I Bronzi di Riace sono due statue in bronzo della scultura greca del V secolo a.C., indicate convenzionalmente come statua A (detta "il giovane") e statua B (detta "il vecchio"). Raffigurano due uomini nudi e barbati, in piedi e di dimensioni poco superiori al vero; in origine portavano armi e copricapi oggi perduti. Furono fuse a cera persa e presentano inserti di materiali diversi dal bronzo negli occhi, nelle labbra e in altri particolari. I Bronzi sono fra i pochi originali conservati della grande statuaria bronzea greca del V secolo a.C. La statua A è generalmente datata intorno al 460 a.C.; la statua B intorno al 430 a.C.
Le due statue furono rinvenute in mare il 16 agosto 1972 davanti a Riace Marina, nella città metropolitana di Reggio Calabria. Sono conservate nel Museo archeologico nazionale di Reggio Calabria.
Non è noto dove fossero collocate nell'antichità né per quale monumento fossero state realizzate; non vi è accordo sull'identità dei personaggi, sulla provenienza e sugli autori. Benché siano state rinvenute insieme, la maggioranza degli studiosi ritiene che siano state realizzate da artisti diversi e a distanza di almeno un ventennio; non è stato stabilito se appartenessero in origine allo stesso complesso statuario.
Storia Statuaria bronzea nel V secolo a.C.
I Bronzi sono generalmente considerati originali greci della grande statuaria in bronzo del V secolo a.C., non copie di età romana. Nel V secolo a.C. il bronzo era diventato il materiale preferito per la statuaria greca a figura intera. Tra la fine dell'età arcaica e l'età classica la fusione cava a cera persa sostituì progressivamente la lavorazione di grandi figure ottenute assemblando lamine metalliche martellate e permise di realizzare statue a grandezza naturale in più parti, poi unite fra loro. Di questa produzione è rimasto pochissimo: con poche eccezioni, le statue bronzee dell'antichità andarono perdute o furono rifuse per recuperarne il metallo; per molti celebri originali greci l'aspetto è noto soprattutto attraverso copie romane in marmo.
Nell'Italia meridionale e in Sicilia esisteva una tradizione di scultura in bronzo, della quale rimangono pochi originali; a Reggio e Crotone erano attive scuole di bronzisti già dalla fine del VI secolo a.C. e soprattutto nella prima metà del V secolo a.C. A Reggio operarono Klearchos e Pitagora di Reggio, al quale la tradizione attribuisce un ruolo nello sviluppo formale dello Stile severo, mentre a Crotone operarono lo scultore Patrokles e il bronzista Dameas, attivo nella seconda metà del VI secolo a.C. e autore della statua dell'atleta Milone descritta da Pausania a Olimpia; non è conservato alcun originale sicuramente attribuibile a Pitagora. La presenza di queste scuole di bronzisti non basta però a stabilire dove furono realizzati i Bronzi, la cui provenienza resta incerta. Le due statue si distinguono anche per lo stile: A presenta i caratteri dello Stile severo, mentre B mostra elementi legati alla tradizione di Policleto. La collocazione nel V secolo a.C. è compatibile anche con la datazione al carbonio-14 delle componenti organiche dei nuclei di fusione, che non permette però di restringere ulteriormente la cronologia.
Rinvenimento
Il 16 agosto 1972 Stefano Mariottini, durante un'immersione in apnea nelle acque di Riace Marina, vide emergere dalla sabbia una parte di una spalla di colore scuro; dopo averla toccata riconobbe che si trattava di bronzo e iniziò a liberare dalla sabbia una figura umana adagiata sul fianco destro. Nel corso delle immersioni notò, a circa un metro dalla prima statua, un alluce e un ginocchio appena affioranti dalla sabbia e individuò così una seconda statua, che giaceva supina sotto un sottile strato di sedimento. Le due statue giacevano a breve distanza l'una dall'altra presso la scogliera sommersa di Porto Forticchio, in contrada Agranci, a circa 220 metri dalla linea di costa. Nella testimonianza pubblicata nel 2009 Mariottini ricordò un fondale profondo circa 6 metri, mentre nella segnalazione del 17 agosto 1972 era indicata una profondità di circa 10 metri. Le distanze e i riferimenti topografici riportati nella relazione del Nucleo Subacquei della Legione Carabinieri di Messina sono tuttavia approssimativi. Non esistono riprese fotografiche o filmati delle statue nella loro posizione sul fondale prima del recupero.
Mariottini lasciò la sagola del pallone segnasub legata al braccio della prima statua e, con l'aiuto di parenti e amici, riuscì a rintracciare il soprintendente Giuseppe Foti nella sua abitazione a Reggio Calabria; tornato in barca a Riace nel pomeriggio del 16 agosto, prese punti di riferimento a terra e ricoprì completamente le due statue con la sabbia per proteggerle. Il 17 agosto si recò al Museo di Reggio Calabria, dove consegnò a Foti una segnalazione scritta; Foti predispose il recupero e avvertì il Gruppo Carabinieri Sommozzatori di Messina. Il Gruppo era in quei giorni impegnato a Siracusa nell'assistenza a un tentativo di record di immersione in apnea di Enzo Maiorca e poté intervenire a Riace soltanto dal 21 agosto. Foti incaricò inoltre Enrico Natoli di effettuare una ricognizione subacquea sul sito e affidò una lettera da consegnare alla Guardia di Finanza perché l'area fosse sorvegliata. Le operazioni di recupero iniziarono il 21 agosto. La statua B fu recuperata il 21 e la statua A il 22 agosto. Durante il recupero la statua A ricadde sul fondo prima di essere portata sulla spiaggia. Le fotografie e i filmati delle operazioni documentano l'impiego di palloni per il sollevamento subacqueo delle statue. Sulla spiaggia le statue furono adagiate su lettucci improvvisati di legno e gommapiuma, poi trasportate su un camioncino dei Carabinieri.
La denuncia ufficiale depositata il 17 agosto 1972 con Protocollo n. 2232 presso la Soprintendenza alle antichità della Calabria a Reggio riporta:
Sul lato sinistro della denuncia, battuta a macchina, compare un appunto manoscritto in rosso firmato da Giuseppe Foti:
Ricerche subacquee successive
Le ricerche dei Carabinieri sommozzatori continuarono fino al 23 agosto 1972, allo scopo di accertare l'esistenza di altro materiale. Non furono segnalati ulteriori rinvenimenti. Il 18 novembre 1972 il Centro Sperimentale di Archeologia Sottomarina dell'Istituto di Studi Liguri tentò una ricognizione del fondale, ma le condizioni meteorologiche imposero l'interruzione delle operazioni; durante il sopralluogo fu comunque individuata e segnalata la zona del rinvenimento con l'aiuto di Stefano Mariottini. Dal 28 agosto al 4 settembre 1973 Nino Lamboglia condusse una campagna di otto giorni con la nave Cycnulus, per cercare eventuali resti di un relitto e altri reperti collegabili alle statue. Lo scavo interessò un'area di 26 × 6,50 m. Raggiunse circa un metro di profondità; Lamboglia distinse, sopra l'argilla naturale, uno strato di sabbia fine, uno strato di ghiaia spesso circa 10-20 cm e uno strato superiore di sabbia grossa. Nello strato di ghiaia, che ricopriva il volto della statua A, furono rinvenuti 28 anelli di piombo del diametro di circa 6-7 cm e un frammento dell'impugnatura di uno scudo. Alcuni frammenti di anfora trovati sotto l'ascella della statua A furono considerati da Lamboglia materiali trasportati dalle correnti e non collegabili alle statue. La campagna del 1973 non individuò resti di una nave collegabile al trasporto dei Bronzi. Lamboglia propose che un eventuale relitto fosse stato trascinato altrove dalle correnti, mentre le statue sarebbero rimaste nell'area di rinvenimento.
Nel 1981 Alice Freschi condusse una seconda campagna nella stessa area, affidata alla Cooperativa Aquarius. Furono recuperati frammenti ceramici, soprattutto di anfore, insieme a un frammento di chiglia con due perni passanti in bronzo, datato all'età romana. Tra aprile e maggio 2024 una campagna di ricerche a Porto Forticchio durò 32 giorni. Il 6 novembre 2024 il Ministero della cultura annunciò la ripresa dello scavo archeologico subacqueo, coordinato da un archeologo del Ministero con il supporto del Nucleo Carabinieri subacquei di Messina; alle indagini strumentali svolte nell'ottobre 2022 e nella primavera 2024 seguì la rimozione dei sedimenti mediante una sorbona ad acqua, apparecchiatura che li asporta dal fondale. In uno studio del 2026 Rosolino Cirrincione e altri riesaminarono i risultati delle campagne del 1973, del 1981 e del 2024, rilevando che non erano state individuate tracce di un relitto nell'area di Riace e interpretarono i 28 anelli di piombo, inizialmente associati all'attrezzatura di una nave, come elementi di reti da pesca rimaste impigliate fra gli scogli.
Ipotesi alternative sul rinvenimento La priorità della segnalazione del 1972 fu oggetto di un procedimento giudiziario. Giuseppe Braghò riferì che quattro giovani di Riace, Cosimo e Antonio Alì, Domenico Campagna e Giuseppe Sgrò, rivendicarono fin dall'inizio la precedenza della scoperta rispetto a Mariottini. Sky TG24 riporta che il 17 agosto i quattro presentarono una segnalazione prima della denuncia scritta di Mariottini e che nel 1977 il Tribunale di Roma attribuì a quest'ultimo il premio di rinvenimento di 125 milioni di lire, tenendo conto anche dell'annotazione di Giuseppe Foti sulla comunicazione telefonica ricevuta alle ore 21 del 16 agosto. Rebaudo indica invece come organo giudicante il Tribunale di Reggio Calabria, senza riportare in quel passo la data della decisione né l'importo del premio. Nel 2024 Mariottini dichiarò che, dopo la decisione di primo grado, non fu presentato ricorso. Nel 2005 Giuseppe Braghò, dopo aver consultato i verbali conservati dalla Soprintendenza e altra documentazione storica sul rinvenimento conservata nell'Archivio storico del Museo archeologico di Reggio Calabria, propose che gli atti del 1972 indicassero la presenza di una terza statua e di attributi quali scudi, elmi e lance che non furono recuperati con i due Bronzi. Braghò richiamò in particolare la formula "un gruppo di statue" presente nella denuncia di Mariottini e la descrizione di una figura con le braccia aperte e una gamba avanzata. Mariottini respinse nel 2024 l'ipotesi di una terza statua, dichiarando di avere segnalato soltanto i due Bronzi da lui osservati il 16 agosto 1972.
Nel 2000 R. Ross Holloway riprese una voce secondo cui le statue sarebbero state rinvenute da sommozzatori al largo della Sicilia e destinate alla vendita all'estero; dopo l'interruzione del trasferimento sarebbero state nascoste presso la scogliera sommersa di Riace per essere recuperate in un secondo momento. Holloway collocò nel XX secolo sia il presunto primo ritrovamento in Sicilia sia il trasferimento delle statue in Calabria.