofferente ed angosciosa della filosofia epicurea, è testimone della fatica di vivere in un'età caratterizzata dalle guerre civili e dall'afflusso di ricchezze provenienti dalle conquiste che sviluppano l'ozio e la dissolutezza.Georges Minois, Storia del mal di vivere: dalla malinconia alla depressione, Edizioni Dedalo, 2005 p.20

Osserva Lucrezio come si cerchi di fuggire dal mal di vivere, dal disgusto di sé stessi ma, così facendo, in realtà si fugge solo da sé stessi poiché si ignora la causa del proprio male, il senso della vita e il destino dopo la morte:

Stoicismo in Età Romana Gli stessi temi compaiono ancora nel I secolo con Seneca

Colpito dalla noia l'uomo cerca di scuotersi con un insensato attivismo che non fa altro che renderlo ancora più inquieto e consapevole dei suoi fallimenti. Per questo si isola dal mondo ritirandosi dalla vita pubblica e da quella privata. Una situazione questa che fa nascere

Così l'uomo cerca di sfuggire sé stesso impegnandosi in tutto ciò che possa distrarlo e aiutarlo a superare la noia di vivere:

E ancora:

Questo stesso concetto si trova spesso nel II secolo nell'opera dello stoico Marco Aurelio, il quale evidenzia come la più comune malattia che colpisca l'animo sia l'insoddisfazione.

Blaise Pascal

La riflessione di Blaise Pascal sulla noia ci indirizza alle più moderne considerazioni dell'uomo che nelle sue frenetiche occupazioni diviene incapace di godere del riposo o meglio dell'otium com'era inteso dai romani: un'attività che procuri un sereno piacere interiore:

Ma spesso l'infelicità dell'uomo è semplicemente «quella di non riuscire a starsene tranquilli in una stanza.»B. Pascal, Op. cit., ibidem

I molti impegni che l'uomo assume non servono a fargli superare l'essenziale infelicità della condizione umana, ma solo a stordirlo e distrarlo mentre cerca di sfuggire da sé stesso.

Arthur Schopenhauer

Nella concezione pessimistica dell'esistenza Schopenhauer vede l'alternarsi dell'inesorabile "volontà di vivere", che si esprime nel dolore, per la mancanza della soddisfazione dei desideri e delle passioni umane, e nella noia, per l'inutile possesso di beni materiali superflui e contingenti.

La volontà di vivere produce incessantemente nell'uomo bisogni che richiedono soddisfazione: desideri, che sono dunque reazione ad un senso di mancanza, di sofferenza e che quindi originano dal dolore e, insoddisfatti pienamente, causano sofferenza o noia: difficilmente infatti tutti i desideri si realizzano, e la mancata realizzazione di alcuni di essi causa un'ulteriore, più acuta sofferenza. Ma, anche quando un desiderio viene soddisfatto, il piacere che ne deriva risulta essere solo di natura negativa, soltanto, cioè, un alleviamento della sofferenza provocata da quel prepotente bisogno iniziale; bisogno che subito riappare in altra forma, pronto a pungolare con nuovi desideri l'affannata coscienza umana.

E quando pure l'uomo non viva nel bisogno fisico e nella miseria, quando nessun effimero desiderio (invidia, vanità, onore, vendetta) gli riempia i giorni e le ore, subito la noia, la più angosciosa di tutte le sofferenze, si abbatte su di lui: «Col possesso, svanisce ogni attrattiva; il desiderio rinasce in forma nuova e, con esso, il bisogno; altrimenti, ecco la tristezza, il vuoto, la noia, nemici ancor più terribili del bisogno.»Ernesto Riva, Manuale di filosofia. Dalle origini a oggi, ed. Lulu.com,

«La vita umana è come un pendolo che oscilla incessantemente fra noia e dolore, con intervalli fugaci, e per di più illusori, di piacere e gioia... Il godimento è solo un punto di trapasso impercettibile nel lento oscillare del pendolo»Amedeo Vigorelli, Il disgusto del tempo. La noia come tonalità affettiva, Mimesis Edizioni, 2009 p. 96. La vita è quindi un alternarsi di dolore e di noia, passando per la momentanea sensazione, meramente negativa, del piacere, del non dolore.

Esistono infatti per Schopenhauer due tipi di noia: quella superficiale per cui «L'annoiato lungi dal non volere, vuole» e rimpiange la vita intensamente vissuta nella tensione. La noia infatti è la volontà che vuole se stessa com'era. Una volontà più sofisticata ma non meno tenace e sfibrante.

Ma esiste anche una noia profonda che caratterizza colui che è arrivato al termine del percorso disperato della volontà di vivere: è la noia dell'asceta e del contemplativo che non sfuggono più la noia anzi si sprofondano in essa poiché questa condizione è il primo passo del raggiungimento della «morte in vita», del rovesciamento della voluntas in noluntas.A. Vigorelli, Op. cit, p.97

Søren Kierkegaard

Per Søren Kierkegaard il rifiuto della scelta, l'indifferenza verso i valori morali, sostituiti da quelli della bellezza e del piacere, porta l'uomo che considera il mondo come uno spettacolo da godere, a condurre la propria vita nel soddisfacimento di sempre nuovi desideri. L'esteta dunque non sceglie, ma si lascia vivere momento per momento. Si abbandona al presente fuggendo legami con il passato (rinunciando al ricordo) e con il futuro (non nutrendo alcuna speranza).

Egli vive nell'istante, cioè vive per cogliere tutto ciò che vi è d'interessante nella vita, trascurando tutto ciò che è banale, ripetitivo e meschino.S. Kierkegaard, Diario del seduttore (1843)

Il tipo dell'esteta è per Kierkegaard il "seduttore", rappresentato dal personaggio di Don Giovanni, il cavaliere spagnolo prototipo del libertino che non si lega a nessuna donna particolare perché vuole non scegliere: il seduttore è sciolto da ogni impegno o legame e vive nell'attimo, cercando unicamente la novità del piacere.

Ma chi non sceglie e si dedica solo al piacere cade ben presto nella noia, cioè nell'indifferenza nei confronti di tutto, perché, non impegnandosi mai, essendo affettivamente e progettualmente demotivato, in effetti non vuole profondamente e sentitamente nulla. Quando l'esteta, colto dalla noia, si ferma, cioè smette di ricercare il piacere e riflette lucidamente su se stesso, allora è assalito dalla disperazione, il frutto della noia, la "malattia mortale" che lo mette di fronte al vuoto della propria esistenza, senza senso e senza saldi riferimenti. La disperazione è il terrore del vuoto, del non essere altro che niente.Ubaldo Nicola, Atlante illustrato di filosofia, Giunti editore, 1999, p.410

Henri Bergson

Nella sua analisi del tempo Bergson distingue il tempo della scienza, spazializzato, quantitativo e misurabile, costituito da istanti uguali tra loro, da quello definito come "durata reale" che coincide con quello della vita, quello vissuto con istanti sempre qualitativamente diversi con un loro specifico significato.«una durata vissuta, irreversibile, nuova ad ogni istante» (In Vittorio Mathieu, Bergson. Il profondo e la sua espressione, Napoli, Guida, 1971 Ed è proprio quando non riusciamo a dare senso al tempo che nasce quella sofferenza che chiamiamo noia che fa sì che il tempo sembri non passare mai e che certi momenti sembrino durare in eterno. La noia è la controprova della vera realtà del tempo come una lunga durata indefinita così come il piacere segna il tempo di breve durata. Su questa distinzione bergsoniana si basa l'analisi di Vladimir Jankélévitch che riporta la noia nell'ambito di quei sentimenti mediatori tra l'"avventura" e la "serietà", tra una vita estetica basata sull'attimo e una vita etica basata sulla durata dell'accettazione di valori regolatori dell'esistenza umana.

Martin Heidegger Per Heidegger tra gli «stati d'animo fondamentali» va annoverata la noia (Langeweile) che, come l'angoscia (Angst), è in grado di rivelarci l'essere nella sua autenticità.

La noia può presentarsi in diversi modi: «Venire annoiati da...» È questa una noiosità semplice di cui ognuno ha fatto esperienza nella vita quotidiana. Una qualsiasi attività diventa noiosa tanto da rallentare il senso del tempo che sembra non passare mai e si è costretti ad interrompere ciò che si stava facendo e a cercare un diversivo alla noia. Si sbaglierebbe a credere che in quest'occasione la noia sia uno stato d'animo del solo soggetto che approfitta del pretesto dell'oggetto per dichiararsi annoiato ma è pur vero che non si possa assegnare all'oggetto la noiosità come una sua qualità intrinseca.

«La caccia al divertimento...» In una situazione noiosa invece di cercarne le cause la sfuggiamo mettendola da parte e cercando di dimenticare lei e noi stessi: «In questo non cercar altro, che per noi è ovvio, noi stessi in un certo senso ci scivoliamo via»M. Heidegger, Concetti fondamentali della metafisica, Il Melangolo, Genova 1999, pp. 157–158

In tutti e due i casi l'uomo non affronta il problema della noia e cerca di sfuggirle: finalmente nella terza forma della noia essa ormai pervade tutta la nostra esistenza che si riduce a passività e a vuoto letargo da cui dobbiamo uscire prendendone coscienza:

La noia allora non è più fuga dal nostro vivere ed assume un senso produttivo: accettando il vuoto e vano non senso del mondo ne possiamo uscire prendendone coscienza e dando così un nuovo percorso alla nostra vita.

Letteratura Nella letteratura italiana ispirata a quella provenzale è presente la produzione di opere molto diffuse che elencavano una serie di cose moleste e noiose indicate talvolta come occasione per dare insegnamenti morali. Noto compositore di "libri di noie" fu il poeta Gherardo Patecchio di Cremona vissuto nella prima metà del XIII secolo.

La noia in Leopardi