La censura fascista in Italia consistette in un'attività di censura e di controllo sistematico della comunicazione e, in particolare, della libertà di espressione, di pensiero, di parola, di stampa e nella repressione della libertà di associazione, di assemblea, di religione avutasi soprattutto durante il ventennio fascista (1922-1943).

La censura in Italia non terminò del tutto con la fine del regime fascista, anche se i governi democratici della Repubblica Italiana, pur sussistendo alcune disposizioni del codice Rocco, si dichiararono esplicitamente a favore della libertà d'espressione come sancito dall'articolo 21 dalla costituzione della Repubblica Italiana.

Contesto storico

Norme limitatrici di alcune delle libertà civili erano presenti anche nella politica culturale sabaudaGabriele Nicola, Modelli comunicativi e ragion di Stato. La politica culturale sabauda tra censura e libertà di stampa (1720-1852), Editore Polistampa, sia prima dell'unità d'Italia che al tempo del Regno d'Italia prima dell'avvento del fascismo.

L'intervento repressivo, sporadico fino al 1923, registra un salto di qualità l'8 luglio 1924 con la pubblicazione - ad un anno dalla sua approvazione in Consiglio dei ministri - del regio decreto-legge 15 luglio 1923, n. 3288, contenente norme sulla gerenza e vigilanza dei giornali e delle pubblicazioni periodiche. Il 10 luglio lo stesso governo Mussolini approva all'unanimità le «Norme di attuazione del R.D. legge 23 luglio 1923, sulla gerenza e vigilanza dei giornali». Molti giornali chiusi o censurati fanno ricorso; i magistrati accolgono i ricorsi giudicando i regi decreti inidonei a comprimere le libertà garantite dallo Statuto albertino. Ciò indurrà il 4 dicembre 1924 il governo Mussolini a presentare alla Camera un progetto di legge sulla stampa, di rango primario, che darà luogo alla normativa liberticida di cui alla legge 31 dicembre 1925, n. 2307.

A partire dal 1925, del resto, inizia a prendere forma lo stato dittatoriale che reprimerà ogni forma di libertà d'espressione. Durante il ventennio fascista, inoltre, la polizia politica esercita uno stretto controllo sulle vite dei cittadini.La polizia politica fascista nel 1930 prese il nome di OVRA.

Caratteristiche e scopi La censura si proponeva il controllo:

dell'immagine pubblica del regime, ottenuto anche con la cancellazione immediata di qualsiasi contenuto che potesse suscitare opposizione, sospetto, o dubbi sul fascismo; dell'opinione pubblica come strumento di misurazione del consenso; dei singoli cittadini ritenuti sospetti dal governo con la creazione di archivi nazionali e locali (schedatura) nei quali ognuno veniva catalogato e classificato a seconda delle idee, delle abitudini, delle relazioni d'amicizia, dei comportamenti sessuali e delle eventuali situazioni e atti percepiti come riprovevoli.

La censura fascista aggiunse ai temi che già in epoca liberale venivano tenuti sotto sorveglianza, come la morale, la magistratura, la casa reale e le forze armate, una quantità di argomenti che variavano a seconda dell'evolversi dell'ideologia fascista e dei suoi atti politici. In particolare veniva censurato ogni contenuto ideologico alieno al fascismo o considerato disfattista dell'immagine nazionale, ed ogni altro tema culturale considerato disturbante il modello stabilito dal regime.

Dapprima fu eliminata ogni considerazione ritenuta lesiva del regime (a proposito del Duce, della guerra, della patria e del sentimento nazionale) e, in seguito, ogni accenno ritenuto negativo nei confronti della maternità, della battaglia demografica, dell'autarchia ecc. In modo particolare la censura del regime era attenta ed occhiuta quando nelle produzioni e visione degli spettacoli si rintracciava una qualche considerazione celebrante l'individualismo che mettesse in discussione la supremazia dello Stato, principio supremo dell'ideologia fascista.Durante la seconda guerra mondiale fu vietata la proiezione de Il grande dittatore (1940) di Charlie Chaplin e di tutti i film prodotti in URSS

Dal 1925 al 1937 La censura sulla stampa d'informazione

I decreti del regime fascista sulla stampa in vigore dal 1924 e la legislazione speciale per la difesa dello Stato sanciranno di fatto la chiusura in Italia del quotidiano anarchico «Umanità Nova» poi pubblicato in Francia e negli Stati Uniti d'America. Nel 1925 iniziò una lunga sequela di sequestri o chiusure forzate dei giornali non allineati al regime. L'8 novembre veniva sospesa la distribuzione de «L'Unità» e dell'organo del Partito Socialista Italiano «Avanti!».Dopo la soppressione da parte del Prefetto di Milano, dal 31 ottobre 1926 il quotidiano socialista fu pubblicato come settimanale a Parigi e a Zurigo. In data 31 dicembre 1925 entrò in vigore la legge n. 2307 sulla stampa che disponeva che i giornali potessero essere diretti, scritti e stampati solo se avessero avuto un responsabile riconosciuto dal prefetto, vale a dire dal governo. Quelli privi del riconoscimento prefettizio venivano considerati illegali. Il regime aumentò il suo controllo anche con l'esercizio di intimidazioni e pressioni indirette, come avvenne quando nel 1925 Luigi Albertini, in occasione degli articoli riguardanti il delitto Matteotti, fu costretto a dimettersi dalla direzione del Corriere della Sera e a lasciare la società editrice, che passò sotto la proprietà dei Crespi.

Nell'ottobre del 1926 il fallito attentato a Mussolini a Bologna diede al regime il pretesto per sopprimere lAvanti! (organo del PSI) e il quotidiano indipendente Il Mondo di Roma. Fu temporaneamente chiusa anche L'Ora di Palermo fino alla fine dello stesso anno. Con l'approvazione del R.D. 26 febbraio 1928, n. 384 si crearono i presupposti per il controllo totale della stampa: la nuova disposizione stabiliva infatti che poteva essere iscritto all'ordine dei giornalisti solo chi non avesse svolto attività in contrasto con gli interessi della nazione. Le domande d'iscrizione all'albo erano controllate da un'apposita commissione, di nomina ministeriale, che le approvava in base alle informazioni delle varie prefetture sulla "condotta politica" dei richiedenti.

Il 6 novembre 1926 fu emanato il Testo unico di Pubblica sicurezza. In materia di sequestro degli stampati, conteneva le seguenti disposizioni: l'articolo 111 stabiliva che per esercitare l'”arte tipografica” e “qualunque arte di stampa o di riproduzione meccanica o chimica in molteplici esemplari” occorreva la “licenza del questore”; all'art. 112 veniva fatto divieto di “fabbricare, introdurre nel territorio dello Stato, acquistare, detenere, esportare” e anche esporre in vetrina “scritti, disegni, immagini od altri oggetti di qualsiasi specie contrari agli ordinamenti politici, sociali od economici costituiti nello Stato o lesivi del prestigio dello Stato o dell'Autorità o offensivi del sentimento nazionale” (testo del T. U. rivisto con il regio decreto n. 773 del 18 giugno 1931).. La facoltà di disporre il sequestro di una pubblicazione spettava all'autorità locale di pubblica sicurezza.

Nel 1930 venne proibita la distribuzione di libri che contenevano ideologia marxista o simili, ma questi libri potevano essere raccolti nelle biblioteche pubbliche in sezioni speciali non aperte al vasto pubblico. Lo stesso capitava per i libri che venivano sottoposti a sequestro. Tutti questi testi potevano essere letti dietro autorizzazione governativa ricevuta in seguito alla manifestazione di validi e chiari propositi scientifici o culturaliMaurizio Cesari, La censura nel periodo fascista, ed. Liguori, 1978. L'autore spiega come, nonostante i divieti, ottenere questi permessi fosse una faccenda alquanto facile..

Nel periodo che intercorre dal 1926 al 1934 si verificò un importante trasferimento di competenze: il ministero dell'Interno (di cui la Pubblica Sicurezza è parte integrante) fu sollevato dalla gestione della materia, che Mussolini decise di accentrare nella Presidenza del Consiglio. Il documento che fece da spartiacque fu la circolare del 3 aprile 1934 firmata da Benito Mussolini. Essa (Circ. 442/9532) conferì il potere di censurare una pubblicazione all'Ufficio stampa della Presidenza del Consiglio, che si affiancò pertanto ai prefetti (e naturalmente li poté condizionare). Inoltre annunciò l'introduzione del sequestro preventivo delle pubblicazioni. Infatti, si legge che.:

Venivano salvate le formalità della legge in vigore, secondo cui la riproduzione a stampa rimaneva libera, ma il sequestro poteva avvenire prima che la pubblicazione raggiungesse il pubblicoNon furono previste conseguenze penali perché in questo caso si sarebbe dovuta cambiare la legge.

Per completare il passaggio dalla vecchia prassi alla nuova occorsero circa due anni. Durante questo processo l'Ufficio stampa della Presidenza del Consiglio aumentò le sue funzioni fino a diventare Ministero della cultura popolare (Minculpop). I prefetti furono scavalcati: tutta la materia passò quindi nelle mani del dicastero retto da Dino Alfieri.

Il controllo sulle pubblicazioni lecite era condotto in pratica, alle rotative, da fedeli funzionari civili, e ciò diede vita alla comune battuta secondo cui qualsiasi testo che poteva raggiungere un lettore era stato "scritto dal Duce e approvato dal caporeparto". Nel 1936 il Minculpop iniziò a dare precise indicazioni editoriali, ponendo la sua attenzione anche agli aggettivi. Come in qualsiasi sistema totalitario, la censura fascista suggeriva di comporre i giornali con una più ampia attenzione alla cronaca nei momenti politicamente più delicati, in modo da distrarre l'opinione pubblica dai problemi del governo. La stampa creava allora dei "mostri" o si concentrava su figure terrorizzanti (assassini, serial killer, terroristi, pedofili, ecc.). Quando necessario, veniva evidenziata l'immagine di uno Stato sicuro e ordinato, dove la polizia era in grado di catturare tutti i criminali e, come vuole il luogo comune, i treni erano sempre in orario. Tutte queste manovre erano solitamente gestite direttamente dal MinCulPop.

La satira: il Marc'Aurelio Riguardo alla satira e alla stampa ad essa associata, il fascismo non fu molto severo e infatti una famosa rivista, il Marc'Aurelio, ebbe modo di essere stampata e distribuita con pochi problemi.Eugenio Marcucci, Giornalisti grandi firme: l'età del mito, Rubbettino Editore, 2005 p. 354 Nel 1924-1925, durante il periodo più violento del fascismo (quando le squadre fasciste usarono la brutalità contro gli oppositori), riferendosi alla morte di Giacomo Matteotti, ucciso dai fascisti, il Marc'Aurelio pubblicò una serie di pesanti barzellette e vignette, descrivendo un Mussolini che distribuiva la pace, eterna in questo caso. Il Marc'Aurelio comunque assunse un tono più integrato negli anni successivi e nel 1938 (l'anno delle leggi razziali) pubblicava spesso articoli e disegni di volgare contenuto antisemita.

La censura teatrale L'intervento del regime fascista nella vita pubblica italiana, agli inizi modesto, divenne rilevante solo dopo il 1922 con il contemporaneo consolidarsi del regime. Negli anni venti il teatro italiano attraversava una profonda crisi dovuta alla concorrenza del cinema ed è solo dagli anni trenta che il governo fascista prende atto dell'importanza dell'influenza culturale rappresentata dallo spettacolo teatrale decidendo di prendere in mano la guida delle attività teatrali con una serie d'interventi come il finanziamento pubblico, la nuova organizzazione delle filodrammatiche, il controllo delle compagnie nelle loro tournée in Italia e all'estero e soprattutto con l'organizzazione di una nuova efficiente censura teatrale.