Le Ordinanze di Saint-Cloud, o Ordinanze di Luglio, sono un insieme di decreti, emanati da Carlo X, il 25 luglio 1830 dal castello di Saint-Cloud, alla presenza dei ministri del Governo Polignac, che le sottoscrissero. Pubblicate il giorno successivo (26 luglio), esse scatenarono la reazione degli operai tipografici di Parigi e dei deputati liberali, maggioranza alla Camera dei deputati, dando inizio alla cosiddetta Rivoluzione di luglio.
Antefatti Il ministero "liberale" di Martignac Con le elezioni del 17 e 24 novembre 1827, i liberali divennero maggioranza alla Camera dei deputati. Nonostante che nulla lo obbligasse e malgrado le proprie convinzioni, Carlo X, si adeguò affidando, il 5 gennaio 1828, la guida del ministero al semi-liberale visconte di Martignac. Il suo ministero fece votare qualche legge liberale ma, non fu capace di arrestare la montata del liberalismo. Messo in minoranza su una legge di riorganizzazione degli enti locali, si dimise. Si era, tuttavia, trattato solo di una occasione come un'altra per rovesciare un governo che si appoggiava su una maggioranza raccogliticcia, in un parlamento ormai spaccato fra 'dottrinari' ed ultra-realisti (oltre ai pochi radicali).
La costituzione del ministero Polignac Carlo X si dichiarò «stanco degli abusi dei liberali» e decise di imporre le proprie scelte senza tener conto della maggioranza parlamentare: l'8 agosto 1829, nominò ministro degli esteri il principe di Polignac, suo confidente e leader del 'partito' ultra'. Polignac emerse rapidamente come la figura leader del ministero. Nel novembre 1829, divenne, finalmente, primo ministroSino al novembre 1829 Carlo X evitò di attribuire ad alcuno il titolo formale di primo ministro, come era stato, precedentemente, nel caso del Martignac.
Si inaugurarono, quindi, mesi di viva tensione parlamentare, che il governo cercò, invano, di attenuare, senza, però, offrire poco o nulla in cambio.
L'oggetto del contendere Niente permette di affermare che, come sostenuto dall'opposizione, Carlo X e Polignac abbiano voluto un ritorno all’Ancien Régime di prima del 1789: ad essere contrapposte nel 1829-30 erano due concezioni della monarchia costituzionale, ovvero due diverse interpretazioni della Carta del 1814. da una parte il Carlo X pretendeva di attenersi ad una lettura stretta della Carta: la corona possedeva l'esclusivo diritto di scegliere liberamente i propri ministri. dall'altra, i liberali, forti della maggioranza alla Camera bassa, sostenevano che «le scelte della corona debbono necessariamente ricadere su degli uomini che ispirano abbastanza fiducia per raccogliere attorno all'Amministrazione l'appoggio delle Camere». In questo essi non facevano che richiamare la consuetudine, instaurata da Luigi XVIII, di ‘accomodare’ la composizione dei ministeri alla maggioranza della Camera: una scelta assai saggia, ancorché in nessun modo imposta dalla vigente Carta.
Il discorso della corona Il 2 marzo 1830, alla apertura della sessione parlamentare, di fronte alle due Camere riunite, Carlo X aveva insistito sulla propria «risoluzione di mantenere la pace pubblica».
Il 16 marzo, la Camera reagì adottando una mozione, ricordata come Indirizzo dei 221, che insisteva sul necessario «concorso permanente dei desideri politici del vostro governo con i desideri del vostro popolo» quale «condizione indispensabile della regolare condotta degli affari politici»: una vera e propria mozione di sfida nei confronti del ministero Polignac.
Il 18 marzo essa venne presentata a Carlo X, alle Tuileries, da una delegazione di deputati. Carlo X rispose: «avevo diritto di contare sul concorso delle due camere» e rimandò la delegazione.
La crisi politica La prima dissoluzione della Camera
La crisi era nei fatti e Carlo X stabilì di forzarla, pur rimanendo, formalmente, nei limiti del dettato della Carta.
Cominciò immediatamente all'indomani, 17 marzo, emettendo un'ordinanza che aggiornava la sessione dei lavori parlamentari al 1º settembre. Si trattava di una mossa conforme all'Art 50 della Carta, che non prevedeva limitazioni, bensì l'unica tutela di doverla riconvocare entro tre mesi: un tempo che Luigi XVIII aveva ritenuto, evidentemente, sufficiente ad appianare molti contrasti. Quel che mancava, in questo caso, era un possibile terreno di intesa fra due posizioni, quella dei liberali e degli ultra ed a prescindere dalla rispettiva fondatezza, decisamente estremiste. Ed infatti non si addivenne ad alcun compromesso.
A quel punto, Carlo X stabilì di seguire per intero il percorso segnato dall'Art. 50: il 16 maggio 1830 dissolse l'assemblea, contando sul giudizio del popolo per ricostituire una maggioranza a lui favorevole. Ma, nella sorpresa generale, i liberali vinsero le elezioni del 23 giugno e del 19 luglio. In soprannumero, i liberali si videro attribuire 274 seggi, ossia 53 più di quanti ne avessero prima della dissoluzione.
L'ostinazione di Carlo X Sin qui Carlo X aveva seguito il percorso ‘costituzionale’ indicato dal fratello e predecessore Luigi XVIII. Ma nulla era disposto nel caso in cui le elezioni non avessero sanato il contrasto per cui dare applicazione all'Art. 50. Ne seguiva, giurisprudenzialmente e logicamente, la necessità di dichiarare un vincitore, e chiudere il contrasto.
Ma questa non era l'opinione del sovrano, il quale era dominato da ben altri pensieri: lui stesso fratello minore di Luigi XVI, il re ghigliottinato, ricordava bene come quest'ultimo avesse perso il trono proprio a causa di un eccesso di accomodamento nei confronti di una maggioranza recalcitrante. Un esempio ben presente alla sua mente, tanto da fargli pronunciare le famose parole:
Al ministero riunito dichiarò:
I successi di politica estera Nella sua ostinata determinazione, la corte era sostenuta dai contemporanei successi di politica estera. Sin dagli ultimi mesi del governo Martignac, infatti, il Regno aveva inaugurato una aggressiva politica militare: prima in Grecia, con l'invio di un nutrito corpo di spedizione francese, che diede un decisivo contributo alla liberazione della Grecia. Non contento, però, Polignac progettò una seconda spedizione militare, questa volta su Algeri: i due fronti erano, in qualche modo, collegati, in quanto le relazioni fra Parigi ed il locale bey (teorico suddito della cosiddetta Sublime Porta) erano gravemente peggiorate a seguito dell'intervento in Grecia. Tanto che le due spedizioni potevano essere considerate come parte del medesimo conflitto.
Il 9 luglio giunse a Parigi la notizia del grande successo militare della conquista di Algeri, liberata appena il 5 luglio: venne comandato il Te Deum in tutte le chiese di Francia, alla presenza dello stesso sovrano, in Notre-Dame l'11 luglio.
Il successo, unito alle rassicurazioni offerte dal prefetto di polizia che Parigi non si muoverà, confortarono il sovrano ed i suoi ministri a forzare l’impasse politica interna.
Due erano gli effetti negativi di tale esito: l'ostilità del governo di Londra (alle cui domande di chiarimenti Carlo X fece rispondere con arroganza), che vedeva di cattivo occhio ogni rafforzamento altrui nel Mediterraneo. Eppoi l'assenza dalla capitale del ministro della guerra, maresciallo Bourmont, a capo della spedizioneAlcuni memorialisti attribuirono proprio alla assenza del maresciallo, la debolezza della organizzazione militare prima della Rivoluzione di luglio. Ma, nelle circostanze date, non si attribuì ai due fattori la loro reale importanza.
Un tentativo conciliativo degli orleanisti Di fronte ad un simile rafforzamento della posizione della corte e del governo, la maggioranza liberale alla Camera dei deputati presero a proporre un atteggiamento maggiormente conciliativo: i deputati liberali più vicini al duca d’Orléans proposero di sostenere il ministero, insieme ad un inasprimento alla legge elettorale ed alle leggi sulla stampa. Chiedendo, in compenso, l'ingresso al governo di tre ministri liberali. Un'iniziativa resa più credibile dall'esito di una visita che il 21 luglio il marchese di Sémonville, gran referendario della Camera dei Pari, rese all'Orléans: il primo gli prospettò di prendere il posto del sovrano e questi la rifiutòIl G. Antonetti, Louis-Philippe, Paris 2002 ISBN 2-213-59222-5, riporta il seguente colloquio: «La corona? Mai, Sémonville, a meno che non arrivi per diritto!». «Sarà per diritto, Signore, la corona sarà a terra e la Francia la raccoglierà e vi obbligherà a portarl».. Un comportamento che, tenuto conto delle consolidate ambizioni del duca, venne spiegato con una implicita sanzione al comportamento dei ‘suoi’ deputati.
Si trattava di una proposta decisamente ragionevole e, ciò che più importa, coerente con la prassi consolidata del Regno: i capi del ‘partito’ ultra Villèle e Corbière, ad esempio, erano entrati nel, il 21 dicembre 1820 erano entrati nel più moderato secondo governo Richelieu, consentendo a quest'ultimo di rafforzare la propria base parlamentare e preparando la strada al successivo ministero Villèle, entrato in carica il 14 dicembre 1821.
Polignac, in ogni caso, non raccolse: dimostrando, qui massimamente, le proprie intenzioni ‘fondamentaliste’ che infine portarono alla ultima caduta della casa di Borbone.
L'opposizione liberale Nemmeno fra i deputati a sinistra di quelli vicini all'Orléans, tuttavia, si prendeva in considerazione il ricorso alla piazza: i deputati liberali, in gran parte espressione dell'aristocrazia e della grande borghesia, tenevano ai privilegi offerti loro dalla vigente legge elettorale censitaria e non erano affatto ‘democratici’. Essi temevano un'insurrezione popolare quanto e forse più della corte, non avendo i mezzi per gestirla. A cosa corrispondessero le intenzioni dei più esagitati di loro, si vide il 10 luglio, allorché una quarantina di deputati e di pari di Francia, riuniti presso il duca de Broglie, promisero di rifiutare il voto sul bilancio. Ovvero la massima minaccia concepita da uno dei teorici ‘estremi’ del liberalismo, il Constant.
Ed è su questa base che è possibile valutare decisamente estremista la posizione del Polignac, nonché decisamente improprie le preoccupazioni di Carlo X riguardo ai paragoni con Luigi XVI e la carretta della ghigliottina: la lezione della Grande Rivoluzione condizionava ancora non solo gli ultra, bensì anche i liberali. I desideri dei quali erano decisamente lontani dal ritorno al Terrore od alla dittatura militare del Bonaparte.
La Ordinanze Il ricorso all'Art. 14 della Carta Proprio a partire dal 10 luglio, il sovrano ed i suoi ministri presero a predisporre, nel più grande segreto, la prossima mossa. Essi stabilirono (malgrado le riserve del guardasigilli Guernon-Ranville) di potersi servire di un ultimo appiglio 'costituzionale': l'Art. 14 della Carta, che recitava:
Dunque, l'intero potere esecutivo apparteneva al monarca, il quale, parimenti, conservava il potere di iniziativa legislativa. Dopodiché (artt. 17-18) tutte le leggi debbono essere discusse e votate liberamente dalla maggioranza di ciascuna delle due camere. Ma con una essenziale riserva, contenuta nell'ultimo comma del precedente art. 14:
Si trattava di una riserva particolarmente estesa (in pratica un diritto di supplenza legislativa) in quanto non condizionata ad alcuna successiva sanzione parlamentareCome è, ad esempio, per lo strumento della decretazione d’urgenza concesso al governo dalla Costituzione della Repubblica Italiana e limitata unicamente alla condizione che essa intervenga per la sicurezza dello Stato. Ma non si lasciava ad intendere se per andasse inteso come quando sia in pericolo o nell'interesse. Né a chi spettasse giudicare in merito, benché, stante il generale tono della Carta, vi fossero pochi dubbi sulla totale autonomia, in merito, del sovrano.