La guerra d'Eritrea fu la serie di azioni militari che portarono alla conquista da parte del Regno d'Italia del territorio corrispondente all'attuale Eritrea, nonché alla difesa dello stesso dagli attacchi dell'Impero d'Etiopia e del Sudan mahdista; questa guerra viene considerata la prima guerra coloniale italiana.
L'occupazione di Assab e Massaua
Dopo aver visto frustrate le sue ambizioni coloniali sulla Tunisia ad opera della Francia nel 1881, il governo italiano decise di indirizzare le sue mire espansionistiche verso un territorio africano fino ad allora poco considerato dalle potenze coloniali, il Corno d'Africa, dove già da tempo si stavano indirizzando gli interessi di alcuni imprenditori italiani. Nel 1882 lo Stato italiano acquistò dalla compagnia Rubattino la baia di Assab, iniziando così la penetrazione nell'area. I primi militari italiani furono quattro carabinieri sbarcati ad Assab il 16 maggio 1883. Nel febbraio del 1885, prendendo a pretesto il massacro avvenuto in Dancalia di una spedizione commerciale guidata dall'esploratore Gustavo Bianchi, un piccolo corpo di spedizione italiano (800 uomini di un battaglione di bersaglieri) al comando del colonnello Tancredi SalettaIn realtà l'ufficiale più alto in grado presente sul posto era il contrammiraglio Alessandro Caimi della Regia Marina, al comando della piccola formazione navale che aveva trasportato a destinazione il contingente; il comando delle operazioni a terra però era gestito autonomamente dal Saletta. I conflitti di attribuzioni tra i due ufficiali furono risolti alcuni mesi più tardi con l'arrivo dall'Italia del maggior generale Carlo Genè, incaricato espressamente del comando di tutte le forze presenti nell'area. Angelo Del Boca nella sua opera Gli italiani in Africa orientale, vol. I, descrive dettagliatamente gli eventi. occupò il porto di Massaua, allontanandone senza alcuno scontro la locale guarnigione egiziana che all'epoca controllava il porto della città; l'azione era stata possibile anche grazie al beneplacito del primo ministro britannico William Ewart Gladstone. Nei mesi successivi l'Italia occupò tutta la fascia costiera tra Massaua e Assab, conquistò Saati e annesse Massaua al Regno.
Nelle intenzioni del ministro degli esteri italiano Pasquale Stanislao Mancini, la conquista di Massaua doveva essere la prima fase di una penetrazione italiana nel Sudan, allora un co-dominio anglo-egiziano ma preda fin dal 1881 di una violenta rivolta delle popolazioni musulmane guidate dal capo religioso Muhammad Ahmad, autoproclamatosi MahdiDa cui il termine mahdisti per riferirsi ai suoi seguaci; inglesi ed egiziani, invece, indicavano i ribelli sudanesi con il termine dervisci, usato anche dalla storiografia italiana; i piani del Mancini furono però rigettati dagli inglesi che, di fronte all'incalzare della rivolta, avevano deciso di abbandonare il paeseIndro Montanelli, op. cit., pag. 200. Il fallimento della sua politica e le critiche provenienti dal Parlamento spinsero Mancini alle dimissioni; il suo posto venne preso dal conte di Robilant che, seppur disapprovando la politica coloniale intrapresa dall'Italia, decise di continuare le operazioni in Eritrea. I primi mesi della spedizione erano stati scanditi dal sostanziale disinteresse del governo di Agostino Depretis – eccezion fatta per Mancini – per le questioni coloniali e dal tentativo della Consulta di lasciarsi aperte tutte le strade cadendo nell’errore, per certi versi grossolano, di credere che gli inglesi avessero la reale volontà di stringere una partnership con Roma quando al massimo si sarebbe trattato, come poi fu, di un semplice "non nocet" all’occupazione di Massaua. Con Di Robilant agli Esteri invece la linea da seguire fu, almeno in teoria quella del "raccoglimento", tuttavia l'occupazione di Saati voluta da Saletta e perfezionata da Genè non avrebbe tardato a rappresentare un motivo di frizione tra gli italiani e Ras Alula.
Saati, Dogali e l'occupazione dell'altipiano
L'altopiano eritreo era parte dell'Impero d'Etiopia (anche nota come Abissinia), una struttura feudale in cui i vari sovrani locali (i ras) erano sottomessi solo formalmente all'imperatore (Negus Neghesti, cioè Re dei Re), dovendo a lui solo un tributo annuo e l'appoggio dei propri seguaci in caso di guerra, mentre per il resto erano praticamente autonomi. Nello specifico, l'altopiano dell'Eritrea (nota come Medri Bahri, cioè "terra del mare", o Mareb Melesh) era di spettanza del Ras Alula Engida. Il negus Giovanni IV d'Etiopia non aveva reagito all'occupazione di Massaua, ma in seguito avanzò forti proteste quando gli italiani occuparono i villaggi di Saati e Uaà (il trattato di Hewett tra Gran Bretagna, Egitto ed Etiopia stabiliva il ritorno di questi territori all'Etiopia).
Inizialmente Robilant avviò contatti diplomatici con il negus, ma in seguito, fallite queste trattative, decise di intraprendere una soluzione militare alla questione, definendo sprezzantemente le truppe del negus "quattro predoni"In un discorso alla Camera dei deputati il 24 gennaio 1887, circa alcune incursioni etiopi ai confini della colonia disse «... e non conviene certamente attaccare tanta importanza a quattro predoni che possiamo avere tra i piedi in Africa». Indro Montanelli, op. cit., pag. 203. Il 25 gennaio 1887, un'armata etiope forte di uomini al comando del ras Alula Engida, fedelissimo del negus, attaccò il piccolo presidio italiano di Saati, venendo però respinta dopo quattro ore di duri combattimenti; a corto di munizioni, il comandante del presidio, maggiore Boretti, richiese al generale Carlo Genè l'invio di rinforzi e rifornimenti. La mattina del 26 gennaio 1887 una colonna di truppe italiane al comando del tenente colonnello Tommaso De Cristoforis mosse da Moncullo per portare i rifornimenti a Saati, ma cadde in un'imboscata degli uomini di Alula Engida nei pressi di Dogali, venendo completamente distrutta con la perdita di 430 uominiEmilio Bellavita, La battaglia di Adua, Gherardo Casini Editore, 1930, ISBN 9788864100265, pagina 46; il presidio di Saati venne ritirato poco dopo, ma Alula non ne approfittò e, viste le perdite che aveva subito, ripiegò verso Ghinda per infine rientrare ad Asmara. La sconfitta della colonna italiana a Dogali obbligò Robilant alle dimissioni e il presidente del consiglio Agostino Depretis a un rimpasto di governo. In più parti del paese venivano dedicate strade e monumenti ai caduti e si decise di continuare le operazioni.
Il successore di Depretis, morto nell'estate del 1887, Francesco Crispi, precedentemente anch'egli critico verso le campagne coloniali ma divenuto il principale sostenitore dell'imperialismo italiano, fece inviare in Eritrea un corpo di spedizione forte di uomini al comando del generale Alessandro Asinari di San Marzano; il corpo di spedizione giunse in Eritrea a partire dall'ottobre del 1887, ma rimase per diversi mesi nei suoi acquartieramenti di Massaua, in attesa dell'esito di una missione diplomatica britannica inviata presso il negus per riportare la pace tra Italia ed Etiopia. Fallite le trattative, il 1º febbraio 1888 San Marzano mosse le sue truppe e rioccupò Saati, fortificandolo pesantemente. Nel marzo dello stesso anno, il negus mosse con un grosso esercito verso Saati, attestandosi a poca distanza dalle posizioni italiane; i due eserciti si fronteggiarono dalle rispettive posizioni, fino a che, nell'aprile seguente l'esercito del negus, falcidiato dalle malattie, non decise di ritirarsi, senza essere inseguito dagli italiani. Di lì a poco, anche lo stesso San Marzano venne richiamato in patria insieme a gran parte del corpo di spedizione, lasciando il comando della colonia al generale Antonio Baldissera.
Baldissera iniziò subito a ristrutturare l'organizzazione militare italiana nella colonia: in particolare, le truppe indigene reclutate localmente (gli àscari) vennero ampliate e riunite in una struttura a parte, il Corpo Speciale d'Africa, che poteva mettere in campo quattro battaglioni autonomi di àscari comandati da ufficiali italiani. Con le nuove truppe, Baldissera ricevette il compito di risalire l'altopiano eritreo e di occupare le città di Cheren e Asmara. L'avanzata di Baldissera fu lenta, preferendo il generale agire per vie diplomatiche con i feudatari locali ostili al governo centrale etiopico. Nel giugno-luglio del 1888, il Balambaras Kafil, allineato all'Italia, occupò Cheren. L'8 agosto 1888 gli italiani incapparono innvece in una nuova sconfitta a Saganeiti, quando una piccola colonna di ascari cadde in un'imboscata condotta dalla banda del Dejazmatch Debeb (precedentemente schieratosi con Baldissera), perdendo duecento ascari e cinque ufficiali italiani. Kafil, appoggiato dagli italiani, riuscì però a respingere i tentativi di Debeb su Cheren. Nel febbraio 1889, una colonna comandata dal maggiore Di Maio effettuò una marcia di ricognizione su Cheren, confermando a Kafil il compito di tenere la località. Pochi giorni dopo, Debeb tornò fedele all'Italia e occupò Asmara.
Il 9 marzo 1889, il negus Giovanni veniva ucciso nella battaglia di Gallabat contro i mahdisti sudanesi, lasciando gli etiopi in un momento di debolezza. Si aprì un conflitto dinastico tre il negus Menelik II e il Ras Mangascià, i quali reclamarono entrambi il trono. In questo contesto, l'Italia si schierò con Menelik e il Ras Alula con Mangascià. Il conte Pietro Antonelli spingeva da tempo per giungere ad un accordo generale con Menelik, con il quale intratteneva relazioni sin dal 1883; in particolare, Antonelli prospettò a Crispi la possibilità di giungere ad un trattato che ponesse l'intera Etiopia sotto protettorato italianoIndro Montanelli, op. cit., pag. 220. Il 2 maggio 1889 venne quindi firmato il controverso trattato di Uccialli, con il quale, secondo l'interpretazione italiana, l'Etiopia non solo riconosceva il controllo italiano sull'altopiano eritreo, ma diventava di fatto un protettorato italiano.
Nel conflitto tra Menelik e Mangascià, Kafil si schierò con quest'ultimo e con Alula, tradendo l'Italia. Nello stesso tempo, Debeb era preso prigioniero da Mangascià ed Alula. Gli italiani dovettero perciò occupare direttamente e definitivamente Cheren (il 2 giugno 1889, Kafil fu catturato) e Asmara (il 3 agosto 1889). Il conflitto dinastico si risolse a favore del controllo italiano sull'altipiano, allorché Menelik venne incoronato imperatore a Entoto nel novembre.
Baldissera propose di continuare nella politica di dividere i ras dal governo centrale per guadagnare altre posizioni, ma vide sconfessata la sua strategia dal governo. Egli chiese ed ottenne di essere richiamato in patria, sostituito dal generale Oreste Baratieri. Nel 1890 i possedimenti italiani furono unificati nella Colonia eritrea.BALDISSERA, Antonio di Piero Pieri. Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 5 (1963)
L'invasione mahdista
Cacciati i reparti britannici ed egiziani, i ribelli mahdisti del Sudan iniziarono a cercare di aprirsi una via verso il Mar Rosso, penetrando nei confini della colonia italiana. Dopo alcune schermaglie di confine ad Agordat il 27 giugno 1890 e a Serobeti il 16 giugno 1892, un'armata mahdista forte di uomini e comandata da Ahmed Wad Alì, emiro di Gheraref, invase la colonia nel dicembre del 1893. Il 21 dicembre, l'armata venne affrontata dalle truppe del generale Giuseppe ArimondiIn quel momento comandante delle truppe italiane nella colonia, essendo Baratieri in licenza in Italia, composte da uomini (in gran parte ascari), che inflissero ai mahdisti una dura disfatta nella piana di Agordat..