Fu tra i principali esponenti del Rinascimento veneziano del primo Cinquecento, sebbene la sua indole originale e anticonformista lo abbia portato presto a una sorta di emarginazione dal contesto lagunare, dominato da Tiziano. Si spostò quindi molto, accendendo con il suo esempio le scuole di zone considerate periferiche rispetto ai grandi centri artistici, come Bergamo e le Marche. La sua vicenda umana fu spesso segnata da cocenti insuccessi e amare delusioni – in parte colmati dalla rivalutazione nella critica moderna – che fanno della sua figura un soggetto sofferto, introverso e umorale, di grande modernità.
Biografia
La vita di Lorenzo Lotto è stata spesso segnata da un'inquietudine dovuta all'incapacità di cedere a compromessi in campo artistico o anche spirituale. Non cercò mai il facile successo e perciò si trovò ripetutamente in difficoltà economiche. Piuttosto che tradire i suoi ideali preferì una vita raminga in cerca di committenti che potessero capirlo ed apprezzarlo. Dopo un breve periodo in cui godette di una certa fama, fu dimenticato e, nella sua Venezia, persino schernitoBernard Berenson - Lorenzo Lotto, Abscondita 2008.. Dopo secoli di oblio, la sua figura fu riscoperta alla fine dell'Ottocento dal grande critico d'arte Bernard Berenson che ripercorse gli itinerari del peregrinare del Lotto svelando poco a poco un eccellente artista rinascimentale, che poi fece conoscere al grande pubblico. Di lui Berenson scrisse: "Per capire bene il Cinquecento, conoscere Lotto è importante quanto conoscere Tiziano".
La ricostruzione delle vicende biografiche e artistiche di Lotto si basa su un discreto numero di lettere autografe, soprattutto legate al periodo bergamasco, sui testamenti e sul Libro di spese diverse, cioè il suo registro personale di entrate e uscite, tenuto negli ultimi anni di vita. Inoltre molte opere sono datate e firmate..
La formazione a Venezia Lorenzo Lotto nacque a Venezia nel 1480L'informazione si evince dal testamento del 25 marzo 1546 in cui si dichiarava "de circha anni 66". da un Tommaso del quale non si conosce la professione. Trascorse nella città natale l'infanzia e l'adolescenza, ricevendovi la prima formazione artistica: il Vasari lo ricordò allievo di Giovanni Bellini, «avendo imitato un tempo la maniera de' Bellini, s'appiccò poi a quella di Giorgione»Giorgio Vasari, Vite de' più eccellenti pittori, scultori e architetti. Molti altri autori, tuttavia, lo ritengono allievo di Alvise Vivarini, soprattutto per la severa monumentalità delle sue prime opere.
Tra i suoi modelli ci fu sicuramente Bellini, allora il più importante pittore in Laguna, ma il giovane artista dovette guardare con interesse anche alla coeva pittura nordica (Dürer era stato personalmente a Venezia probabilmente nel 1494-1495 e sicuramente nel 1506-1507, e le sue incisioni avevano una vastissima circolazione), da cui riprese il realismo dei particolari, il patetismo della rappresentazione e la visione di una natura misteriosa e inquietante, e ad artisti come Cima da Conegliano, la cui luce ferma e zenitale, i colori smaglianti e i contorni nitidi sono più vicini allo stile del giovane pittore rispetto al pulviscolare tonalismo di Giorgione, Bellini e allievi..
A Treviso
Tra il 1503 e il 1504 è documentato per la prima volta come pittore a Treviso, dove ottenne le sue prime commissioni di rilievo e i primi successi personali. La vita culturale della cittadina di provincia ruotava attorno alla personalità del vescovo Bernardo de' Rossi da Parma, attorniato da una piccola corte di letterati e artisti, per il quale Lotto eseguì, nel 1505, un ritratto austero, da un saldo impianto plastico e dalla definizione fisionomica precisa, dotato anche di una coperta con un vivace soggetto allegorico. In quest'ultima Lotto realizzò un'immagine criptica attraverso un'originale elaborazione di motivi allegorici; analogamente, lAllegoria della Castità del 1505 circa, altro coperto di un ritratto non identificato, presenta un accostamento libero di motivi soggetti simbolici..
La prova di maggiore impegno di quel soggiorno fu la grande pala della chiesa di Santa Cristina al Tiverone, presso Treviso, una solenne Sacra Conversazione del 1505, che, riprendendo e aggiornando modelli come la Pala di San Zaccaria di Bellini e la Pala di Castelfranco di Giorgione, mostra un ritmo più serrato, che porta i personaggi ad intrecciare sguardi e gesti con attitudini inquiete e variate, non più solamente all'insegna della serena e silenziosa contemplazione; la luce inoltre è fredda e incidente, distante dalla calda e avvolgente atmosfera dei tonalisti..
Con lAssunta del Duomo di Asolo e il Ritratto di giovane con lucerna, del Kunsthistorisches Museum di Vienna, entrambi del 1506, si concluse l'esperienza trevigiana.. Di quest'ultimo si è scoperta l'identità: si tratta di Broccardo Malchiostro, giovane ecclesiastico, segretario del vescovo Bernardo de' Rossi, come mostrano i fiori di cardo ricamati sulla tenda di broccato, presenti nello stemma dell'effigiato, e dal gioco di parole dato da "broccato+cardo-Broccardo". Anche la lucerna che si intravede in alto a destra, posta in un ambiente scuro oltre la tenda, allude alla fallita congiura ordita nel 1503 contro di lui e il vescovo de' Rossi.
Tra le Marche e Roma Acquistata in così pochi anni una notevole fama, il pittore è invitato nel 1506 nelle Marche dai domenicani di Recanati, con i quali mantenne ottimi rapporti per tutta la vita. Nel 1508 terminò il grande polittico per la chiesa di San Domenico, conservato nel Museo civico Villa Colloredo Mels. In un'architettura tradizionale inserì figure monumentali e inquiete, immerse in una penombra percorsa da una luce che crea forti contrasti. L'opera chiuse il ciclo giovanile dell'attività del Lotto, ormai pittore maturo e consapevole dei propri mezzi.
Dopo un breve ritorno a Treviso, nel 1509 si recò a Roma, chiamato da papa Giulio II per partecipare alla decorazione dei suoi appartamenti nei Palazzi Vaticani. Qui lavorò a fianco del Il Sodoma e di Bramantino in opere poi distrutte per far posto alle Stanze di Raffaello.
L'unica opera riferibile con una certa sicurezza al periodo romano, in particolare il 1509 circa, è il San Girolamo penitente, conservato a Castel Sant'Angelo, tema già trattato nel 1506. In questa versione, a contatto con l'ambiente culturale romano, schiarì la tavolozza, immergendo il santo in un paesaggio meno nordico e più solare, ma non meno inquietante per il carattere antropomorfo di elementi naturali, quali il tronco nodoso vicino al leone o le radici, in forma di mano artigliata, dell'albero che si abbarbica sopra lo sperone di roccia, dietro il santo.
L'impatto con la corte pontificia e la grande "officina" romana, dove lavorano il marchigiano Bramante, i lombardi Bramantino e Cesare da Sesto, il senese Domenico Beccafumi, il piemontese Sodoma e Michelangelo e soprattutto Raffaello con i suoi allievi (a fianco del quale dovrebbe aver lavorato), si pensa sia stato sconvolgente per il talentoso ma schivo Lorenzo. Se da Raffaello prese spunto per arricchire la propria tavolozza di toni caldi e corposi, tutto d'un tratto dovette sentire il peso e le aspettative del Rinascimento romano al suo culmine, che lo indirizzava probabilmente a un rifiuto della sua tradizione formativa veneta per abbracciare l'aulico classicismo allora in voga.
Nel 1510, a costo di sprecare l'occasione di una consacrazione definitiva, lasciò infatti Roma precipitosamente, e non vi fece più ritorno. Rimangono a testimonianza del suo passaggio i pagamenti del 1509, mentre i suoi lavori furono poi coperti dalle pitture dell'urbinate. Solo un anno dopo, un suo conterraneo come Sebastiano del Piombo fece fruttare invece, con tutt'altri risultati, la chance romana. Lotto invece iniziò l'inquieto vagabondare che lo porterà in una condizione di emarginazione, tanto provocata che subita.
A giudicare dalle influenze in opere successive visitò Perugia e Firenze, dove ammirò alcune opere, tra gli altri, di Perugino e Raffaello, e finì poi per tornare nelle Marche, dove è documentato per il contratto firmato il 18 ottobre 1511 con la Confraternita del Buon Gesù di Jesi per una Deposizione nella chiesa di San Floriano (ospitato nella locale Pinacoteca). Si recò poi nuovamente a Recanati, dove dipinse anche la Trasfigurazione per la chiesa di Santa Maria di Castelnuovo, ospitato al Museo Civico, improntata su modelli raffaelleschi a cui però reagì mostrando repentini scatti espressionistici e schemi compositivi complessi, con figure in pose macchinose. Il trionfante classicismo romano aveva certamente turbato le certezze veneziane e nordiche di Lorenzo senza però convincerlo realmente; sembra che egli lo sperimenti quasi ad avere conferma della sua inefficacia.
I capolavori di Bergamo (1513-1526)
Nel maggio del 1513 Lotto partecipò a un concorso, con altri pittori, venendo scelto dai domenicani di Bergamo per eseguire una pala d'altare per la loro chiesa.
Fu l'inizio di un soggiorno di ben tredici anni nella città orobica, il momento più felice e fecondo della sua carriera. «A Bergamo, dove si recò nel '13, il Lotto ritrovò il suo mondo. La parentesi romana con i suoi strascichi marchigiani, fu dimenticata, almeno in apparenza. (…) Si ridusse a lavorare in provincia, ma liberamente, (…). Qui ebbe modo di conoscere altre esperienze, quelle dei pittori Lombardi che avevano visto Leonardo, (…)».
A quel tempo Bergamo era la città più a ovest nei possedimenti della Serenissima e sebbene fosse una realtà culturale posta ai margini del dibattito intellettuale dei centri maggiori, qui si incontravano le esperienze lombarde e venete, creando una realtà stimolante che Lotto seppe sfruttare appieno.. Tentò con successo una sintesi tra le correnti, stimolato anche dalla committenza locale, colta ed esigente, e dal contatto con artisti quali Gaudenzio Ferrari e forse anche Correggio.
Le inquietudini maturate a Roma ed espresse nei dipinti marchigiani si acquietarono, lasciando libero il Lotto di esprimersi in quella che si potrebbe definire un'arte provinciale, liberando questo termine dalle connotazioni negative. Questa scelta potrebbe sembrare perdente di fronte al grande movimento romano, ma corrisponde all'esigenza interiore di esprimere un'arte diversa da quella apprezzata nei centri maggiori. L'artista, stimolato anche dalla committenza locale, tentò una sintesi tra la rinnovata arte veneta e la tradizione lombarda, venendo in contatto con l'opera di Gaudenzio Ferrari, dei leonardeschi, dei maestri bresciani (Moretto, Romanino e Savoldo), del Pordenone e forse anche del Correggio, nonché con le incisioni nordiche e forse l'arte di Hans Holbein. In ogni caso, se esistono alcuni punti di contatto con questo o quest'altro artista, la produzione di Lotto a Bergamo si muove su binari essenzialmente autonomi, all'insegna di invenzioni originali ed energiche..
La prima prova è la grande Pala Martinengo, completata solo nel 1516 (a causa delle drammatiche vicende seguite alla sconfitta di Agnadello fino alla definitiva riconquista veneziana dei territori di terraferma nel 1516), quella commissionata per i Domenicani e che detiene il record di più grande pala dipinta da Lotto e anche mai eseguita a Bergamo. Il Lotto vi inserì le figure, contrariamente al solito, verso la fuga di colonne della navata, e non sullo sfondo dell'abside, al limite fra l'ombra e la luce, in una struttura architettonica classica, aperta nella cupola verso il cielo, da dove piove la luce e si affacciano due angeli, forse riecheggiando la Camera degli Sposi di Mantegna.