La Lettera di Barnaba (, o Lettera di Pseudo-Barnaba o Epistola di Barnaba)Testo della Lettera è una lettera anonima inclusa nella letteratura subapostolica. Fu composta in greco koinè tra il 70 e il 132. Fu inizialmente attribuita a Barnaba, collaboratore di San Paolo, ma dagli studiosi moderni è considerata opera di uno scrittore sconosciuto, da cui viene il titolo. La datazione, come il luogo di composizione della Lettera, sono incerti.

Contenuto La Lettera di Barnaba ha forma meno di lettera (le manca l'indicazione dell'identità del mittente e dei destinatari) che di omelia parenetica o di trattato teologico. Sia nella forma che nel contenuto manifesta spiccate somiglianze con la Lettera agli Ebrei, che Tertulliano attribuì a san Barnaba.H.H.B. Ayles, Destination, Date, and Authorship of the Epistle to the Hebrews (Cambridge University Press 1899), p. 150 Il documento però non è totalmente privo di caratteristiche epistolari,James Carleton Paget, The Epistle of Barnabas: Outlook and Background (Mohr Siebeck 1994), p. 45 e Reidar Hvalvik sentenzia che è davvero una missiva.

Sulla base della materia trattata, l'opera può essere divisa in due parti. La prima parte (capitoli 1-17) espone una polemica anticultuale, mette in contrapposizione il popolo giudeo e quello cristiano, e presenta il suo insegnamento sull'alleanza, sull'incarnazione del Figlio di Dio, sulla passione e sul battesimo, su Gesù Figlio di Dio e non dell'uomo, sul sabato e sul tempio. La seconda parte (capitoli 18–21) tratta la dottrina delle due vie, tema anche della coeva Didaché.Quacquarelli (1976), pp. 181–182

Nella prima parte l'autore insiste che bisogna interpretare spiritualmente, non letteralmente, i testi veterotestamentari, quali le norme riguardanti i sacrifici (cap. 2), il digiuno (cap. 3), la circoncisione (cap. 9), i cibi proibiti (cap. 10), il sabato (cap. 15), il tempio (cap. 16). Mette al centro la passione di Gesù, causa della remissione dei peccati e spiegazione/compimento delle profezie e delle prefigurazioni dell'Antico Testamento: "Per questo il Signore sopportò di dare la sua carne alla distruzione: perché fossimo santificati con la remissione dei peccati, vale a dire con l'effusione del suo sangue." Prefigurazioni di Gesù e della passione sono da lui individuate nel capro espiatorio (cap. 78), nella giovenca rossa (cap. 8), nella nomina di Giosuè, omonimo di Gesù in greco (cap. 12), nelle braccia di Mosè estese (secondo il testo biblico della Septuaginta, che era "la Bibbia della Chiesa primitiva"Everett Ferguson, Backgrounds of Early Christianity (Eerdmans 2003), p. 436) durante la battaglia contro Amalek (cap. 12).

Reputazione nei primi secoli

La supposta origine apostolica dell'opera era per alcuni cristiani motivo per assegnarle un'autorità simile a quella accordata ai libri neotestamentari; ma quando si fissò il canone del Nuovo Testamento, essa ne è rimasta esclusa, però a differenza degli apocrifi, essa appartiene alla cosiddetta letteratura subapostolica, testi della fine del I secolo e dell'inizio del II secolo, quali la Didaché, la Lettera di Clemente, le Lettere di Ignazio e il Pastore di Erma, che godettero di una notevole fortuna al punto che alcuni di essi sono contenuti, inseriti immediatamente dopo i libri canonici, in antichi manoscritti della Bibbia, per esempio nel Codex Alexandrinus e nel Codex Hierosolymitanus.

Clemente di Alessandria, nel citare la Lettera di Barnaba, adopera frasi quali "Dice l'apostolo Barnaba".Stromata, libro 2, capitoli 6, 7, 15, 18, 20

Origene ne parla come "la lettera cattolica di Barnaba",Contra Celsum, libro 1, capitolo 63Peter Kirby, "Epistle of Barnabas", trascritto da Kirsopp Lake, The Apostolic Fathers (London 1912), vol. 1, pp. 337–339 denominazione da lui per primo usata per le sette lettere cattoliche del Nuovo Testamento, che differiscono dalle lettere paoline nel non essere dirette ad una specifica chiesa o una specifica persona.Darian Lockett, An Introduction to the Catholic Epistles (A&C Black 2011), p. 3

L'inclusione dell'opera quasi come parte del Nuovo Testamento nel Codex Sinaiticus testimonia l'alta stima e lo status quasi canonico di cui godeva, ed è prova della sua popolarità e della sua utilità, ma non necessariamente della sua canonicità.Andreas J. Köstenberger, Michael J. Kruger, The Heresy of Orthodoxy (Crossway 2010), p. 164Edmon L. Gallagher, John D. Meade, The Biblical Canon Lists from Early Christianity: Texts and Analysis (Oxford University Press 2017), p. 107

Nel Codex Claromontanus del VI secolo si trova un catalogo (datato di due o tre secoli prima) di libri biblici insieme ai quali sono menzionati, con indicazione di incertezza della canonicità, i libri Epistola di Barnaba, Pastore di Erma, Atti di Paolo e Apocalisse di Pietro.Catalogue inserted in Codex ClaromontanusStichometric list in Codex Claromontanus (about A.D. 400)

Un simile catalogo, che si trova come appendice nella Cronografia di Niceforo I di Costantinopoli (758 circa–828), descrive come "contestate" le quattro opere neotestamentarie Lettera di Barnaba, Apocalisse di Giovanni, Apocalisse di Pietro e Vangelo degli Ebrei, ma allo stesso tempo le distingue dai sette elencati "apocrifi del Nuovo Testamento".Erwin Preuschen, Analecta (1893), pp. 157−158

Trasmissione

Il testo della Lettera di Barnaba è conservato nel Codex Sinaiticus del IV secolo, che fu ritrovato da Konstantin von Tischendorf tra il 1844 e il 1859 nel monastero di Santa Caterina nel Sinai. Questo manoscritto contiene i libri dell'Antico Testamento (con i deuterocanonici) e del Nuovo Testamento, immediatamente dopo i quali mette la Lettera di Barnaba e il Pastore di Erma.Riproduzione della pagina iniziale della Lettera di Barnaba nel Codex Sinaiticus

La Lettera di Barnaba è contenuta anche nel Codex Hierosolymitanus del 1056, scoperto nel 1873 dal metropolita ortodosso Philotheos Bryennios nella biblioteca del convento del Santo Sepolcro di Costantinopoli e conservato oggi presso il Patriarcato di Gerusalemme. In questo codice, che non contiene libri canonici, si trovano pure la Didaché, la Lettera di Clemente, la Lettera di Pseudo-Clemente e la recensione lunga delle Lettere di Ignazio.

La maggior parte del testo della Lettera di Barnaba è conservata anche in una famiglia di una decina di manoscritti, della quale il capostipite è il Codex Vaticanus Graecus 859. In questi i capitoli 1:1–9:2 della Lettera di Policarpo ai Filippesi sono seguiti dai capitoli 5:7b−21:9 della Lettera di Barnaba senza alcuna indicazione della rottura di continuità. L'archetipo dev'essere stato copiato da un manoscritto in cui mancavano i fogli contenenti la fine di Policarpo e l'inizio di Barnaba.

Il Codex Corbeiensis del IX secolo, chiamato pure Codex Petropolitanus Lat. Q.v. I.n.38/39, reca una versione latina (senza gli ultimi capitoli 18–21), versione fatta, al più tardi, forse alla fine del IV secolo. In generale, questo testo rende l'originale greco abbastanza letteralmente, ma a volte è più breve e, in quei luoghi dove differisce dal testo dei due codici che contengono il testo completo (di solito concordi l'uno con l'altro), spesso coincide con quella famiglia di manoscritti nei quali mancano i primi capitoli.

Inoltre il Papiro 757, del III o IV secolo, contiene i versetti 9,1–6, e un manoscritto in siriaco del XIII secolo contiene tre versetti isolati. Esistono pure citazioni dell'opera negli scritti di Clemente Alessandrino, Origene, Didimo il Cieco e Girolamo.

Datazione Secondo Reidar Hvalvik, l'unica certezza concernente la data di composizione della Lettera di Barnaba è che appartiene al periodo tra il 70 (anno della distruzione di Gerusalemme e del suo tempio) e l'ultima parte del II secolo (quando Clemente Alessandrino la cita); e si tende sempre più a dichiarare impossibile essere più precisi. "Nessuna datazione precisa è possibile: orientativamente lo scritto fu prodotto tra la fine del I e l'inizio del II secolo". I tentativi di assegnare una data più esatta sono solo congetture.

Riferendosi ad Isaia 49,17, i versetti 16,3-4 della Lettera dichiarano: "[Il Signore] dice: 'Ecco quelli che hanno distrutto questo tempio, essi lo edificheranno'. E si avvera. Durante la loro guerra fu distrutto dai nemici. Ora gli stessi servitori dei nemici lo riedificheranno". Hvalvik riferisce questo alla distruzione del Secondo Tempio di Gerusalemme dai romani nel 70 e ad una speranza di vederlo ricostruire dagli stessi romani, speranza vigente prima dello scoppio della terza guerra giudaica (132–135). LˊEnciclopedia Britannica assegna 130 come ultimo anno possibile ("l'opera può essere di una data così tardiva come 130") e indica come data effettiva "circa 100". La stessa data comunemente attribuita al Vangelo secondo Giovanni. L'edizione 1911 della stessa pubblicazione optava fortemente per il principato di Vespasiano (70–79),1911 Encyclopædia Britannica/Barnabas poco dopo che la Catholic Encyclopedia aveva espresso una preferenza per 130−131 nel contributo di Paulin LadeuzePaulin Ladeuze, "Epistle of Barnabas" in The Catholic Encyclopedia (New York: Robert Appleton Company, 1907) e per 96−98 in quello di John Bertram Peterson. In effetti non esiste alcun consenso fra gli studiosi su una data più precisa dentro i limiti indicati dalla relazione che la Lettera avrebbe con il tempio di Gerusalemme.

Nel 1966, William H. Shea affermò che la datazione 100–132 trova maggior supporto fra gli studiosi, inclusi "autorità" come Konstantin von Tischendorf (1815–1874), Adolf von Harnack (1851–1930) e Edgar J. Goodspeed (1871–1962). Nel 2013, Abel Mordechai Bibliowicz disse che la maggior parte degli studiosi sostiene una datazione anteriore alla fine del primo secolo.Abel Mordechai Bibliowicz, Jews and Gentiles in the Early Jesus Movement: An Unintended Journey (Springer 2013), p. 139; estratto; testo in formato pdf

Helmut Koester affermò nel 1995 che nessun libro del Nuovo Testamento si trova citato né esplicitamente né tacitamente nella Lettera di Barnaba, da lui considerata anteriore al Vangelo secondo Matteo: "Non si può dimostrare che [l'autore] abbia conosciuto ed usato i vangeli del Nuovo Testamento. Al contrario, ciò che Barnaba presenta qui proviene dalla 'scuola degli evangelisti'. Si vede perciò come le primissime comunità cristiane dedicavano particolare attenzione all'esplorazione delle Scritture al fine di comprendere e di raccontare la passione di Gesù. Barnaba rappresenta ancora la tappa iniziale del processo che seguitò nel Vangelo di Pietro, poi nel Vangelo secondo Matteo, e fu completato in Giustino martire.Helmut Köster, Einführung in das Neue Testament im Rahmen der Religionsgeschichte und Kulturgeschichte der hellenistischen und römischen Zeit (Walter de Gruyter 1980), p. 716Versione inglese: Helmut Koester, Introduction to the New Testament (Walter de Gruyter 1995), vol. 2, p. 281

Anche secondo Jay Curry Treat, mancano nella Lettera citazioni del Nuovo Testamento, con la possibile eccezione di un riferimento alla frase "molti i chiamati, pochi gli eletti" del Vangelo secondo Matteo , e perciò non risulta con certezza che l'autore abbia conosciuto alcun vangelo scritto; pare più probabile invece che la Lettera sia uno dei componenti di quella tradizione dalla quale attinsero i vangeli scritti."Although Barnabas 4:14 appears to quote Matt 22:14, it must remain an open question whether the Barnabas circle knew written gospels. Based on Koester's analysis (1957: 125–27, 157), it appears more likely that Barnabas stood in the living oral tradition used by the written gospels. For example, the reference to gall and vinegar in Barnabas 7:3, 5 seems to preserve an early stage of tradition that influenced the formation of the passion narratives in the Gospel of Peter and the synoptic gospels" (Jay Curry Treat in The Anchor Bible Dictionary (1992) vol. 1, p. 614).