La marcia di Garibaldi dopo la caduta di Roma, compiuta dal generale nizzardo, rappresentò il fallito tentativo di rinfocolare i moti patriottici ed insurrezionali in Italia centrale, dopo la caduta della Repubblica Romana. Rappresenta il penultimo episodio delle rivoluzioni italiane del 1848-49.

Antefatti La Prima guerra di indipendenza

Il 18-23 marzo 1848, con le cinque giornate di Milano, ebbe inizio la prima guerra di indipendenza, che coinvolse, oltre al grande esercito sardo, le più piccole armate toscana e romana, nonostante le resistenze del Pontefice.

Essa ebbe fine il 9 agosto, con la firma dell'Armistizio di Salasco. Che, però, entrambi i contendenti principali (Carlo Alberto e Radetzky) sapevano temporaneo.

La lunga tregua armata dell'armistizio di Salasco

Si aprì, quindi, un complesso periodo in cui l'intera politica italiana venne dominata alla prossima ripresa delle ostilità con l'Impero austriaco: il governo sardo e i patrioti democratici cercavano di profittare della tregua per allineare quante più forze possibili. Persa ogni illusione rispetto a Ferdinando II delle Due Sicilie, la questione fondamentale riguardava l'atteggiamento di Firenze e Roma. Nel Granducato le cose si erano ormai chiarite a favore della causa nazionale quando Leopoldo II aveva, il 27 ottobre, conferito l'incarico al democratico Montanelli, che inaugurò una politica ultrademocratica, ovvero, nella terminologia politica dell'epoca, volta all'unione con gli altri stati italiani ed alla ripresa congiunta della guerra all'Austria. Nello Stato della Chiesa, la questione si chiarì solo con l'assassinio di Pellegrino Rossi, il 15 novembre, e la successiva fuga di Pio IX nella fortezza napoletana di Gaeta, il 24 novembre. Lo raggiunse, di lì a poco, Leopoldo II di Toscana, fuggito da Firenze il 30 gennaio, per salpare, il 21 anch'egli per Gaeta. A Roma venne costituito un governo provvisorio, che convocò nuove elezioni per il 21-22 gennaio 1849: la nuova assemblea venne inaugurata il 5 febbraio e, il 9 febbraio votò il "decreto fondamentale" di proclamazione della Repubblica Romana. In questo clima, il 12 dicembre entrava in Roma Garibaldi, con una legione di volontari.

Le invasioni straniere

Giunti a Gaeta, Pio IX e Leopoldo II accettarono le offerte di protezione delle grandi potenze straniere. Essa fu possibile solo dopo che la sconfitta di Carlo Alberto a Novara il 22-23 marzo decise, definitivamente, della supremazia in Lombardia e costrinse il nuovo sovrano sardo, Vittorio Emanuele II, a concentrarsi sulla caotica situazione politica interna.

Il primo a muovere fu Luigi Napoleone, che il 24 aprile fece sbarcare a Civitavecchia un corpo di spedizione francese, guidato dal generale Oudinot. Questi tentò l'assalto a Roma il 30 aprile, ma venne malamente sconfitto. Ripiegò a Civitavecchia e chiese rinforzi.

Seguì un corpo di spedizione napoletano, fermato da Garibaldi a Palestrina, il 9 maggio. Poi una prima armata austriaca, che saccheggiò Livorno, l'11 maggio, occupò Firenze il 25 maggio, seguita da una seconda, che assediò e prese Bologna, il 15, ed Ancona, il 21. Venne, infine, un corpo di spedizione spagnolo, che giunse a Gaeta solo verso la fine di maggio, e venne inviato ad occupare l'Umbria, senza scontri memorabili.

La resa di Roma I francesi assediano Roma

La necessità di riscattare la sconfitta del 30 aprile, e il desiderio di compensare i successi del Radetzky in Toscana, Emilia, Marche, indussero Luigi Buonaparte, non ancora Imperatore, ad inviare contro Roma complessivamente oltre 30 000 soldati e un possente parco d'assedio.

Il 31 maggio, il generale francese Oudinot rinnegò un trattato di alleanza negoziato dal Lesseps e annunciò la ripresa delle ostilità.

Roma venne assaltata all'alba del 3 giugno. La resistenza si protrasse sino al 1º luglio, quando fu stipulata una tregua. Mazzini e Garibaldi dichiararono all'Assemblea Costituente che l'alternativa era tra capitolazione totale e la battaglia all'interno della città, con conseguenti distruzioni e saccheggi.

Condizioni di resa: l'uscita dei volontari di Garibaldi

Stabilito che ormai Roma era indifendibile, occorreva valutare se esistessero alternative alla pura e semplice capitolazione. Mazzini, spalleggiato da Garibaldi, si disse sicuro che, tenuto conto delle forti perdite subite dall'Oudinot e del fatto che la resa non era scontata, si poteva trattare per ottenere dignitose condizioni. Si giunse a definire l'azione come "uscita dalla città" di tutti i combattenti che condividevano la decisione; obiettivo era quello di "portare l'insurrezione nelle province" di quella parte degli Stati pontifici non occupati dalle truppe francesi.

La mattina del 2 luglio Garibaldi tenne in piazza San Pietro il famosissimo discorso: "io esco da Roma: chi vuol continuare la guerra contro lo straniero, venga con me... non prometto paghe, non ozi molli. Acqua e pane quando se ne avrà". Diede appuntamento per le 18 in piazza San Giovanni, dove trovò circa 4 000 armati, ottocento cavalli e un cannone: alle 20 uscì dalla città seguito dalle truppe.

Ragioni francesi per permettere l'esodo dei volontari L'Oudinot aveva ottime ragioni per permettere tale esodo armato: anzitutto liberava la città da tutti gli ‘esagitati’, la cui reazione alla prossima occupazione militare era imprevedibile; esonerava la Francia da ogni incombenza sulla gestione dei prigionieri; le truppe di Garibaldi si sarebbero trasferite verso i territori appena rioccupati dagli Austriaci di Costantino d'Aspre, che restavano, dopotutto, dei nemici "ereditari" della Francia.

È perfino possibile immaginare che Luigi Bonaparte ed il suo sottoposto Oudinot, nella grande ipocrisia che caratterizzò l'intera loro azione in quei mesi, abbiano realmente sperato che il massacro dei volontari da parte dell'Aspre avrebbe fatto dimenticare le gravi colpe della Francia verso la causa nazionale italiana. Un calcolo che non deve apparire del tutto mal riuscito, se si considera il generale favore con cui nel 1859 venne accolta, faute de mieux, l'alleanza del Cavour con l'ormai imperatore Napoleone III.

La marcia da Roma ad Arezzo

Il passaggio in Umbria Uscito dalla città la sera del 2 luglio, Garibaldi si diresse verso sud-est, sulla Casilina, dicendo di recarsi a Valmontone per combattere gli spagnoli, a Zagarolo a nord, verso Tivoli, dove entrò la mattina, alle ore 7, del 3 dopo una silenziosa marcia durata tutta la notte. Nel frattempo il Oudinot incaricava il generale Molière e il pari grado Morris di inseguire la colonna garibaldina; il primo prese la direzione per Albano e Frascati, il secondo per Civita Castellana..

La prima azione di Garibaldi fu di organizzare le truppe, dividendo la fanteria in due legioni, composte a loro volta da tre coorti. La cavalleria contava circa 400 uomini ed era comandata dai maggiori Müller e Migliazzo (in seguito fu posta sotto gli ordini del colonnello Bueno). Un solo pezzo d'artiglieria completava il quadro delle forze del generale nizzardoGustav von Hoffstetter, Storia della repubblica di Roma del 1849, Torino, 1855, pp. 334-336.

Uscito da Tivoli al tramonto del 3 seguì per un tratto il corso dell'Aniene, facendo dapprima credere di voler andare verso gli Abruzzi, marciando in quella direzione ma, poi, giunto a San Polo dei Cavalieri si diresse verso Mentana e Monterotondo, in quest'ultima località la colonna principale si accampò alle 10 del 4 luglio, mentre la retroguardia restò a Mentana.. Monterotondo era la porta d'accesso al Lazio (Rieti era considerata parte dell'Umbria).

Giunse, con un largo giro, a Terni l'8 luglio. Qui raccolse altri due pezzi d'artiglieria e circa 900 volontari guidati dal colonnello Hugh Forbes, un inglese sposato con una nobile senese, che viaggiava assieme al figlio adolescente.

Il passaggio in Toscana Da Terni mosse verso nord, sulla strada di Perugia, ma si fermò a mezza strada, al Palazzaccio di Todi dove pernottarono, da li svoltò a sinistra, su Orvieto. Di lì, prese la vecchia strada per Chiusi e, ancora una volta, si fermò a mezza strada, a Città della Pieve, ai confini fra Stato della Chiesa e Granducato di Toscana. Il 17 luglio era a Cetona e di lì entrò in Val di Chiana. Prese a percorrerla sul lato occidentale, portandosi a Montepulciano, il 20 luglio, dove su sua richiesta ricevette dalla magistratura cittadina razioni per la truppa, foraggi per gli animali e un contributo di lire seimila (cfr Atti magistrali Comune di Montepulciano, deliberazione n°153. carte 131 verso 134 retto). Passò poi sul lato orientale e ricevette buona accoglienza a Castiglion Fiorentino, il 21 luglio.

L'arrivo ad Arezzo Dopo quasi tre settimane di marce forzate, la colonna si era ridotta a circa 2000 uomini, causa le molte diserzioni, del tutto normali, d'altronde, in un esercito volontario, così lontano dalla base di partenza ed in territorio ostile: oltre al Forbes, infatti, nessun gruppo di volontari si era unito alla marcia. La controprova definitiva venne la sera di domenica 22 luglio quando Garibaldi si presentò davanti ad Arezzo, che trovò chiusa e decisa a tentare una difesa.

La città era, in realtà, difesa da una guarnigione assai minuta, limitata com'era a 90 austriaci e 260 borghesi della guardia nazionale. Ma Garibaldi non aveva nessun'intenzione di assaltare una città: la sua era una spedizione di guerriglia ed intendeva sollevare le popolazioni, non certo combatterle. Si limitò, quindi, ad accamparsi sotto le mura, sulla collina di Santa Maria, ed a condurre, lunedì 23, un'oziosa trattativa con il Guadagnoli, rappresentante degli aretini.

La ritirata da Arezzo a San Marino Fallimento della ipotesi guerrigliera A questo punto le intenzioni di Garibaldi dovettero farsi un poco più chiare. Egli era uscito da Roma dichiarando di voler "portare l'insurrezione nelle province" dello Stato della Chiesa. Ma, a questo punto del tragitto, dovette apparirgli ormai chiara la velleitarietà della speranza di sollevare le popolazioni. Opposto a forze tanto imponenti, e di fronte all'evidente fallimento dell'ipotesi guerrigliera, Garibaldi passò ad un piano alternativo e stabilì di raggiungere un porto dell'Adriatico, per imbarcarsi e raggiungere Venezia assediata.

Decisa reazione austriaca Ciò non toglie che i suoi avversari l'avessero preso molto sul serio: la sua marcia in Toscana metteva direttamente in causa il tenente-feldmaresciallo d'Aspre, che si trovava comandante delle truppe di occupazione in Toscana e dell'esercito toscano, in via di riorganizzazione. L'anno precedente, nelle brughiere della allora provincia di Como, egli aveva imparato a temere il guerrigliero e, avvertito della marcia in corso, scriveva:

Non risparmiò, quindi, le forze, e dedicò alla caccia dei forse 2000 superstiti della colonna uscita da Roma, le attenzioni di un'intera armata, che, al completo, contava almeno 25000 fanti, 30 cannoni e 500 cavalli.

Sosta a Citerna Lo stesso 23 il generale venne avvisato dell'avvicinarsi di una colonna inviata dal d'Aspre da Firenze, comandata da un Poumgarten, e comandò un'immediata ripartenza, al tramonto.

Bivaccò la notte sulla piccola sella della Scopetone, sopra Arezzo. Di lì si mosse veloce, arrivando, già il 24 a Citerna dove passarono la notte. Qui venne informato che anche Città di Castello aveva chiuso le porte e, in soprannumero, una colonna di circa 1200 austriaci proveniente da Perugia aveva già raggiunto Umbertide (allora Fratta), circa 20 km più a sud. Il 25, con la colonna dei volontari sempre ferma a Citerna, giunse notizia di una seconda colonna di 2000 austriaci, in marcia da Arezzo. Il 26 questi occupano Monterchi, giusto di fronte a Citerna, e si registrò un piccolo scontro fra le avanguardie.

Dalla Toscana a San Marino