LEtica Nicomachea (; ) è una raccolta basata sulle lezioni tenute da Aristotele ed è considerato il primo trattato sull'etica come argomento filosofico specifico. L'aggettivo "Nicomachea" indica probabilmente una dedica di Aristotele al figlio Nicomaco. È inoltre possibile che l'opera fosse stata dedicata al padre del filosofo, che anch'egli si chiamava «Nicomaco»Otfried Höffe (curatore), Aristoteles. Die Nikomachische Ethik, Berlino, Akademie Verlag, 2010, pagina 6..
Struttura dell'opera L'opera era una raccolta di appunti esoterica, cioè non destinata alla pubblicazione. LEtica così come ci è pervenuta infatti fu pubblicata dopo la morte dell'autore, e non è certo che l'ordine con cui è stata messa insieme fosse lo stesso ipotizzato da Aristotele in quella prima stesura testuale. Quest'ipotesi è rafforzata dal fatto che i libri sembrano presentare tra loro alcune incongruenze. Nel decimo libro, per esempio, il ragionamento condotto da Aristotele in apparenza contraddice quanto affermato dal filosofo nei libri precedenti; inoltre, alcuni ragionamenti sembrano ripetersi più volte nel corso dell'opera, come se si trattasse di diverse stesure di un unico argomento sperimentate come appunti personali o usate da Aristotele come base per le lezioni che teneva al Liceo.
Per quanto riguarda il metodo, Aristotele si propone di partire dalle opinioni comuni (gr.: endoxa), vale a dire quelle più diffuse e quelle più autorevoli (dei filosofi e di coloro che sono considerati sapienti), convinto che la verità si celi nel mondo concreto, in aperto contrasto col suo maestro Platone, per cui appartiene solo a un mondo ideale; di qui le accuse di giustificazionismo nei confronti della filosofia aristotelica. Comunque, i ragionamenti di Aristotele giungono spesso a conclusioni ben lontane dal senso comune, e sono anche per questo rivoluzionarie, sebbene il filosofo si sforzi di conciliarle, anche indirettamente, con la cultura tradizionale (come per esempio nel caso delle credenze sugli dei e sull'aldilà).Etica Nicomachea, libro X, capitolo 8, 1178b 9-14. Tale impostazione non deve però essere confusa con superficialità: per il filosofo di Stagira non si può ambire allo stesso grado di perfezione delle scienze matematiche anche nelle scienze pratiche, dal momento che le prime trattano ambiti caratterizzati da regolarità e necessità assolute, mentre le seconde di campi dominati dall'incertezza e dalla contingenza; bisogna piuttosto cercare di ottenere il massimo con gli strumenti di cui si dispone, nel caso dellEtica il metodo utilizzato è l'induzione e il confronto dialettico.
Come spiega lo stesso Aristotele nel Libro I, capitolo 7:
Riassunto dei contenuti
Libro I Il primo capitolo del primo libro introduce all'oggetto della morale, che Aristotele chiama bene supremo (o sommo bene). Posto che tutte le azioni tendono a un fine, che i fini sono molteplici e che possono essere classificati architettonicamente in gerarchia, il bene ultimo sarà quell'attività che occupa il primo posto nella gerarchia e il fine di questa attività sarà il fine ultimo cui tutto tende. Questa attività suprema per il filosofo è la politica (dal greco polis), poiché essa presiede a tutte (nella cultura greca prima di Aristotele politica ed etica erano parte dello stesso concetto).
In seguito precisa i requisiti del suo lettore, che dev'essere acculturato e deve condividere lo stesso sistema di valori della cultura tradizionale, quindi vengono esclusi i giovani perché inesperti e i barbari per ovvie ragioni. In pratica, Aristotele si sta rivolgendo ai buoni cittadini che partecipano alla vita politica.
Nel secondo capitolo inizia ad esaminare le opinioni su quale sia il bene ultimo, inizia alludendo a Platone: "Alcuni pensano che al di là di questi beni molteplici di quaggiù ne esista un altro, per se stesso, il quale anche per tutti questi è causa del loro essere beni"Etica Nicomachea, libro I, capitolo 2, 1095a27-30. per poi passare nel terzo capitolo ad esaminare le opinioni più diffuse, cioè quelle sul piacere, l'onore e la ricchezza. Per Aristotele il piacere non può essere il fine ultimo in quanto esso è comune tanto alle bestie quanto agli uomini e chi sceglie una vita dedita al piacere vive come uno schiavo delle passioni. L'onore invece è troppo fragile e soggetto ai capricci della sorte, mentre per opinione comune il bene supremo deve essere qualcosa che ci appartiene ed è autosufficiente. Inoltre dimostra che chi crede di perseguire l'onore in realtà cerca la stima delle "persone dabbene", cioè i sapienti, per mostrare loro il proprio valore. Da ciò consegue che quello che realmente questi uomini ritengono superiore è la virtù. Aristotele non esclude del tutto la virtù ma chiarisce che lo "stato" non è sufficiente, è necessaria l'"attività" (potenza e atto). Per quanto riguarda la vita per la ricchezza, essa è un mezzo per giungere ad altro scopo e quindi non può essere di per sé un fine.
Il quarto capitolo è dedicato alla confutazione della teoria platonica dell'idea del bene. Aristotele contesta che l'idea del bene si possa predicare di tutto, cioè dell'essere in generale (predicata della sostanza è Dio, della qualità è virtù, della quantità è la giusta misura, del tempo è l'occasione, eccetera); pertanto non esisterebbe un solo bene in sé ma tanti beni quante sono le categorie che partecipano dell'idea. Perciò stando così le cose, come sarebbe possibile la conoscenza del bene ultimo? Per Aristotele la definizione di un bene ideale trascendente non è utile all'uomo, perché essendo inconoscibile non indica come bisogna agire.
Nel quinto capitolo Aristotele torna alle opinioni comuni e identifica il bene ultimo con la felicità. Questa è infatti la cosa più perfetta e tra tutte la preferibile in quanto si sceglie non in vista di altro ma di per se stessa ed è in sé auto-sufficiente. Essa è manifestamente il fine ultimo di ogni azione.
Dal sesto capitolo si inaugura il più grande problema dellEtica Nicomachea, ovvero definire cosa sia la felicità e se e come si possa ottenere. Il ragionamento parte da una considerazione di carattere teleologico affermando che ogni cosa in natura avviene secondo un fine perciò anche l'uomo deve avere una funzione sua propria. La funzione definisce anche l'essenza della cosa, ad esempio per un coltello la funzione propria sarà il tagliare e per un occhio il vedere. Esercitando la sua natura l'uomo attua il bene e quello sarà per lui la felicità. Siccome per Aristotele la caratteristica dell'uomo è l'uso dell'intelletto, legato alla parte razionale dell'anima,Per Aristotele l'uomo è animale razionale. il bene ultimo sarà per lui l'attività eccellente di queste facoltà, cioè la virtù.
Il settimo capitolo è dedicato a una riflessione sul metodo della ricerca avvertendo il lettore che la materia in questione non permette un grado di esattezza paragonabile a quello della geometria, ma essendo l'etica una scienza pratica potrà dare solo indicazioni di carattere generico.
Nei capitoli ottavo e nono Aristotele torna a confrontarsi con le opinioni comuni. E mostra quali sono i punti di convergenza della sua teoria con quanto comunemente si pensa. Infatti i filosofi condividono il fatto che il bene dev'essere qualcosa di relativo all'anima e non al corpo. Pertanto la virtù si adatta a questa descrizione. Inoltre come già constatato da Aristotele la felicità consiste in un'attività, non in uno stato, perciò il vero bene sarà l'attività secondo virtù. A questo punto fa una considerazione da non sottovalutare e cioè che la felicità ha bisogno anche di una certa quantità di beni esteriori (ricchezza, salute, buona sorte), le quali non sempre dipendono da noi ma che pure influenzano la felicità.
Dai capitoli decimo e undicesimo si apre quindi una riflessione sui punti di contrasto della sua teoria con la cultura popolare. Nella tradizione infatti c'era la credenza che la felicità non dipendesse dall'uomo ma fosse un dono degli dei. Aristotele critica questa visione e afferma che proprio perché la felicità è ritenuta cosa divina, essa deve essere ottenuta con l'esercizio della virtù. "Ma lasciare alla sorte ciò che vi è di più grande e di più bello sarebbe troppo stonato".Etica Nicomachea, libro I, capitolo 10, 1099b20-25. Ammette però facendo l'esempio di Priamo che una sorte avversa può impedire la felicità anche se si è sempre esercitata la virtù.
A questo punto introduce un altro interrogativo, ovvero se come dice Solone sia necessario aspettare la fine della vita per potersi dire felici. Se fosse il destino il responsabile della felicità umana, questa sarebbe troppo fragile e volubile. La virtù per Aristotele è la cosa più stabile, perché gli uomini che sono felici la esercitano con continuità. Perciò se anche la sventura dovesse essere minima l'uomo che esercita la virtù non se preoccuperà nemmeno, se dovesse essere enorme non potrà essere del tutto beato ma non sarà neppure infelice poiché avrà l'animo nobile e grande per vedere sempre la bellezza e sopportare le calamità.
Il capitolo dodicesimo distingue tra i beni degni di lode, solo relativi, e quelli degni di onore che sono assoluti. Inserisce la felicità tra i beni degni di onore per giustificare la sua assolutezza. Questo capitolo appare superfluo nella trattazione ma bisogna ricordare che si tratta di una raccolta di appunti personali in cui il filosofo annotava i suoi pensieri.
Il tredicesimo capitolo è una trattazione intorno alla virtù e alla felicità. Dal momento che l'oggetto della politica, secondo l'opinione comune, è proprio la virtù perché si pone come obiettivo quello di trarre il meglio da tutti i cittadini è chiaro che il fine ultimo dell'attività politica è il medesimo della virtù: la felicità. Aristotele specifica che si tratta della felicità dell'anima e non quella del corpo, perché la virtù di cui stiamo parlando è un'attività propria dell'anima. L'anima a sua volta è divisa nelle tre componenti: vegetativa, desiderativa e razionale. La parte vegetativa non può essere regolata dall'uomo, poiché concerne le sue funzioni biologiche, la parte desiderativa e razionale possono essere invece regolate, ma poiché la prima è condivisa con gli animali mentre la seconda è propria dell'essere umano la virtù per eccellenza sarà quella che scaturisce dal corretto esercizio di quest'ultima attraverso la saggezza e la sapienza che Aristotele chiama virtù dianoetiche, mentre dalla regolazione della parte desiderativa dell'anima l'uomo attua le virtù etiche, che però sono secondarie alle prime.
Libro II Le virtù etiche non si possiedono per natura, anche se l'uomo ha dimostrato di avere la capacità di acquisirle, e vengono individuate soltanto in base ad azioni di una certa qualità, ovvero nella disposizione a scegliere "il giusto mezzo" fra i due estremi.Il giusto mezzo è un concetto presente anche nell'etica di Confucio.
Poi Aristotele passa ad enumerare le singole virtù: Coraggio: giusto mezzo fra viltà e temerarietà; Temperanza: giusto mezzo tra intemperanza e insensibilità; Generosità: giusto mezzo fra avarizia e prodigalità; Magnificenza: giusto mezzo fra volgarità e grettezza d'animo; Magnanimità: giusto mezzo tra la vanità e l'umiltà; Mitezza: giusto mezzo tra l'iracondia e l'eccessiva flemma; Amabilità: giusto mezzo tra misantropia e compiacenza; Sincerità: giusto mezzo tra l'ironia e la vanità; Arguzia: giusto mezzo tra la buffoneria e la rusticità; Giustizia: la virtù principale, a cui sarà dedicato l'intero libro quinto.
Libro III Nel terzo libro, Aristotele espone la propria filosofia riguardo all'atto pratico, arrivando a definire la volontarietà e l'involontarietà dell'azione:
È chiaro quindi come per Aristotele virtù e malvagità dipendano soltanto dall'individuo, il quale è libero di scegliere perché egli
Libro IV Prende in esame le particolari virtù etiche enumerate nel secondo e terzo libro.
Libro V