Con il nome di Hisperica Famina si indica canonicamente un insieme di quattordici componimenti latini riconducibili all’Irlanda del VII secolo d.C., caratterizzati dall’utilizzo di un pastiche linguistico particolarmente vario e complesso.

Tratti generali Il titolo Hisperica Famina significa Detti Occidentali. Si tratta di quattordici componimenti di argomento vario, dalla rappresentazione di alcuni elementi tipici della vita scolastica dell’epoca alla descrizione di fenomeni naturali, fino alla narrazione di una sorta di impresa militare. I testi sono scritti in quella che è stata definita una “prosa assonante”, essi infatti non rispettano la struttura di nessun tipo di verso, quindi non possono essere detti propriamente poetici, ma presentano un gioco di assonanze e ritmi che li distinguono dalla prosa. Vero elemento unificante e caratterizzante di questi testi è il tessuto linguistico. Gli Hisperica Famina, infatti, sono scritti in un latino molto particolare e ricercato, ricco non solo di neologismi ma anche di grecismi, ebraismi e celtismi che, ad eccezione degli ultimi, l’autore, o gli autoriSi ritiene generalmente che ogni redazione sia opera di un singolo autore. Si può quindi parlare di un autore se si fa riferimento al testo di una redazione, se invece si considerano gli Hisperica Famina nel loro complesso, ovvero l’insieme di tutte le redazioni, si può parlare di più autori o faminatori, come vengono definiti. Per semplicità nella pagina si farà principalmente riferimento ad una sola redazione, la A, e quindi ad un solo autore, tranne qualora sia necessario per la spiegazione. , del testo trasse da glossari del tempo. Il risultato di questo polimorfismo è un testo molto complesso, di cui non sempre è possibile comprendere il significato esatto.

Proprio per la sua difficoltà intrinseca, nonché per la varietà della sua tradizione, che attesta l’esistenza di almeno quattro redazioni diverse del testo, l’opera ha sollevato numerose discussioni tra gli studiosi. Tra gli elementi dibattuti i più rilevanti sono la data e il luogo d’origine del testo e del suo autore e, ancor più, lo scopo per cui questi testi furono scritti. Alla questione dello scopo del testo si associa poi quella dell’interpretazione da dare delle varie redazioni, che a sua volta apre il dibattito sul ruolo da assegnare agli autori di ogni redazione. La varietà dei contenuti rende difficile definire uno scopo unitario per l’opera, cosicché tra gli specialisti si trovano diverse ipotesi in proposito. Una delle prime ipotesi, formulata da Heinrich Zimmer Giovanni Polara, Il VII secolo, p. 30, all’interno di Letteratura latina medievale, a cura di Claudio Leonardi, Firenze, SISMEL – Edizioni del Galluzzo, 2014. , fu che l’opera avesse un intento enciclopedico, simile a quello del De nuptiis di Marziano Capella. Nei primi decenni del novecento Edward Rand Ibidem. ipotizzò che si trattasse di una sorta di esperimento letterario, volto a saggiare fino a che limite potesse spingersi l’inventiva retorica. Sempre nell’ambito della produzione scolastica, Robert Macalister Questa teoria era già stata ipotizzata da Joseph Stowasser ma probabilmente Robert Macalister formulò la stessa tesi indipendentemente, senza aver letto gli scritti in cui Stowasser avanzava l’ipotesi. (Cfr. Paul Grosjean, Confusa Caligo - Remarques sur les Hisperica Famina, «Celtica» 3 (1956), p. 54 nota 2). , e a seguire Max Niedermann, suggerirono che potesse trattarsi di temi assegnati a degli studenti come esercizi, di cui poi fossero stati raccolti i più meritevoli. Tra le ipotesi più recenti possiamo annoverare quella di Paul Grosjean Paul Grosjean, Confusa Caligo - Remarques sur les Hisperica Famina, «Celtica» 3 (1956), p. 55. , che intende gli Hisperica Famina come una sorta di libro di testo, utilizzato per insegnare gli usi più elevati della retorica agli studenti delle classi avanzate; secondo questa teoria le varie redazioni corrisponderebbero a copie del testo utilizzate dai maestri e di volta in volta rielaborate dagli stessi. A partire da un ulteriore suggerimento di Macalister, si è fatta strada tra gli studiosi l’ipotesi parallela che potesse trattarsi di un’opera con contenuti non cristiani, che utilizza una lingua particolare per veicolare antichi racconti celtici, differenziandoli linguisticamente dalla predominante cultura cristiana. Il testo quindi raccoglierebbe sia episodi narrativi, come avviene per l’ultimo componimento, sia testi magico-evocativi. A questa ipotesi si sono avvicinati anche Michael Herren Michael W. Herren, The Hisperica Famina I. The A-Text, Toronto, Pontifical Institute of Mediaeval Studies 1974 (Studies and Texts 31), p. 5 e 39-44. , pur appoggiando in parte la proposta di Grosjean, e John Carey John Carey, The obscurantists and the sea-monster - Reflections on the Hisperica Famina, «Peritia» 17-18 (2003-2004), pp. 44-55. . Quest’ultimo, infine, promuove anche una tesi secondaria di Zimmer Ibidem, pp. 45-46. , secondo cui le diverse redazioni potrebbero costituire varie declinazioni, ad opera di altrettanti maestri, di alcuni temi prefissati. Secondo Zimmer vari maestri, ricevuti alcuni canovacci che abbozzavano gli argomenti di cui trattare e liste di vocaboli particolari da inserire nel testo, si sarebbero autonomamente cimentati nel trarre da questi elementi dei testi organici, che costituiscono quelle che adesso consideriamo le diverse redazioni. La questione resta tuttora irrisolta e largamente dibattuta. Per quanto riguarda l’autorialità del testo va evidenziato che, per via della disparità tra le varie redazioni, si pensa generalmente a una pluralità di scrittori, ciascuno attivo su una redazione. Sebbene non venga individuato nessun nome dietro queste figure misteriose si è spesso circoscritto il loro ambiente di produzione a quello scolastico.

Contenuti dei componimenti Prologo I primi tre componimenti vertono sui temi della retorica e dell’insegnamento, avendo come soggetto uno o più gruppi di studenti. Nel prologo assistiamo al discorso di un personaggio che vede avvicinarsi alla propria terra un gruppo di nuovi scolari e rivolge subito loro un lungo discorso di scherno, ricco di artifici retorici, in cui esalta la propria abilità nell’arte dell’eloquenza e, paragonandosi ora a soldati all’assalto ora a potenti elementi naturali, si professa pronto a rivaleggiare con uno dei nuovi arrivati. Il componimento procede per immagini, spesso metaforiche, accostate le une alle altre in un modo che non sempre rende possibile comprendere il fluire del ragionamento. Per questo motivo l’interpretazione del passo non è univoca e c’è chi vede nel brano non il discorso di un solo personaggio verso un altro bensì un dialogo tra i due, in cui entrambi si scambiano attacchi vicendevoli in una sorta di duello di eloquenza.

De duodecim vitiis Ausonicae palathi Questa breve sezione tratta dei dodici errori che colpiscono la parlata latina degli anglo-sassoni. Anche questo componimento è oggetto di varie interpretazioni, specie in merito alla sua autonomia dal testo precedente. Esso, infatti, non presenta un sottotitolo nel codice Reginense e tratta un tema strettamente legato a quello precedente; pertanto alcuni studiosi lo considerano la parte conclusiva del prologo, interpretandolo come un’ultima stoccata dello studente locale all’imperizia del nuovo arrivato.

Incipit lex diei Questo componimento, il più lungo del testo, contiene la descrizione della giornata di un gruppo di studenti. Il testo si apre con una lunga descrizione dell’alba e del risveglio della natura, indugiando sulla rappresentazione del riprendere della vita della campagna, partendo dai vari animali e arrivando all’inizio del lavoro dei contadini. Nel corpo centrale del testo viene descritta la vita degli studenti, dalla sveglia, alle letture mattutine fino al ritorno nelle proprie abitazioni alla sera, con la divisione dei compiti notturni. Particolare risalto è dato, all’incirca a metà giornata, al viaggio degli studenti verso un villaggio, dove si recano per trovare qualcuno che offra loro del cibo. Sia in questa circostanza sia nel finale l’autore non manca di sottolineare la pericolosità dei luoghi, infestati di bande di briganti, un tema che tornerà nell’ultimo componimento. Infine, è interessante notare che il finale del testo riprende l’andamento dei versi iniziali chiudendosi in una Ringkomposition: con l’imbrunire l’autore intraprende una descrizione del tramonto e del ritorno degli animali speculare a quella presentata per l’alba, addirittura ponendo gli animali descritti nel medesimo ordine dei versi iniziali. Queste attenzioni retoriche, afferma Andy Orchard, sottolineano la letterarietà del testo, che per molto tempo è stato, invece, denigrato dagli studiosi moderni.

Sezione naturalistica (De caelo; De mari; De igne; De campo; De vento)

I componimenti De caelo (Il cielo), De mari (Il mare), De igne (Il fuoco), De campo (Il campo) e De vento (Il vento) contengono la “barocca” descrizione La definizione è usata da Polara per descrivere l’esordio della Lex diei in Giovanni Polara, Il VII secolo, p. 29, all’interno di Letteratura latina medievale, a cura di Claudio Leonardi, Firenze, SISMEL – Edizioni del Galluzzo, 2014. di questi elementi naturali. I vari fenomeni sono raffigurati con termini ricercati e astrusi, ne è un esempio l’utilizzo del termine ebraico arotus (ebr. oroth) per indicare la stella, in questo componimento e altrove. Per questi componimenti e per i quattro seguenti è stata rilevata una vicinanza con il genere degli indovinelli celtici e antico-inglesi: essi sono concatenati tra loro, spesso a due a due, attraverso riprese dei versi iniziali o finali da un componimento con l’altro, seguendo uno schema tipico di questo genere letterario.

De plurimis Il titolo De plurimis, inteso da Herren come “Varie cose”, va probabilmente tradotto, come suggerisce Giovanni Polara, con “La folla”. Il testo, per l’appunto, descrive una folla variopinta, soffermandosi sulle vesti colorate dei personaggi e gli oggetti che tengono tra le mani. Si è ipotizzato che la distinzione dei colori delle vesti possa rappresentare un diverso grado di avanzamento scolastico dei personaggi, secondo un uso attestato nelle scuole di bardi irlandesi La medesima usanza sembra essere attestata in un’altra importante opera irlandese: la Navigatio sancti Brendani. Nel testo si incontra una comunità monastica suddivisa in tre gruppi in base all’anzianità dei componenti, che portano vesti di colore diverso a seconda del gruppo di appartenenza. Si è ipotizzato che la distribuzione dei diversi colori riprenda l’usanza bardica, trasferendola dall’ambito poetico a quello monastico. .

De taberna e De tabula I due componimenti, seguendo un andamento affine, descrivono due oggetti legati alla vita del monaco-scriba: un contenitore per i libri e una tavoletta cerata per la scrittura. Partendo da una descrizione della struttura dell’oggetto, l’autore passa a descrivere il modo in cui lopifex (l’artigiano) l’ha costruito, soffermandosi soprattutto sul momento in cui il materiale necessario viene strappato alla natura. Mentre l’identificazione della tabula con la tavoletta da scrittura è univoca, c’è dissenso tra gli studiosi sul significato della taberna, che Herren considera una borsa a tracolla mentre Polara uno scaffale, basandosi per questa interpretazione su uno scolio a Giovenale.

De oratorio Riallacciandosi ai due componimenti precedenti il De oratorio descrive un altro elemento fondamentale della vita monacale: la cappella. Dal testo emerge la volontà di trasmettere un’idea di stabilità e solidità della costruzione, evidenziandone la struttura quadrata dei suoi elementi.

De oratione