La giornata dell'Aspromonte fu una battaglia tra l'esercito regolare italiano ed i volontari garibaldini. Ebbe luogo venerdì 29 agosto 1862, quando l'esercito regio fermò il tentativo di Giuseppe Garibaldi e dei suoi volontari di completare una marcia dalla Sicilia verso Roma e scacciarne papa Pio IX.

Premesse: la questione romana

Quando Vittorio Emanuele II divenne re d'Italia il 17 marzo 1861, il nuovo Regno ancora non includeva né Venezia, né Roma. La situazione delle terre irredente (come si sarebbe detto alcuni decenni più tardi) costituiva una fonte di tensione costante per la politica interna italiana e la principale priorità della sua politica estera.

Roma, in particolare, era stata proclamata capitale del Regno d'Italia nella seduta del Parlamento del 27 marzo 1861, dopo un vibrante discorso del Cavour, morto poi il 6 giugno successivo. Tale obiettivo si scontrava con lo Stato Pontificio di papa Pio IX, convinto della necessità di conservare il potere temporale quale garanzia del libero esercizio dell'azione spirituale. La questione romana, in ogni caso, aveva spinto alle dimissioni il successore di Cavour, il toscano Ricasoli, che aveva lasciato il posto a Urbano Rattazzi il 3 marzo 1862.

Il nuovo presidente del Consiglio non aveva fama di essere particolarmente rispettoso nei confronti del Papa Re assoluto: infatti negli anni cinquanta, da ministro degli Interni del Regno di Sardegna, era stato tra coloro che avevano portato avanti la politica di soppressione delle corporazioni religiose. Non si sa, però, se sia stata sua la decisione di temporeggiare quando arrivò la notizia che Garibaldi, giunto in visita in Sicilia, aveva preso a radunare una schiera di volontari e muovere su Roma.

L'arrivo di Garibaldi in Sicilia

Il 27 giugno 1862 Garibaldi si era imbarcato a Caprera per la Sicilia. Non vi sono certezze circa gli scopi del viaggio. Tra le diverse ipotesi, è possibile identificare una logica interpretativa comune: ipotesi politica: gli osservatori erano concordi nel riconoscere l'ascendente magnetico che esercita Garibaldi in Palermo e sulle popolazione dell'isola... [ivi] il Governo del Re è sotto il veto ed il placet del GeneraleGuarnieri a Crispi, da Palermo, 1º luglio 1862.. Scopo della visita sarebbe stata, quindi, rilanciare l'iniziativa del cosiddetto partito 'democratico'Quello, per sintetizzare, degli ex-mazziniani, in parte repubblicani, all'opposizione rispetto alla maggioranza moderata al Parlamento Italiano, favorevoli alla continuazione di una politica rivoluzionaria rispetto alla questione di Venezia e Roma e, dunque, ostili alla alleanza con il Secondo Impero di Napoleone III., valorizzando il ruolo del suo leader incontrastato. ipotesi militare: riguardo alla forma di tale rilancio, a nessuno sfuggiva la naturale tendenza del geniale uomo d'arme di declinare la propria azione attraverso la mobilitazione militare dei moltissimi disposti ad arruolarsi al suo comando. Restava da saggiare la praticabilità di tale iniziativa e l'atteggiamento del governo. Alla prova, la prima si rivelò fortissima, il secondo incertissimo. L'obiettivo di tale azione militare era, però, incerto. Era, infatti, irragionevole mirare Roma partendo da così lontano. Altri sostennero che Garibaldi fosse giunto in vista di una spedizione di volontari in Grecia, allora scossa da una forte instabilità interna. La spedizione sarebbe stata delineata in intesa (indiretta) con il Sovrano, senza giungere ad alcuna maturazioneBezzi a Castiglioni, 13 luglio 1883.. ipotesi simbolica: l'unica circostanza certa era l'altissima simbolicità della presenza dei reduci della spedizione dei Mille, a soli due anni di distanza, sui luoghi del loro trionfo, in presenza della stessa popolazione, per giunta giubilante.

In definitiva sembra possibile affermare che il generale fosse sbarcato sull'isola per saggiare di persona la popolarità della politica democratica e di un'eventuale ripresa di iniziativa rivoluzionaria. Le accoglienze a Palermo ed a Marsala furono talmente entusiaste, da deciderlo a guidare una nuova spedizione, partendo proprio da Marsala, come due anni prima. L'obiettivo maturò, forse, per via: proprio nel corso di uno di questi festeggiamenti, pare a Marsala, dalla folla qualcuno gridò o Roma o morte. Garibaldi rimase colpito dall'immediatezza del messaggio e lo assunse a proprio motto.

Le autorità, senza ricevere specifici ordini, lasciarono che egli portasse tre colonne sino a Catania, raccogliendo volontari.

L'eventualità di ripetere la spedizione dei Mille Quando le notizie giunsero a Torino, Urbano Rattazzi e il Re dovettero valutare attentamente la opportunità di ripetere, appena due anni dopo, il successo ottenuto da Cavour con la spedizione dei Mille.

Si trattava, in effetti, di un disegno simile a quello del 1860: l'Italia era piena di volonterosi, vogliosi di mettersi sotto la guida di Garibaldi; l'armamento ed i quadri si sarebbero attinti dalle vecchie Camicie Rosse; i finanziamenti sarebbero giunti dal governo; il successo della spedizione avrebbe provato l'incapacità del Papato di garantire, in forme accettabili, l'ordine pubblico nei propri domini.

Vi erano, tuttavia, due differenze che, nel corso delle settimane, si sarebbero dimostrate insuperabili: mentre la caduta dei Borbone era apparsa come lo sviluppo di una sollevazione interna (la rivolta siciliana), la caduta del Papato sarebbe senz'altro apparsa come un'aggressione esterna: un'aggressione italiana. Il governo italiano, inoltre, non poteva godere dell'appoggio della Francia di Napoleone III la quale, anzi, si era eretta a potenza protettrice del Papato. Pio IX, d'altra parte, non aveva commesso l'errore dei Borbone di appoggiarsi all'Austria, anzi faceva totale affidamento, sin dal 1849, sulle armi francesi.

Il nuovo Regno, infine, era duramente impegnato nella repressione del brigantaggio postunitario che, in quella prima fase, aveva assunto le forme di una guerriglia capillare e diffusa un po' su tutte le antiche province continentali delle Due Sicilie: sarebbe dunque stato difficile riprendere la politica di espansione territoriale prima di aver messo sotto controllo l'ordine pubblico nel Mezzogiorno.

La crescente ostilità del governo italiano La risposta del governo di Torino fu, alla prova dei fatti, assai ferma e relativamente tempestiva. Il prefetto di Palermo, Pallavicino venne destituito per aver assistito, senza reagire, all'infuocato discorso tenuto da Garibaldi il 15 luglio, quando aveva attaccato Napoleone III (il principale alleato del Regno d'Italia) e invocato la liberazione di Roma.

Il 3 agosto il Re pubblicò un proclama in cui sconfessava "giovani … dimentichi … della gratitudine verso i nostri migliori alleati" e ne condannava le "colpevoli impazienze". Negli stessi giorni Rattazzi proclamava in tutta la Sicilia lo stato d'assedio.

Giorgio Pallavicino venne sostituito il 12 agosto dal generale Cugia e poi, il 21 agosto, da Cialdini, mentre il 15 agosto il Mezzogiorno continentale veniva affidato a La Marmora e messo sotto stato d'assedio: Cialdini e La Marmora erano i due più importanti militari italiani, e il loro incarico è un chiaro indice dell'importanza che il governo attribuiva a quegli avvenimenti.

Una squadra navale (affidata ad Albini) fu incaricata di impedire il passaggio di Garibaldi in Calabria. Le truppe dislocate in Calabria, numerose in quanto impegnate nella lotta al brigantaggio, vennero allertate (e proprio ad esse appartenevano i bersaglieri che avrebbero dato il maggior contributo a bloccare la marcia di Garibaldi).

Il regno d'Italia pareva mettere in campo tutta la propria possibile credibilità patriottica: il colonnello Emilio Pallavicini, che avrebbe fermato Garibaldi di lì ad un mese in Aspromonte, era medaglia d'oro per l'assedio di Civitella del Tronto (l'ultima fortezza presa ai Borbone il 20 marzo 1861), veterano di Crimea e della liberazione di Perugia, ferito a San Martino; Luigi Ferrari, l'ufficiale che sarebbe stato ferito dai garibaldini negli scontri, era veterano della prima e della seconda guerra di indipendenza nonché dell'Assedio di Gaeta, medaglia d'argento a San Martino e alla liberazione di Ancona. Ma come fermare Garibaldi, un uomo che tanto aveva fatto per la Nazione e che godeva dell'illimitata stima dell'opinione pubblica italiana e liberale nel mondo?

Lo sbarco in Calabria A Catania Garibaldi prendeva possesso dei piroscafi Abbattucci e Dispaccio, “capitati nel porto di Catania”, e prendeva il mare nella notte. Dopo una breve navigazione notturna, alle quattro del mattino del 25 agosto 1862, sbarcava alla testa di tremila uomini in Calabria, tra Melito e Capo dell'Armi, nei pressi di S. Elia di Montebello Jonico.

Una squadra della Regia Marina era di vedetta. Non si sa cosa accadde all'uscita dal porto: i capitani sostennero di non aver avvistato le navi in uscita, ma Garibaldi, nelle Memorie, afferma il contrario. Sicuramente, appena i volontari presero terra ed imboccarono la strada del litorale verso Reggio Calabria, essi vennero bombardati da , mentre le avanguardie furono prese a fucilate da truppe uscite da Reggio, tanto da spingere Garibaldi a deviare per il massiccio dell'Aspromonte. In ogni caso la posizione di sbarco venne segnalata e la colonna intercettata. Dunque, o i capitani di vedetta a Catania non se la sentirono di eseguire ordini che il capitano della corazzata, al contrario, seguì alla lettera, ovvero si preferì evitare uno scontro in mare che avrebbe comportato assai più vittime garibaldine di uno scontro sulla terraferma.

In ogni caso Garibaldi non voleva uno scontro: diede ordine di non rispondere al fuoco e proseguì per la montagna, lontano dai cannoni della Marina Regia e cercando di evitare di essere agganciato. La sera del 28 agosto 1862 la colonna raggiunse una posizione ben difendibile, a pochi chilometri da Gambarie, nel territorio di Sant'Eufemia d'Aspromonte. La colonna aveva marciato per tre giorni, e si sfamò saccheggiando un campo di patate. Nel frattempo si era ridotta a circa uomini, a causa delle diserzioni e degli arresti. Verso mezzogiorno del 29 agosto Garibaldi fu informato dell'arrivo di una grande colonna del Regio Esercito, ma decise di rimanere ad aspettare la truppa. Una decisione che, nelle Memorie, si rimproverò. Era altresì difficile continuare una fuga infinita che si prospettava lunga e senza risultati.

Schierò, comunque, la colonna in ordine di battaglia, sull'orlo di un bosco, in posizione dominante: la sinistra su un monte, Menotti al centro, Corrao a destra.

Lo scontro a fuoco

I regolari presero contatto con i volontari alle quattro di pomeriggio del 29 agosto. Erano ben uomini. Ben disposti, i volontari osservavano la veloce marcia d'avvicinamento dei Bersaglieri, guidati da Pallavicini. Giunti a lungo tiro di fucile, Pallavicini dispose la truppa a catena, i bersaglieri davanti, ed avanzò risolutamente sui volontari “a fuoco avanzando”. A quel punto il Generale corse di fronte alla propria linea e prese ad urlare di cessare il fuoco: “No, fermi. Non fate fuoco. Sono nostri fratelli”. Fu ubbidito dal grosso dei volontari, sinché il centro del Menotti prese a rispondere, anzi caricò i bersaglieri e li respinse. Garibaldi sostenne che si trattava di “poca gioventù bollente” che reagì per la insostenibile tensione. Sicuramente avevano contravvenuto ad un suo ordine esplicito.