Lavorio Barberini, anche noto come dittico Barberini, è un'opera dell'arte bizantina risalente alla tarda antichità. Si tratta di una tavoletta di avorio, composta da quattro placche (una quinta è mancante) con incisioni a basso- ed altorilievo, nello stile classicheggiante del teodosiano tardo, che raffigura il tema classico dell'imperatore trionfante. L'opera è generalmente datata alla prima metà del VI secolo ed è attribuita a una bottega imperiale di Costantinopoli, e l'imperatore raffigurato viene identificato con Anastasio I o, più probabilmente, con Giustiniano I.

L'avorio Barberini è conservato al Museo del Louvre di Parigi.

Descrizione e storia La tavoletta è costituita da quattro placche rettangolari; una quinta, andata perduta, venne rimpiazzata nel XVI secolo con un'altra recante l'iscrizione CONSTANT. N. IMP. CONST. Il registro centrale è formato da tre placche, delle quali quella centrale raffigura l'imperatore e quella di destra è quella sostituita, ed è racchiuso superiormente e inferiormente dalle ultime due placche.

L'avorio Barberini costituisce l'esemplare meglio conservato dei cosiddetti dittici imperiali, dei dittici di tema profano e civile.Tutti gli altri avori della stessa epoca in uno stato di conservazione paragonabile sono dittici ecclesiastici, come il vangelo di Saint-Lupicin o la rilegatura del Codex Etschmiadzin. Il dittico completo misura 342 mm di altezza per 268 mm di larghezza; le dimensioni del pannello centrale sono 190 mm di altezza per 125 mm di larghezza e 25 mm di profondità. L'opera è composta da avorio di elefante scolpito e decorato con incrostazioni di pietre preziose (sono rimaste sette perle). Contrariamente a quanto supposto da alcuni storici, non reca tracce di policromia. Il rovescio della tavoletta è piatto e liscio, senza la depressione per la cera che si trova sui dittici consolari utilizzati come tavolette per scrivere. Malgrado ciò, vi sono delle striature incise sul retro sopra le scritte in inchiostro: si tratta di una lista di trecentocinquanta nomi disposti su sei colonne (una preghiera per i defunti), tra i quali si riconoscono i nomi dei re di Austrasia e nomi principalmente latini — in base all'onomastica, la lista proviene dall'Alvernia, e non dalla Provenza, come ci si aspetterebbe dalla sua localizzazione della tavoletta in epoca moderna. Non è certo che questa tavoletta appartenesse a un dittico, non è sicura, cioè, l'esistenza di un altro gruppo simile di placche che formino una seconda foglia, raffigurante per esempio l'imperatrice: il peso di questa prima tavoletta è già abbastanza importante per essere facilmente manipolato e svolgere così una funzione utile. Per di più, non vi è traccia di una cerniera, che indicherebbe un punto di piegatura.

Le iscrizioni sul retro sono datate al VII secolo (probabilmente attorno al 613) e mostrano che l'opera fu portata molto presto in Gallia. La sua storia successiva è ignota fino al 1625, quando l'avorio venne offerto da Nicolas-Claude Fabri de Peiresc al legato Francesco Barberini ad Aix-en-Provence,Peiresc fa questa precisazione in una lettera al fratello, Palamède de Vallavez, datata il 29 ottobre 1625: «[il cardinale] prese piacere di vedere un bassorilievo d'avorio antico che avevo appena scoperto, sul quale è raffigurato l'imperatore Eraclio a cavallo, con il segno di dove reggeva una croce e suo figlio Costantino con una vittoria e diverse province conquistate, quasi come il gran cameo di Tiberio.» Citato in . per poi entrare a far parte della collezione di quest'ultimo a Roma.Si può probabilmente trovare conferma di ciò nella citazione di un avorio raffigurante Costantino nell'inventario delle sculture in possesso di Francesco Barberini tra il 1626 e il 1631. Si veda Marilyn A. Lavin, Seventeenth century Barberini Documents and Inventories of Art, New York, New York University Press, 1975, 82 n. 160. Venne acquisita dal Museo del Louvre nel 1899 e appartiene da allora alla collezione del dipartimento degli oggetti d'arte (numero d'inventario OA 9063).

Iconografia L'opera combina da una parte il tema classico della grande potenza dell'imperatore trionfante, coronato dalla Vittoria e il cui regno universale è sinonimo di pace e prosperità, e dall'altra il nuovo motivo della vittoria cristiana, ottenuta grazie alla benevolenza del Cristo che benedice l'imperatore. Viene quindi introdotta una nuova gerarchia cosmica nella raffigurazione del trionfo imperiale: si tratta dunque di un'opera squisitamente politica, che rientra nella propaganda imperiale. La qualità del lavoro permette di attribuirlo a una bottega costantinopolitana.

Pannello centrale

La composizione è organizzata attorno al pannello centrale, che la domina con il suo tema così come per la sua qualità stilistica. Il motivo scolpito rappresenta la figura trionfante di un imperatore a cavallo; il sovrano tiene nella destra l'asta di una lancia, la punta conficcata nella terra, e nella sinistra le redini del suo destriero. Dietro la lancia è visibile la figura di un barbaro, distinguibile come tale per la sua capigliatura e la sua folta barba, ma soprattutto per i suoi vestiti: indossa un copricapo ricurvo, simile ad un berretto frigio, ad indicare la sua origine orientale, una tunica con le maniche lunghe e braghe. Raffigurante un persiano o uno scita, rappresenta i popoli sconfitti dall'imperatore: il suo toccare la lancia con la destra e sollevare la sinistra è un simbolo di sottomissione.

Nell'angolo inferiore destro, sotto il cavallo, una donna è seduta per terra con le gambe incrociate: il suo vestito è scivolato e ha scoperto il seno destro; con la sinistra tiene un lembo della veste con cui regge dei frutti, simboli di prosperità; il braccio destro è disteso e con la mano regge il piede destro dell'imperatore, in un gesto di sottomissione. Si tratta di una personificazione della Terra, che rappresenta sia la dominazione universale dell'imperatore che, soprattutto, la prosperità del suo regno, simboleggiata dai frutti che reca. Questa personificazione è frequentemente presente, con questo stesso ruolo, sulle immagini dell'imperatore in maestà trionfante: ad esempio, è presente nel missorio di Teodosio, dove Tellus è raffigurata nell'esergo, sotto la figura di Teodosio I in trono e in maestà; è lo stesso caso del rilievo della pietas augustorum sull'Arco di Galerio, dove i tetrarchi sono accompagnati da tutta una serie di personificazioni, tra cui Gaia, la Terra.Il confronto tematico con i rilievi dell'arco di Galerio è ancor più significativo, in quanto si tratta di un monumento celebrativo di un trionfo imperiale, quello dell'imperatore Galerio vincitore dei Sasanidi nel 297. Queste personificazioni di Tellus/Gaia sono generalmente riconoscibili dal loro attributo principale, la cornucopia, il corno dell'abbondanza: si tratta di un elemento assente nell'avorio Barberini, ma la falda del vestito di Tellus, pieno di frutti, ne riprende la forma e la funzione simbolica.

Simmetricamente a questa prima figura femminile, nell'angolo superiore destro della placca è raffigurata una Vittoria alata, in piedi su di un globo recante l'incisione di una croce, che tiene nella sinistra una palma, simbolo di trionfo, mentre la destra, spezzata, reggeva con tutta probabilità una corona per l'imperatore. Questa personificazione è un altro dei motivi quasi obbligatori delle raffigurazioni dell'imperatore trionfante: si ritrova su numerose monete, ma anche nella scultura, come nel caso della scena del sacrificio nell'arco di Galerio e in alcuni dittici consolari.

L'imperatore, con i capelli tagliati a scodella o ad "arco" in modo che la frangia disegni un arco di cerchio intorno al suo viso, indossa una corona decorata di perle, delle quali quattro ancora esistenti. I tratti del viso, di forma ovale, sono abbastanza pesanti, specie le sopracciglia e il naso, ma danno un aspetto sorridente al ritratto imperiale. Il sovrano veste la tenuta militare del comandante in capo dell'esercito, funzione nella quale è raffigurato: porta una tunica corta sotto la corazza, e, sopra di questa, il paludamentum ("mantello"), con un lembo che svolazza dietro la sua figura, fermato sulla spalla da una fibula rotonda, in origine decorata con una pietra preziosa come la corazza; gli stivali che calza hanno i lacci incrociati e sono decorati da una testa di un leone. I finimenti del cavallo sono decorati con una serie di medaglioni, in origine decorati da pietre preziose, oggi scomparse ad eccezione di quella al centro della testa.

Il rilievo del motivo centrale è particolarmente accentuato: la Vittoria, la lancia e, in misura minore, le teste dell'imperatore e della sua cavalcatura, sono scolpite quasi a tutto tondo. La cura usata nel disegnare i drappeggi, così come nel modellare alcuni dettagli anatomici come i muscoli delle gambe dell'imperatore, possono essere qualificati come classicheggianti. Queste caratteristiche, assieme alla disproporzione delle figure, servono a sottolineare la maestà della persona imperiale, un tema tipico dell'arte teodosiana.

Pannello laterale

Le placche laterali sono di un rilievo meno elevato e, stilisticamente, realizzate con un grado di virtuosità minore. La profondità massima del rilievo centrale è pari a 28 mm contro gli 8–9 mm solamente per i pannelli laterali.

Il rilievo della placca sinistra raffigura un ufficiale superiore riconoscibile dalla sua panoplia militare, comparabile a quella dell'imperatore: barbato, porta corazza e paludamento, fissato alla spalla destra con una fibula meno elaborata. Si distingue, fissato alla cintura, il fodero decorato di perle della sua spada, portata a sinistra. Questo personaggio avanza verso l'imperatore, recandogli una statuetta della Vittoria montata su di un piedistallo e che regge una palma e una corona, in tutto simili a quelli del pannello centrale. L'ufficiale è all'interno di una decorazione architettonica, consistente in due colonne con capitello corinzio e una pavimentazione, forse in opus sectile, che rimanda a una sala del palazzo.

Questo personaggio è talvolta interpretato come un console, in quanto sia la statua della Vittoria che la borsa con l'oro ai suoi piedi sono attributi consolari. Ma anche se un'allusione alla sparsio, la donazione consolare raffigurata in altri dittici (come quello di Clementino del 513 e quello di Giustino del 540), la borsa d'oro è simbolo ancor più evidente del bottino di guerra, e costituisce così una prova del trionfo imperiale. Del resto, anche il cesare e console Gallo è raffigurato con una statuetta della Vittoria in mano nell'illustrazione del Cronografo del 354 , sebbene indossi in quella immagine le vesti civili e non quelle militari. L'ufficiale dell'avorio Barberini dovrebbe piuttosto raffigurare un generale che abbia preso parte alla campagna vittoriosa celebrata nel rilievo; è naturale supporre che il principio di simmetria che domina questo tipo di composizioni abbia voluto la presenza di un secondo generale, nel pannello di destra, oggi mancante.

Esiste anche la possibilità che il personaggio in questione raffiguri il re franco Clodoveo I, al quale forse l'imperatore Anastasio I Dicoro inviò l'Avorio Barberini nel 508.

Pannello inferiore