I qualia (plurale neutro del latino quale, e cioè "qualità, attributo, modo") sono, nella filosofia della mente, gli aspetti qualitativi delle esperienze coscienti. Ogni esperienza cosciente ha una sensazione qualitativa diversa da un'altra. Ad esempio, l'esperienza che proviamo nell'assaporare un gelato è qualitativamente diversa da quella che cogliamo quando contempliamo La Gioconda di Leonardo. I qualia sono estremamente specifici e caratterizzano essenzialmente le singole esperienze coscienti.

Caratteristiche

John Searle ha sostenuto che «ogni stato cosciente è caratterizzato da una sensazione qualitativa»: qualsiasi esperienza cosciente comporterebbe una sensazione qualitativa particolare, dall'esperienza del dolore ad un semplice calcolo aritmeticoSearle J. R., Mind. A Brief Introduction, 2004 (trad. it. La mente, 2005).. Searle infatti afferma che la semplice esperienza, ad esempio, dell'addizione cambia qualità a seconda della lingua in cui è stata eseguita l'operazione. Così ogni esperienza cosciente ha una qualità a seconda del modo in cui accede alla coscienza.

Il filosofo Daniel Dennett ha definito i qualia «i modi in cui le cose ci sembrano» e ne ha tracciato quattro proprietà fondamentali:

Ineffabili perché sono relativi solamente al soggetto che li esperisce, il quale non può dire agli altri come sta vedendo, gustando, odorando, ecc. Intrinseci perché sono elementi semplici ed atomici, cioè non riducibili a null'altro. Privati poiché relativi al soggetto che li esperisce e pertanto non paragonabili con quelli esperiti da altri soggetti. Apprensibili direttamente o immediatamente nella coscienza, ovvero esperienze immediate e non inferenziali della coscienzaDennett D. C., Quining Qualia, in A. J. Marcel ed E. Bisiach (a cura di), Consciousness in Contemporary Science, 1988, pp. 44-77 (trad. it. Quainare i qualia, in A. De Palma e G. Pareti (a cura di), Mente e corpo. Dai Dilemmi della filosofia alle ipotesi della neuroscienza, 2004, pp. 189-233)..

Filosofi e scienziati si sono divisi riguardo all'esistenza dei qualia. Questa divisione ricalca fedelmente due approcci radicalmente diversi di indagare la mente e i suoi processi costitutivi. Da un lato i monisti materialisti, secondo i quali esiste un'unica realtà, ovvero la materia; in tal senso tutti gli eventi mentali sono l'esito di processi fisici (compresi i qualia). I materialisti hanno dato diverse interpretazioni dei qualia, ma sostanzialmente condividono il fatto che essi non esistono come entità in sé ed atomistiche ma siano invece l'esito di processi fisici.

Dall'altro lato i dualisti, secondo i quali esistono due diverse realtà irriducibili: la realtà del pensiero e la realtà della materia. Gli eventi mentali non sono riducibili alla realtà fisica o perlomeno presentano qualità differenti da quelle dei processi fisici che le determinano (dualismo delle proprietà). I qualia quindi, facendo parte della realtà del pensiero, non sono riducibili alla materia ed ai suoi processi fisici e deterministici.

In base a questa prospettiva di ricerca il filosofo australiano David Chalmers ha distinto due tipologie di problemi affrontati dalle scienze della mente: i soft problem, ovvero i problemi relativamente facili che in via teorica possono essere spiegati in termini fisici e scientifici (la comprensione del linguaggio, la percezione dei colori, etc.), e gli hard problem relativi all'esperienza soggettiva, cioè al «com'è essere un organismo conscio» ed al come è possibile che una serie di dati sensoriali provenienti da differenti canali periferici vengano poi unificati in una dimensione omogenea ed unitaria (l'esperienza soggettiva, appunto)Chalmers D., Facing Up to the Problem of Consciousness, «Journal of Consciousness Sudies», 2, 1995, pp. 200-219 (trad. it. Come affrontare il problema della coscienza, in A. De Palma e G. Pareti (a cura di), Mente e corpo. Dai Dilemmi della filosofia alle ipotesi della neuroscienza, 2004, pp. 234-268)..

Storia

I qualia compaiono per la prima volta nella storia del pensiero con la filosofia atomistica di Democrito (460 a.C. - 360 a.C.). Democrito distingueva due tipi di qualità dei corpi: le qualità primarie e le qualità secondarie. Le qualità primarie si riducevano alle proprietà degli atomi dei quali tutti i corpi non erano altro che aggregati ed erano oggettive e quantitative. Le qualità secondarie invece emergevano dalla relazione tra gli atomi dei corpi e gli atomi dell'anima: gli atomi dei corpi entravano in contatto con quelli dell'anima provocando le qualità secondarie, ovvero le sensazioni (i sapori, i colori, etc.). Ora proprio perché queste qualità nascevano dalla relazione tra oggetto e soggetto non erano considerate da Leucippo e Democrito come intrinseche alla natura bensì come «convenzioni», in ultima analisi soggettive, determinate dalla posizione e dall'ordine in cui gli atomi si dispongono accidentalmente nell'anima:

Per Aristotele invece le qualità erano irriducibili alla quantità. Secondo la sua cosmologia, vi erano qualità primarie presenti nell'essenza stessa degli oggetti (cioè caldo, freddo, secco, umido), la cui interazione con gli organi di senso umani, riverberandosi nell'anima, trasmettevano qualità secondarie come gli odori, i sapori, i colori. Le qualità primarie erano dunque intrinseche ai quattro elementi di cui era costituito tutto il mondo: in particolare, freddo e secco erano qualità della terra, freddo e umido dell'acqua, caldo e umido dell'aria, caldo e secco del fuoco.

In epoca moderna a partire dal XVII secolo la distinzione tra qualità primaria e qualità secondaria venne riconsiderata a partire da Galileo Galilei (1564-1642), il quale ne Il Saggiatore (1623) sostiene che ci sono qualità dei corpi che scomparirebbero qualora non fossero direttamente percepite dai sensi e che quindi esse nascono dalla relazione tra oggetto e sensi, sebbene siano effettivamente contenute solo nei sensi; tant'è che quando la sensazione termina, cioè l'azione dell'oggetto sui sensi non ha più luogo, essa scompare e non rimane che il puro nome, a differenza invece delle qualità oggettive che, essendo inerenti all'oggetto, permangono anche quando non sono direttamente ed attualmente percepite dai sensi:

La distinzione classica tra qualità primaria e qualità secondarie viene approfondita da John Locke (1632-1704), nel suo celebre Saggio sull'intelletto umano (1690). Secondo Locke tutta la conoscenza umana deriva dai sensi mediante un processo di astrazione che astrae dalle sensazioni (idee semplici) i concetti generali (idee generali). Era pertanto necessario riuscire a distinguere quelle qualità appartenenti ai corpi fisici da quelle che invece non appartenevano ai corpi fisici seppur percepite direttamente dai sensi. Egli quindi distingue le «qualità originarie o primarie» che «sono del tutto inseparabili dal corpo in qualunque stato esso sia; e tali che in tutte le alterazioni e cambiamenti che subisce, con tutta la forza che si esercita sopra di esso, il corpo le conserve costantemente», dalle «qualità secondarie» che «in verità sono negli oggetti solo poteri di produrre in noi sensazioni varie per mezzo delle loro qualità primarie, cioè la mole, la figura e la consistenza, insieme al movimento delle parti impercettibili, quali i colori, i suoni, i gusti etc.Locke J., Saggio sull'intelletto umano, Torino, 1971, p. 172.». In ultima istanza, secondo Locke, le qualità secondarie sono il prodotto accidentale che le proprietà fisiche (primarie) dei corpi provocano nell'apparato sensoriale del soggetto.

Isaac Newton (1642-1727) fece propria la posizione di Locke integrandola tuttavia all'interno delle sue scoperte. Nel celebre saggio dedicato ai fenomeni dell'ottica, compresi i colori e la loro classificazione Newton scrive di un'importante scoperta grazie alla quale osservò la luce bianca che fatta passare attraverso un prisma si divide in tre colori differenti: giallo, viola e rosso. Nell’Ottica (1704) ipotizza quindi che nel sistema visivo dell'uomo ci deve essere qualcosa che permette alla luce bianca di riflettersi proprio come accade col prisma. A causa di questa peculiarità possiamo percepire i singoli colori, i quali pertanto non sono delle proprietà in sé degli oggetti bensì particelle della luce bianca che colpiscono le particelle che compongono il nostro apparato sensoriale mettendole in moto:

Per Galilei, Locke e Newton i qualia o, come erano definiti, «le qualità secondarie» non esistevano nel mondo reale, ma erano sostanzialmente il prodotto dell'interazione tra l'apparato sensoriale del soggetto e l'oggetto. I qualia, come i suoni, gli odori o i colori, erano quindi una costruzione del corpo umano e non godevano dello stesso statuto ontologico delle qualità primarie, come il moto, il peso, la grandezza, ecc. Come per gli antichi atomisti, anche per questi pensatori moderni la distinzione tra un mondo interiore ed un mondo esteriore, tra soggettivo ed oggettivo, aveva il suo prezzo in termini gnoseologici. L'unica conoscenza vera era quella che aveva a che fare con le proprietà oggettive dei corpi, perché erano queste le uniche ad essere reali.

Il reverendo George Berkeley (1685-1753) portò all'estremo la teoria delle qualità primarie e qualità secondarie. Secondo Berkeley, infatti, non vi è differenza tra qualità primaria e qualità secondaria in quanto entrambe sono percepite dal soggetto. Se, infatti, le qualità secondarie esistono solo perché sono percepite dal soggetto, non vi è motivo di credere che quelle primarie esistano a prescindere dal soggetto: gli oggetti esistono in quanto sono percepiti (esse est percipi).

Le posizioni materialistiche sopra esaminate non convincevano appieno neppure altri pensatori, primo fra tutti il filosofo e matematico René Descartes (1596-1650). Descartes non rifiutava l'idea che i qualia potessero essere il prodotto dell'interazione di particelle materiali, ma affermava anche che non potevano ridursi ad essere solamente questo; infatti, a suo avviso, le spiegazioni materialistiche erano piuttosto limitate in quanto eliminavano il prodotto stesso dell'interazione delle particelle, vale a dire la sensazione che veniva percepita dal soggetto. Nel capitolo primo della sua opera pubblicata postuma Il Mondo o Trattato della luce compie un'analogia molto intuitiva tra le particelle che causano la sensazione e il suono delle parole pronunciate che provocano in noi l'immagine del significato, sostenendo che il significato delle parole è qualcosa di ben diverso dal mezzo materiale attraverso cui viene trasmesso, cioè il suono delle parole, così come la sensazione è ben diversa dai mezzi materiali attraverso cui è trasmessa:

In altre parole per Descartes le sensazioni, così come venivano percepite dal soggetto, non erano semplicemente riducibili all'azione di particelle. Se ci limitassimo a ciò, allora dovremmo dire che il dolore è l'esito del moto di particelle, ma quando noi percepiamo il dolore non ci accorgiamo affatto del movimento delle particelle che lo provocano. Il corpo, secondo Descartes, era composto da tanti filamenti, i nervi, che si irradiavano a partire dal cervello per tutta la superficie corporea. Il corpo era costituito anche dagli «spiriti animali», ovvero le particelle ignee che compongo il fluido ematico. Ora, quando le particelle di un oggetto sensibile toccano la superficie corporea questi filamenti «tirano istantaneamente le parti del cervello da cui provengono, aprendo in pari tempo l'ingresso di certi porti collocati nella superficie interna del cervello stesso, e attraverso questi gli spiriti animali contenuti nelle cavità cerebrali prendono subito a fluire dirigendosi verso i nervi ed i muscoli che nella macchina servono a determinare dei movimenti perfettamente simili a quelli naturalmente eccitati in noi quando i nostri sensi sono toccati allo stesso modoDescartes R., L'uomo, cit., p. 223».