Le elezioni politiche in Italia del 1948 per il rinnovo dei due rami del Parlamento Italiano – la Camera dei deputati e il Senato della Repubblica – si tennero domenica 18 e lunedì 19 aprile 1948. Furono le prime elezioni della nascente Repubblica italiana.
La Democrazia Cristiana si aggiudicò la maggioranza relativa dei voti e quella assoluta dei seggi, caso unico nella storia della Repubblica. Questo straordinario successo rese il partito guidato da Alcide De Gasperi il punto di riferimento per l'elettorato anticomunista e il principale partito italiano per quasi cinquant'anni, fino al suo scioglimento nel 1994.
Netta fu la sconfitta del Fronte Democratico Popolare, lista che comprendeva sia il Partito Comunista Italiano sia il Partito Socialista Italiano. Con circa il 30% dei voti il fronte della sinistra fu fortemente ridimensionato rispetto alle precedenti elezioni. Su questo dato influì pesantemente la scissione socialdemocratica avvenuta un anno prima e guidata da Giuseppe Saragat. Sull'altro fronte la destra, ancora divisa tra liberali, monarchici e i neonati missini, ottenne risultati mediocri perdendo consensi rispetto alle precedenti elezioni.
Sistema di voto Le elezioni politiche del 1948 si tennero con il sistema di voto introdotto con il decreto legislativo luogotenenziale n. 74 del 10 marzo 1946, dopo essere stato approvato dalla Consulta Nazionale il 23 febbraio 1946. Concepito per gestire le elezioni dell'Assemblea Costituente previste per il successivo 2 giugno, il sistema fu poi recepito come normativa elettorale per la Camera dei deputati con la legge n. 6 del 20 gennaio 1948.L’unico piccolo dettaglio modificato riguardò la necessità di ottenere almeno un seggio in una circoscrizione per accedere al riparto dei resti nel collegio nazionale. La variazione colpì solo i micro partitini d’opinione senza alcun radicamento locale, come il Partito Cristiano Sociale, che persero il loro seggio. Per quanto riguarda il Senato della Repubblica, i criteri di elezione vennero stabiliti con la legge n. 29 del 6 febbraio 1948 la quale, rispetto a quella per la Camera, conteneva alcuni piccoli correttivi in senso maggioritario, pur mantenendosi anch'essa in un quadro largamente proporzionale.
Difatti secondo la suddetta legge, i partiti presentavano in ogni circoscrizione una lista di candidati. L'assegnazione di seggi alle liste circoscrizionali avveniva con un sistema proporzionale utilizzando il metodo dei divisori con quoziente Imperiali; determinato il numero di seggi guadagnati da ciascuna lista, venivano proclamati eletti i candidati che, all'interno della stessa, avessero ottenuto il maggior numero di preferenze da parte degli elettori, i quali potevano esprimere il loro gradimento per un massimo di quattro candidati.
I seggi e i voti residuati a questa prima fase venivano raggruppati poi nel collegio unico nazionale, all'interno del quale gli scranni venivano assegnati sempre col metodo dei divisori, ma utilizzando ora il quoziente Hare naturale ed esaurendo il calcolo tramite il metodo dei più alti resti. Diversamente dalla Camera, la legge elettorale del Senato si articolava su base regionale, seguendo il dettato costituzionale (art.57).
Ogni regione era suddivisa in tanti collegi uninominali quanti erano i seggi a essa assegnati. All'interno di ciascun collegio, veniva eletto il candidato che avesse raggiunto il quorum del 65% delle preferenze: tale soglia, oggettivamente di difficilissimo conseguimento, tradiva l'impianto proporzionale su cui era concepito anche il sistema elettorale della Camera Alta. Qualora, come normalmente avveniva, nessun candidato avesse conseguito l'elezione, i voti di tutti i candidati venivano raggruppati in liste di partito a livello regionale, dove i seggi venivano allocati utilizzando il metodo D'Hondt delle maggiori medie statistiche e quindi, all'interno di ciascuna lista, venivano dichiarati eletti i candidati con le migliori percentuali di preferenza. Oltre ai senatori eletti, erano presenti anche 106 senatori di diritto.
Circoscrizioni Il territorio nazionale italiano venne suddiviso alla Camera dei deputati in 31 circoscrizioni plurinominali e al Senato della Repubblica in 19 circoscrizioni plurinominali, corrispondenti alle regioni italiane, e 232 collegi uninominali.
Circoscrizioni della Camera dei deputati
Le circoscrizioni della Camera dei deputati furono le seguenti: Torino (Torino, Novara, Vercelli); Cuneo (Cuneo, Alessandria, Asti); Genova (Genova, Imperia, La Spezia, Savona); Milano (Milano, Pavia); Como (Como, Sondrio, Varese); Brescia (Brescia, Bergamo); Mantova (Mantova, Cremona); Trento (Trento, Bolzano); Verona (Verona, Padova, Vicenza, Rovigo); Venezia (Venezia, Treviso); Udine (Udine, Belluno, Gorizia); Bologna (Bologna, Ferrara, Ravenna, Forlì); Parma (Parma, Modena, Piacenza, Reggio Emilia); Firenze (Firenze, Pistoia); Pisa (Pisa, Livorno, Lucca, Massa e Carrara); Siena (Siena, Arezzo, Grosseto); Ancona (Ancona, Pesaro, Macerata, Ascoli Piceno); Perugia (Perugia, Terni, Rieti); Roma (Roma, Viterbo, Latina, Frosinone); L'Aquila (Aquila, Pescara, Chieti, Teramo); Campobasso (Campobasso); Napoli (Napoli, Caserta); Benevento (Benevento, Avellino, Salerno); Bari (Bari, Foggia); Lecce (Lecce, Brindisi, Taranto); Potenza (Potenza, Matera); Catanzaro (Catanzaro, Cosenza, Reggio Calabria); Catania (Catania, Messina, Siracusa, Ragusa, Enna); Palermo (Palermo, Trapani, Agrigento, Caltanissetta); Cagliari (Cagliari, Sassari, Nuoro); Valle d'Aosta (Aosta).
Circoscrizioni del Senato della Repubblica
Le circoscrizioni del Senato della Repubblica furono invece quelle imposte dalla Costituzione: Piemonte; Valle D'Aosta; Lombardia; Trentino-Alto Adige; Veneto; Friuli-Venezia Giulia; Liguria; Emilia-Romagna; Toscana; Umbria; Marche; Lazio; Abruzzi; Molise; Campania; Puglia; Basilicata; Calabria; Sicilia; Sardegna.
Quadro politico Dall'esclusione delle sinistre alla firma della Costituzione Il clima di collaborazione che aveva animato le forze politiche in seguito alla Liberazione era stato presto sostituito da una violentissima contrapposizione ideologica, esacerbata dal contesto internazionale. Nel 1947, il Presidente del Consiglio De Gasperi si recò negli Stati Uniti, ottenendo dal Presidente Harry Truman l'assicurazione di poderosi aiuti economici per la ricostruzione del Paese. Il deficit statale era ingente, il carovita non permetteva a buona parte della popolazione una vita dignitosa, la guerra aveva distrutto edifici e infrastrutture.
Il piano Marshall divenne così un eccellente argomento propagandistico: esaltato dalla DC, fortemente osteggiato dalle sinistre, esso fu subordinato all'emarginazione dei comunisti dal Governo presieduto da De Gasperi, che allora comprendeva ancora i partiti membri del Comitato di Liberazione Nazionale. Nel maggio 1947, a seguito della crisi politica mondiale, il presidente della DC formò un esecutivo che non prevedeva nessun esponente dei socialisti e dei comunisti, mentre erano presenti i socialdemocratici. L'esigenza di dare all'esecutivo una base che raccogliesse il più possibile le forze moderate e socialdemocratiche era avvertita da De Gasperi e dal Segretario di Stato George Marshall, il quale sollecitò la presenza socialdemocratica, dal momento che il partito di Giuseppe Saragat aveva legami privilegiati con il mondo sindacale e politico statunitense.
Lo scontro si spostò ben presto nelle piazze, con scioperi e proteste in diverse occasioni cui seguirono le ferme risposte del Governo che non potevano non rendere ancora più crudo lo scontro in atto. La fine della collaborazione tra tutti i partiti antifascisti non bloccò i lavori, già avanzati, dell'Assemblea Costituente che terminarono il 22 dicembre 1947, con l'approvazione definitiva della Costituzione (concepita sotto l'ossessione di un ritorno della dittatura e tenuta a battesimo, principalmente, da due forze politiche – la cattolica e la marxista – estranee, se non ostili, al Risorgimento). A seguito di ciò l'Assemblea Costituente fu sciolta e furono indette le elezioni politiche.
Principali forze politiche Partito Collocazione Ideologia principale Capo politico Foto Democrazia Cristiana (DC) Centro Cristianesimo democratico Alcide De GasperiPresidente del Consiglio dei ministri Fronte Democratico Popolare (FDP) Sinistra Socialcomunismo Palmiro Togliatti Unità Socialista (US) Centro-sinistra Socialdemocrazia Giuseppe SaragatVicepresidente del Consiglio dei ministri Blocco Nazionale (BN) Centro-destra Conservatorismo liberale Luigi Einaudi Partito Nazionale Monarchico (PNM) Destra Monarchismo Alfredo Covelli Partito Repubblicano Italiano (PRI)Centro-sinistra Repubblicanesimo Randolfo Pacciardi Movimento Sociale Italiano (MSI) Estrema destra Neofascismo Giorgio Almirante
Campagna elettorale Terminata l'esperienza al governo, e divenuto evidente che l'Italia guidata da Alcide De Gasperi puntava sull'Occidente e al Patto Atlantico, PCI e PSI decisero di fondare un'alleanza elettorale, presentando liste comuni: nacque così il Fronte Democratico Popolare. Durante il Congresso socialista del 18 gennaio 1948, Sandro Pertini sostenne che la lista unica socialcomunista fosse un errore, poiché il partito sarebbe diventato un vassallo del PCI: nella successiva votazione il Congresso socialista si pronunciò a favore del Fronte (con una maggioranza del 99,43%) e delle liste uniche con i comunisti (favorevole il 66,78%). L'ala «destra» del PSI si unì al Partito Socialista dei Lavoratori Italiani (nato dalla «scissione di Palazzo Barberini» nel 1947) a formare la lista Unità Socialista (su 115 deputati dell'Assemblea Costituente, 52 si schierarono con il PSLI), mentre liberali e qualunquisti si unirono nel Blocco Nazionale.
La contrapposizione tra DC e FDP creò una sorta di bipolarismo che rispecchiava fedelmente la divisione politica internazionale: la guerra fredda appena esplosa, infatti, e la divisione del mondo in sfere d'influenza ebbero una grossa ripercussione sulle elezioni italiane. L'unione socialcomunista avvenne nel momento in cui l'URSS pretendeva che i partiti comunisti occidentali acclamassero il lavoro dell'Armata Rossa nell'Europa orientale: puntualmente, PCI e PSI applaudirono le persecuzioni attuate in Cecoslovacchia da Klement Gottwald, in collaborazione con il Ministro dell'Interno Nocek, successivamente al colpo di Stato di febbraio.
La Chiesa cattolica intervenne direttamente nella contesa con l'istituzione dei Comitati Civici, fondati da Luigi Gedda (presidente dell'Azione Cattolica) su suggerimento di Papa Pio XII. Gedda in due settimane riuscì a costituire i Comitati Civici, coinvolgendo numerosi attivisti dell'Azione Cattolica, mobilitando le parrocchie, sacerdoti e anche vescovi, coadiuvato da fidati collaboratori quali Ugo Sciascia, che nel 1952 ne divenne il direttore generale. Lo stesso pontefice disse che la scelta del voto era «con Cristo o contro Cristo», mentre i vescovi di grandi diocesi precisarono che costituiva peccato mortale sia il non votare sia il votare «per le liste e per i candidati che non danno sufficiente affidamento di rispettare i diritti di Dio, della Chiesa e degli uomini».
La fede giocò un ruolo rilevante nella campagna elettorale e fu probabilmente un potente fattore di mobilitazione per i cattolici non interessati alla dialettica politica. La mobilitazione fu ingente: centinaia di migliaia furono i militanti che in ogni parte d'Italia organizzavano comizi, affiggevano manifesti (quelle del 1948 furono le prime elezioni in cui divenne rilevante il ruolo della propaganda cartellonistica), praticavano proselitismo convincendo casa per casa gli elettori indecisi. Per vastità della mobilitazione, numero di votanti e importanza della posta in gioco, le elezioni del 1948 segnano un unicum nella storia delle consultazioni elettorali italiane.