I principi elettori (in latino: princeps elector imperii o elector, in tedesco Kurfürst) erano i membri del "collegio elettorale" che a partire dal XIII secolo eleggeva l'imperatore del Sacro Romano Impero.
La carica era assegnata a un numero limitato di principi tedeschi. Nel 1356 tale carica fu definita ufficialmente nella Bolla d'oro da Carlo IV di Lussemburgo.
Composizione del collegio
Nel XIII secolo il collegio era composto da sette principi. Tre erano i principi ecclesiastici: l'arcivescovo di Magonza (arcicancelliere imperiale per la Germania e presidente della Dieta) l'arcivescovo di Colonia (arcicancelliere imperiale per l'Italia) l'arcivescovo di Treviri (arcicancelliere imperiale per le Gallie)
Quattro erano i principi laici: il re di Boemia il conte palatino del Reno il duca di Sassonia il margravio del Brandeburgo.
I principi elettori avevano anche la funzione di consiglieri imperiali, riuniti nell'Unione elettorale. L'Unione, pur non avendo uno status giuridico preciso, permetteva all'imperatore di consultare i principi più importanti, senza dover convocare l'intera Dieta imperiale, cioè tutti gli stati e i principi dell'Impero, che erano numerosissimi e variavano nel tempo a seguito di conquiste, annessioni e divisioni ereditarie. L'Unione elettorale non comprendeva l'elettore di Boemia, poiché spesso quest'ultimo era l'imperatore stesso, nella persona dell'arciduca d'Austria, re di Boemia e d'Ungheria (cioè quasi sempre un Asburgo a partire dal XV secolo).
La funzione del collegio elettorale ebbe una complicazione con la Riforma protestante: mentre i principi ecclesiastici rimasero cattolici, i principi elettori laici diventarono tutti protestanti tranne gli Asburgo (che persero peraltro anche la carica elettorale legata al Regno di Boemia in due occasioni durante le guerre hussite e nella guerra dei trent'anni).
Storia del collegio dei principi elettori Origini Dal IX al XIII secolo le dinastie regnanti nel Regno dei Franchi orientali prima, e nel Sacro Romano Impero poi, mutarono più volte: si passò dai Carolingi ai Liudolfingi, dai Salici ai Welfen e agli Hohenstaufen. Molte volte si rese necessaria l'elezione di un nuovo sovrano proveniente da una nuova dinastia. Diversamente dalla gran parte degli Stati europei, il Sacro Romano Impero rimase una monarchia elettiva, allo stesso modo degli Stati romano-germanici sorti dopo la scomparsa dell'Impero romano. Anche il figlio di un sovrano in carica necessitava, per veder riconosciuto il proprio diritto di successione, del consenso e dell'elezione da parte dei cosiddetti Grandi del Regno, elezione che non di rado avveniva quando il padre era ancora in vita.
Inizialmente tutti i principi imperiali avevano diritto a prender parte all'elezione del nuovo sovrano. Ma da sempre era esistita una cerchia più ristretta (i cosiddetti laudatores), cui spettava il privilegio di selezionare le varie candidature. In origine ne facevano parte i duchi e gli ecclesiastici di rango più elevato. In seguito alla frammentazione dei ducati più occidentali (Sassonia, Franconia, Svevia), il collegio si modificò e si estese ai principi non necessariamente più potenti, ma piuttosto a quelli maggiormente prestigiosi, che più di altri si avvicinavano al rango e alla dignità del sovrano.
Di essi facevano parte tre arcivescovi (di Magonza, Colonia e Treviri), oltre al conte palatino del Reno, poiché i loro territori facevano parte dell'antico regno franco. L'elezione del sovrano era valida solamente se condivisa dai laudatores. Molto probabilmente il collegio dei principi elettori nacque proprio da questo gruppo esclusivo.
Evoluzione fino al 1356 Sviluppo graduale del Collegio dei principi elettori Nel 1197 la morte dell'imperatore Enrico VI (1190-1197) pose fine anche al progetto (l'ultimo di questo tipo) di trasformare l'Impero in una monarchia ereditaria. Nella lotta per il trono tra Guelfi e Hohenstaufen che si aprì subito dopo, e che avrebbe portato, l'anno seguente, all'elezione di due candidati al trono, papa Innocenzo III si propose come arbitro. L'incoronazione a sovrano di Germania (Rex Romanorum) era infatti, sin dai tempi di Ottone il Grande (962-973), un passo obbligato per accedere al trono imperiale. L'incoronazione a imperatore avveniva a Roma, da parte del papa. Per questo i papi avevano grande interesse ad esercitare un'influenza sull'elezione del re tedesco.
Nella lotta di successione a Enrico VI, papa Innocenzo III riuscì a far prevalere l'opinione che il consenso dei tre arcivescovi e del conte palatino del Reno fosse necessario ai fini della validità dell'elezione del re. Attraverso il consenso dei principi ecclesiastici, il papato si assicurò così un influsso indiretto sulla scelta del sovrano di Germania e d'Italia - e di conseguenza, dell'imperatore. Agli inizi del XIII secolo questo nucleo iniziale venne ampliato includendo il duca di Sassonia e il Margravio del Brandeburgo. Nello Specchio Sassone di Eike von Repkow (1230) si può leggere: «Nella scelta dell'imperatore il primo deve essere il vescovo di Magonza, il secondo quello di Treviri, il terzo quello di Colonia». Seguono quindi i tre principi laici, mentre al re di Boemia non viene riconosciuto esplicitamente il diritto di partecipare all'elezione «perché non è tedesco».
Un ulteriore rafforzamento del potere dei principi elettori si ebbe durante il Grande Interregno, il periodo dalla deposizione di Federico II di Svevia (1245) all'elezione di Rodolfo I d'Asburgo nel 1273 (preferito al potente re Ottocaro di Boemia, con conseguente scontro tra i due). I principi elettori, nella scelta del Rex Romanorum, si allontanarono dal principio dinastico eleggendo anche principi non appartenenti alla dinastia regnante. In questo modo qualsiasi principe imperiale capì che poteva pretendere di salire al trono. Di conseguenza si scatenò una gara a chi offriva di più per acquistare il consenso dei principi elettori. I pretendenti alla corona dovettero letteralmente comperare l'elezione con vaste concessioni, per esempio garantendo loro privilegi, concessioni che venivano registrate con acribia nella cosiddetta capitulatio. Oltre a queste concessioni di carattere giuridico-politico, a partire dalla fine del XII secolo i pretendenti al trono dovettero anche versare somme ingenti direttamente ai principi elettori. Tutto ciò, oltre a rafforzare il potere e l'ingerenza dei principi imperiali, ebbe per conseguenza la frantumazione territoriale del Regno germanico, in pratica corrispondente all'Impero. Che infatti successivamente, ufficialmente dal 1512, venne chiamato "della nazione tedesca". E per Riforma dell'Impero si intese la riforma unicamente nel territorio del Regno tedesco.
Durante l'interregno si verificò un'altra deviazione dalla consuetudine. Dopo la morte del re dei Romani Guglielmo II d'Olanda (1256), il collegio dei principi elettori divenne un'istituzione chiusa: tutti i principi imperiali che non ne facevano parte furono esclusi dalla scelta del sovrano. Alle elezioni successive entrò nell'esclusivo collegio il Re di Boemia, anche se solo nel 1289 riuscì ad affermare la sua appartenenza permanente all'assemblea. Solo durante le guerre hussite (1420-1431) il re di Boemia non partecipò all'elezione.
Il Codex Balduineus (metà del XIV secolo) contiene la prima rappresentazione per immagini del Collegio dei principi elettori. Il codice fu scritto su incarico dell'arcivescovo di Treviri, Baldovino, fratello dell'imperatore Enrico VII. L'elezione di Enrico VII (1308) mostrò una nuova concezione del proprio ruolo da parte dei principi elettori: tutti e sei presenti in quell'occasione, essi, insieme al neoeletto re, non chiesero l'approvazione papale, ma si limitarono a comunicare a papa Clemente V l'elezione di un nuovo re (e futuro imperatore). In questo modo gli elettori resero manifesto il loro potere "originario" nell'elezione del re: il collegio non necessitava di alcuna approvazione esterna. L'elezione di Enrico VII si differenzia anche rispetto a quella dei suoi due predecessori. Infatti, mentre la politica dinastica di Adolfo di Nassau (1292-98) e Alberto I d'Asburgo (1298-1308) si era rivolta in parte contro i principi elettori, quest'elezione rese evidente che i principi elettori intendevano salvaguardare integralmente i loro privilegi, e che pretendevano che il re eletto facesse altrettanto.
Lo spazio di manovra del re veniva in questo modo limitato notevolmente, anche se Enrico VII cercò di rafforzare la propria posizione assicurandosi una base dinastica territoriale in Boemia e cercando in Italia un rinnovamento dell'istituzione imperiale.
L'unione elettorale di Rhens
Nel 1338, con l'unione elettorale di Rhens (cittadina della Renania-Palatinato), i principi elettori decisero di collaborare più strettamente tra loro, per decidere in maniera congiunta le future elezioni del sovrano. Da questa unione nacque più tardi il Collegio dei Principi elettori nella Dieta imperiale. In quell'occasione essi stabilirono inoltre che al papa non spettava alcun diritto d'approvazione della nomina del sovrano da loro eletto. Il documento che sancisce queste decisioni, del 16 luglio 1338, recita:
Quest'evoluzione ebbe termine nel 1508, quando l'imperatore Massimiliano I, si autonominò imperatore eletto dei romani, avendo sì l'approvazione del pontefice, ma senza essere da lui materialmente incoronato a Roma per l'ostacolo di Venezia. Da quel momento, con l'eccezione di Carlo V, nessun imperatore si recò a Roma per essere incoronato dal papa. Dal 1562 in poi la cerimonia d'incoronazione ebbe luogo di solito a Francoforte, città nella quale avveniva l'elezione. Il titolo di Rex Romanorum subì una modifica nelle sue attribuzioni: fino a Massimiliano I, il re dei Romani manteneva questo titolo anche dopo l'incoronazione imperiale (consuetudine instaurata nel 1125) conservandolo sino alla morte. Da Massimiliano I in poi fu riservato al successore designato dell'imperatore ancora in vita.
La Bolla d'oro
I diritti e i doveri dei principi elettori erano basati, sino a questo punto, principalmente sulla consuetudine. L'imperatore Carlo IV, con la Bolla d'oro, fissò giuridicamente la procedura per l'elezione dell'imperatore. L'Italia fu ignorata, nonostante fosse un regno imperiale come quello tedesco. Questo documento, sino al 1806, rappresentò uno dei fondamenti costituzionali del Sacro Romano Impero. Tra le norme procedurali da esso stabilite si legge tra l'altro:
Evoluzione nei secoli XVII e XVIII
Il primo ampliamento del collegio dei principi elettori ebbe luogo durante la guerra dei trent'anni. L'imperatore Ferdinando II spogliò dei suoi titoli, per fellonia, il conte palatino Federico V, noto come il "re d'inverno" per il suo sfortunato tentativo di impadronirsi della corona di Boemia. Come compenso dell'aiuto prestato per scacciare quest'ultimo dalla Boemia, il duca di Baviera Massimiliano I, della casata dei Wittelsbach, la stessa di Federico V, occupò l'Alto Palatinato (e cioè una delle due parti principali, non contigue, in cui era suddiviso l'elettorato del Palatinato), e ottenne dall'imperatore l'investitura come nuovo "Elettore Palatino", prima ad personam (1623), poi a titolo ereditario (1628), sostituendo così il cugino Federico nel collegio dei principi elettori dell'Impero. Nel 1648, la pace di Vestfalia obbligò Massimiliano I a restituire le dignità elettorale palatina a Carlo I Luigi (figlio ed erede del deposto Federico V), titolato come "conte palatino (del Reno)", ma confermò al duca di Baviera il definitivo possesso dell'Alto Palatinato e, come signore di tale territorio, gli attribuì una nuova dignita elettorale ("duca palatino").