Nato in una famiglia dell'alta borghesia francese con forti legami politici, Manet rifiutò il futuro originariamente immaginato per lui e si dedicò al mondo della pittura. I suoi primi capolavori, Colazione sull'Erba e lOlympia, entrambi del 1863, diedero origine a grandi polemiche e servirono come punti di partenza per i giovani pittori che avrebbero dato vita alla corrente dell'impressionismo. Oggi, questi sono considerati dipinti spartiacque che segnano l'inizio dell'arte moderna. Gli ultimi vent'anni della sua vita lo videro stringere legami con altri grandi artisti dell'epoca e a sviluppare il proprio stile che sarebbe stato annunciato come innovativo e avrebbe rappresentato una grande influenza per i pittori successivi.
Biografia Giovinezza
Édouard Manet nacque il 23 gennaio 1832 in un lussuoso hôtel particulier al n. 5 di rue des Petits Augustins (l'odierna rue Bonaparte), a Parigi, in una famiglia di alta borghesia. Il padre, Auguste Manet (1797-1862), era un magistrato in servizio presso il Tribunale civile di Parigi, mentre la madre, Eugénie-Desirée Fournier (1811-1895), era la figlia di un diplomatico di stanza a Stoccolma, Joseph Antoine Ennemond Fournier (i due si erano sposati il 18 gennaio 1831, un anno prima della nascita di Édouard, che fu il loro primogenito). Manet avrà anche due fratelli minori, Eugène (1833) e Gustave (1835).
Pur abitando praticamente di fronte all'École nationale, papà Auguste disprezzava la pittura e fece di tutto per ostacolare la vocazione del figlio. Fu così che, dopo aver studiato per qualche anno all'Institut Poiloup di Vaugirard, nel 1844 il giovane Édouard venne accompagnato al prestigioso collegio Rollin, dove conobbe Antonin Proust. Fra i due nacque subito un'amicizia destinata a perdurare profonda e a dar luogo anche a una feconda passione artistica, coltivata da entrambi con assidue visite al museo del Louvre, che scoprirono grazie a Édouard Fournier. Fournier era uno zio materno di Manet che, resosi conto delle attitudini del nipote, fece di tutto per incoraggiarle: fu in questo modo, in effetti, che il giovane Édouard ampliò i propri orizzonti figurativi, coltivando assiduamente il disegno mediante la copia dei grandi maestri del passato, come Goya, El Greco e Velázquez, tra gli autori più autorevoli presenti nel galleria spagnola al Louvre.
Il padre Auguste, tuttavia, non era affatto dello stesso avviso. Manet al collegio Rollin si rivelò essere uno studente mediocre e distratto, e piuttosto che seguire le lezioni preferiva riempire i quaderni con innumerevoli disegni. Le belle arti erano ormai diventate la sua passione, eppure il padre continuava a opporsi alle naturali predisposizioni del figlio e, per cercare di dissuaderlo, gli impose di iscriversi alla facoltà di giurisprudenza (un suo atavico sogno, in effetti, era quello di vedere Édouard magistrato). Preso dall'indignazione e dal risentimento Manet rigettò l'impostazione familiare e nel luglio 1848 cercò di iscriversi all'accademia navale, fallendo miseramente il test di ammissione. Come spiega Théodore Duret, «per uscire dall'impasse, e con un colpo di testa, [Manet] dichiarò che sarebbe diventato marinaio. I genitori preferirono lasciarlo piuttosto che vederlo entrare in uno studio d'arte»..
Nel dicembre 1848 Manet, diciassettenne, fu accompagnato dal padre a Le Havre, dove si ingaggiò come mozzo sulla nave mercantile Havre et Guadeloupe, alla volta di Rio de Janeiro, in Brasile: la speranza del padre era quella di avviare il figlio almeno alla carriera di comandante navale di lungo corso. Giunto a destinazione 4 febbraio 1849, Manet ebbe agio di riempire, uno dopo l'altro, i taccuini che si era portato con sé con schizzi dei luoghi visitati e caricature dei compagni. Il viaggio in Brasile, dunque, fu determinante per la formazione pittorica di Manet, anche se per il padre si trattò di un vero e proprio fallimento: Manet, infatti, era disinteressato alla vita di bordo, tanto che al ritorno in Francia venne respinto per la seconda volta al concorso d'ammissione per l'accademia navale. «Ebbene, segui pure le tue inclinazioni: studia arte!» avrebbe poi esclamato il padre pieno di rabbia e di frustrazione, convinto in cuor suo che Édouard non sarebbe stato che un fallito per tutta la vita..
Formazione Atelier di Thomas Couture
Piegare le volontà paterne, in effetti, non fu affatto facile, anche se alla fine Manet riuscì finalmente a ottenere la sua autorizzazione a studiare le Belle Arti. La scena artistica parigina, all'epoca, era dominata dai Salon, quelle esposizioni biennali grazie alle quali un aspirante pittore poteva iniziare a farsi notare al grande pubblico. Nonostante le intenzioni, i Salon erano tutt'altro che democratici, siccome un dipinto prima di esservi esposto doveva necessariamente essere sottoposto al vaglio della giuria che, ben lungi dall'ammirare le tendenze dell'arte contemporanea (giudicate troppo distanti dalla tradizione), aveva piuttosto una grande predilezione per le magniloquenti scene mitologiche, storiche o letterarie della pittura di storia. Gli artisti più apprezzati erano quelli appartenenti alla scuola classicista di Ingres e, in maniera minore, a quella romantica di Delacroix. Molti, naturalmente, osteggiavano con grandi polemiche l'arte accademica - si pensi a Gustave Courbet, Jean-François Millet o ai Barbizonniers - ma erano sistematicamente estromessi dal palcoscenico ufficiale..
Lo stesso Manet, come ci riferisce l'amico Proust, «professava il massimo disprezzo per i pittori che si rinchiudono con modelli, costumi, manichini e accessori e creano quadri morti quando, come diceva, ci sono tante cose vive da dipingere fuori». Ciò malgrado, nel 1850 volle comunque entrare nell'''atelier di Thomas Couture, l'artista che nel 1847 aveva stupito il pubblico del Salon con una grande tela dal titolo I Romani della decadenza. Specializzato in rappresentazioni storiche di grande formato, Couture si era formato sotto la guida di Antoine-Jean Gros, a sua volta allievo del celebre Jacques Louis David, ed era uno degli artisti più popolari del Secondo Impero, apprezzato anche da Napoleone III. Entrando nello studio di Couture, dunque, Manet accettava di «inserirsi ai massimi ranghi dell'ufficialità e sposare la linea prediletta dai professori dell'Accademia». I rapporti del giovane pittore con il Couture, tuttavia, si fecero subito assai turbolenti. Manet, infatti, non tardò a trovare inadeguata e mortificante la mera disciplina accademica e, anzi, denunciò apertamente lo stile impersonale e retorico del maestro, del quale rimproverò soprattutto l'ambientazione delle scene e la plateale quanto caricata mancanza di naturalezza delle pose. «So bene che non si può far spogliare un modello per strada. Ma ci sono i campi e, almeno d'estate, si potrebbero fare degli studi di nudo in campagna» si chiedeva e, ormai spazientito dalle pose esagerate e rigide predilette dal maestro, arrivò persino a sbottare: «insomma, vi comportate così quando andate a comprare un mazzo di ravanelli dalla vostra fruttivendola?»..
Ciononostante Manet restò per ben sei anni nello studio del Couture: un tempo lunghissimo se si considerano i dissapori sorti tra i due («Non so che ci faccio qui; quando arrivo all'atelier, mi sembra di entrare in una tomba», avrebbe detto il giovane Edouard.). Animato da un forte senso di ribellione, tuttavia, effettuò diversi viaggi di studio, di primaria importanza per la sua maturazione artistica: il 19 luglio 1852 si recò ad Amsterdam, nel Rijksmuseum, dove eseguì diverse copie da Rembrandt (sul registro degli ospiti di quel giorno figura il suo nome accompagnato dalla qualifica di «artista»), mentre nel settembre del 1853 fu con il fratello Eugène in Italia, dove visitò Venezia, Firenze (qui copiò la Venere di Urbino di Tiziano e una testa di giovane di Filippo Lippi) e, forse, Roma. Sempre nello stesso anno, di ritorno in Francia, passò per la Germania e l'Impero austriaco (Kassel, Dresda, Monaco, Praga e Vienna). Nel frattempo Manet non trascurò piaceri meno intellettuali, intrecciando una relazione sentimentale con Suzanne Leenhoff, una giovane insegnante di pianoforte con cui ebbe il 29 gennaio 1852 Léon-Édouard Koëlla (1852-1927); la paternità di Manet del piccolo, seppur quasi certa, non è mai stata accertata, tanto che il bimbo finì per ereditare il cognome dalla madre, Leenhoff..
L'ipotesi realista
Lo stesso Couture, ormai stanco dell'irriverenza di Manet, arrivò a dirgli: «Amico mio, se avete le pretese di diventare un caposcuola, andate pure a crearne una altrove».. Anche Manet, d'altronde, era ormai giunto al punto di rottura, e nel 1856 lasciò l'atelier di Couture. Parigi era ormai diventata una città ricca di fermenti artistici e culturali: appena un anno prima, infatti, vi era stata tenuta una grande Esposizione Universale, la seconda di quelle rassegne consacrate ai fasti della produzione industriale e delle arti figurative, che sancì il definitivo trionfo di Ingres e Delacroix. I pittori di Barbizon erano ancora scarsamente rappresentati, e Gustave Courbet lanciò proprio in quell'occasione la propria offensiva realista, facendo erigere a proprie spese un «Padiglione del Realismo» a margine degli spazi ufficiali dell'Esposizione, così da ribadire provocatoriamente che l'arte non può essere appresa meccanicamente, ma che «è tutta individuale e che, per ciascun artista, non è altro che il risultato della propria ispirazione e dei propri studi sulla tradizione», secondo il motto: «fai quello che vedi, che senti, che vuoi».
Le critiche rivolte da Courbet alla scuola accademica erano in pieno accordo con la missione pittorica di Manet, che maturò il proposito di voler dipingere con una grande aderenza agli aspetti della realtà, anche se senza coinvolgimenti ideologici e politici di qualsiasi sorta. Tra gli artisti più stimati da Manet, non a caso, vi era Delacroix, dal quale si recò nel 1855 per chiedergli il permesso di copiare La barca di Dante, ricavandone due tele. La prima è ancora molto rispettosa dell'originale, mentre la seconda, databile al 1859, pur appartenendo ancora a una fase formativa del pittore, già cessa di proporsi come una «copia», rivelando una grande carica espressiva e una maggiore spregiudicatezza nell'apposizione dei colori, stesi per grandi macchie giustapposte, con una tecnica che già anticipa i futuri indirizzi stilistici della maturità.