LAustria-Ungheria, ufficialmente monarchia austro-ungarica (, ), nota anche come Duplice Monarchia, fu una monarchia costituzionale duale dell'Europa centrale, esistita dal 1867 al 1918. Nacque dal compromesso austro-ungarico del 1867, che riorganizzò la monarchia asburgica dopo la crisi dell'Impero austriaco e riconobbe al Regno d'Ungheria una condizione di sostanziale parità con i territori rimasti sotto il governo di Vienna.

La monarchia era costituita da due parti dotate di propri governi, parlamenti e ordinamenti: i «regni e le terre rappresentati nel Consiglio imperiale», convenzionalmente detti Cisleitania o Austria, e le Terre della Corona di Santo Stefano, comprendenti il Regno d'Ungheria e il Regno di Croazia e Slavonia, convenzionalmente dette Transleitania. Le due metà erano unite dalla persona del sovrano, contemporaneamente imperatore d'Austria e re apostolico d'Ungheria, e dalla gestione comune della politica estera, delle forze armate e delle finanze necessarie al loro mantenimento. Non esistevano quindi né un unico governo interno né un parlamento comune: per gli affari condivisi operavano tre ministeri comuni — Esteri, Guerra e Finanze comuni — sottoposti al controllo di delegazioni nominate separatamente dai parlamenti di Vienna e Budapest.

Dopo l'occupazione della Bosnia ed Erzegovina nel 1878, il territorio bosniaco fu amministrato congiuntamente dalle due metà della monarchia attraverso il ministero comune delle Finanze; nel 1908 fu formalmente annesso, assumendo una posizione distinta sia dalla Cisleitania sia dalla Transleitania.

Il carattere dualistico dello Stato si rifletteva anche nella sua terminologia ufficiale. L'espressione «Impero austro-ungarico», sebbene largamente diffusa nella storiografia e nell'uso comune, non corrispondeva alla denominazione costituzionale della compagine, poiché l'uso del termine «impero» avrebbe suggerito un'unità statale che la classe dirigente ungherese non riconosceva. Le denominazioni maggiormente impiegate erano pertanto «monarchia austro-ungarica» e «Austria-Ungheria». La denominazione amministrativa complessiva era «I regni e le terre rappresentati nel Consiglio imperiale e le terre della Corona ungherese di Santo Stefano».

Vienna rimase la sede della corte imperiale e delle principali istituzioni comuni, mentre Budapest costituiva la capitale della metà ungherese. La monarchia non possedeva neppure una lingua ufficiale unica: il tedesco rivestiva un ruolo predominante nell'amministrazione della Cisleitania e nelle strutture comuni, mentre l'ungherese era la principale lingua dello Stato nella Transleitania; nei diversi territori erano inoltre riconosciute o utilizzate, con status differenti, il ceco, il polacco, il ruteno, il romeno, il croato, il serbo, lo sloveno, lo slovacco e l'italiano.

Con una superficie di circa km², l'Austria-Ungheria era uno degli Stati più estesi d'Europa. Il censimento del 1910 registrò complessivamente abitanti, dei quali circa 28,6 milioni nella Cisleitania, 20,9 milioni nelle terre della Corona ungherese e 1,9 milioni in Bosnia ed Erzegovina. La popolazione era caratterizzata da una forte pluralità linguistica, nazionale e religiosa: nessun gruppo etnolinguistico costituiva la maggioranza assoluta dell'intera monarchia.

A partire dagli ultimi decenni del XIX secolo la Duplice Monarchia conobbe una rilevante crescita economica e industriale, particolarmente intensa in Bassa Austria, Boemia, Moravia, Slesia austriaca e nell'area di Budapest, accompagnata dall'espansione delle reti ferroviarie, del sistema bancario e del commercio interno. Lo sviluppo rimase tuttavia territorialmente disomogeneo, con regioni fortemente industrializzate accanto ad aree ancora prevalentemente agricole.

La struttura multinazionale della monarchia costituì al tempo stesso uno dei suoi elementi caratterizzanti e una delle principali questioni della sua vita politica. Le rivendicazioni nazionali di cechi, slovacchi, polacchi, ruteni, romeni, croati, serbi, sloveni e italiani si intrecciarono con il predominio politico esercitato dalle élite austro-tedesche nella Cisleitania e da quelle magiare nel Regno d'Ungheria. La questione delle nazionalità, tuttavia, assunse forme differenti nelle due metà dello Stato e non impedì alla monarchia di sviluppare istituzioni parlamentari, partiti di massa e articolate forme di autonomia provinciale e locale.

Nel 1914 l'assassinio dell'arciduca Francesco Ferdinando e della moglie Sophie Chotek a Sarajevo, compiuto il 28 giugno dal nazionalista serbo-bosniaco Gavrilo Princip, innescò la crisi di luglio. La dirigenza austro-ungarica decise di utilizzare l'attentato per affrontare militarmente il conflitto con il Regno di Serbia e, dopo aver ottenuto il sostegno tedesco, inviò a Belgrado un duro ultimatum; il 28 luglio dichiarò guerra alla Serbia. La successiva concatenazione delle mobilitazioni e delle dichiarazioni di guerra delle grandi potenze trasformò la crisi austro-serba nella prima guerra mondiale. Il ruolo di Vienna nella crisi di luglio è considerato centrale dalla storiografia, ma l'attribuzione delle responsabilità per lo scoppio della guerra rimane oggetto di un articolato dibattito storiografico che coinvolge anche le decisioni della Germania, della Russia, della Serbia e delle altre potenze europee.

Sconfitta nella prima guerra mondiale e attraversata nell'autunno del 1918 dal rapido affermarsi dei movimenti nazionali, l'Austria-Ungheria si dissolse nelle ultime settimane del conflitto. Tra ottobre e novembre nacquero o si consolidarono i nuovi Stati cecoslovacco e sudslavo, mentre altri territori dichiararono la propria separazione dalla monarchia. Il 31 ottobre il governo ungherese denunciò il compromesso del 1867, facendo venir meno la struttura dualistica dello Stato. L'11 novembre Carlo I rinunciò a ogni partecipazione agli affari dello Stato nella parte austriaca, senza tuttavia abdicare formalmente; il giorno seguente fu proclamata la Repubblica dell'Austria tedesca. Il 13 novembre il sovrano sottoscrisse un'analoga dichiarazione per l'Ungheria.

Storia Il compromesso austro-ungarico del 1867

La nascita dell'Austria-Ungheria fu il risultato della crisi politica attraversata dall'Impero austriaco nella seconda metà del XIX secolo. Dopo la repressione della rivoluzione ungherese del 1848-1849, il governo di Francesco Giuseppe aveva inizialmente tentato di rafforzare la struttura centralizzata dell'impero; le sconfitte subite nella seconda guerra d'indipendenza italiana del 1859 e, soprattutto, nella guerra austro-prussiana del 1866 resero tuttavia sempre più difficile mantenere immutato l'ordinamento della monarchia.

La sconfitta contro la Prussia, culminata nella battaglia di Sadowa del 3 luglio 1866, determinò l'esclusione dell'Austria dagli affari politici tedeschi e accelerò le trattative tra la corte di Vienna e la classe dirigente ungherese. Tra i protagonisti dei negoziati vi furono il politico ungherese Ferenc Deák, il ministro degli Esteri austriaco Friedrich Ferdinand von Beust e Gyula Andrássy.

Nel 1867 fu così raggiunto lAusgleich («compromesso»), che trasformò l'assetto della monarchia asburgica. Il Regno d'Ungheria recuperò larga parte della propria autonomia costituzionale e fu posto su un piano di sostanziale parità con i territori governati da Vienna. La monarchia venne pertanto articolata in due grandi entità: i regni e le terre rappresentati nel Consiglio imperiale, convenzionalmente definiti Cisleitania, e le Terre della Corona di Santo Stefano, dette Transleitania.

Le due metà possedevano parlamenti, governi e amministrazioni separati. Erano unite dalla persona di Francesco Giuseppe, contemporaneamente imperatore d'Austria e re apostolico d'Ungheria, e dalla gestione comune della politica estera, delle forze armate e delle finanze destinate agli affari comuni. Le questioni economiche e commerciali comuni erano invece regolate attraverso accordi periodicamente rinnovati tra i due governi.

Politica estera e sistema delle alleanze La sconfitta del 1866 e la contemporanea perdita del Veneto segnarono il definitivo ridimensionamento delle aspirazioni asburgiche nell'area tedesca e italiana. Nei decenni successivi la politica estera austro-ungarica rivolse quindi un'attenzione crescente all'Europa sud-orientale e alla penisola balcanica, dove gli interessi della monarchia entrarono progressivamente in contrasto con quelli dell'Impero russo e con l'espansione dei movimenti nazionali slavi.

Al Congresso di Berlino del 1878 l'Austria-Ungheria ottenne il diritto di occupare e amministrare la Bosnia ed Erzegovina, che rimase formalmente sotto la sovranità dell'Impero ottomano. L'occupazione rafforzò la presenza asburgica nei Balcani, ma accrebbe anche le tensioni con la Serbia e con la Russia.

Nel 1879 Austria-Ungheria e Impero tedesco conclusero la Duplice alleanza, un accordo difensivo diretto principalmente contro un eventuale attacco russo. Nel 1882 l'adesione del Regno d'Italia trasformò l'accordo nella Triplice alleanza. Il trattato, periodicamente rinnovato fino alla prima guerra mondiale, rappresentò uno dei cardini della politica internazionale austro-ungarica, nonostante i persistenti contrasti con l'Italia per le terre di lingua italiana soggette agli Asburgo e per le rispettive ambizioni nei Balcani.

Nello stesso periodo Vienna cercò di mantenere rapporti privilegiati con alcuni Stati dell'Europa sud-orientale. Nel 1881 fu conclusa un'intesa segreta con il Regno di Serbia, allora governato dalla dinastia degli Obrenović, mentre nel 1883 fu stipulato un accordo difensivo segreto con il Regno di Romania. Il rapporto con la Serbia mutò però radicalmente dopo il colpo di Stato del 1903, che portò alla caduta degli Obrenović e all'ascesa dei Karađorđević. Il nuovo governo serbo adottò una politica estera maggiormente orientata verso la Russia e la Francia, riducendo la precedente dipendenza politica ed economica da Vienna.

La crescente rivalità austro-serba ebbe anche una dimensione economica. Nel 1906 l'Austria-Ungheria impose restrizioni all'importazione di bestiame e prodotti agricoli serbi, dando origine alla cosiddetta guerra dei maiali. Il tentativo di esercitare pressione economica su Belgrado ebbe tuttavia l'effetto di favorire la diversificazione dei commerci serbi e di accentuare il progressivo allontanamento della Serbia dalla sfera d'influenza asburgica.

Annessione della Bosnia ed Erzegovina e crisi balcaniche Nel 1906 la direzione della politica estera austro-ungarica passò ad Alois Lexa von Aehrenthal, il quale perseguì una politica più attiva nei Balcani. La questione centrale rimaneva la posizione della Bosnia ed Erzegovina, occupata dal 1878 ma ancora formalmente appartenente all'Impero ottomano.

Nel settembre 1908 Aehrenthal incontrò a Buchlau il ministro degli Esteri russo Aleksandr Petrovič Izvol'skij. Durante i colloqui i due discussero, tra le altre questioni, della possibile annessione austro-ungarica della Bosnia ed Erzegovina e delle aspirazioni russe a ottenere condizioni più favorevoli per il transito attraverso gli Stretti turchi. La natura e la portata dell'intesa raggiunta rimasero successivamente oggetto di controversia tra le due diplomazie.

Il 5 ottobre 1908 Francesco Giuseppe firmò l'atto di annessione e il giorno successivo la decisione fu resa pubblica. La proclamazione provocò la crisi bosniaca, coinvolgendo in particolare l'Impero ottomano, la Serbia e la Russia. Belgrado considerò l'annessione un grave ostacolo alle proprie aspirazioni nazionali, mentre la Russia contestò le modalità con le quali Vienna aveva proceduto unilateralmente.