La storia dell'Africa è la storia e preistoria del continente dalle origini dell'uomo fino ai giorni nostri. Secondo il modello paleoantropologico dominante, è infatti in questo continente che apparve lHomo sapiens. Dall'Africa si sono altresì originate e da lì sono poi migrate, in epoche preistoriche e protostoriche, le prime culture umane, come la cultura litica olduvaiana, aree di pertinenza di paleontologia e archeologia.
La storiografia basata sui ritrovamenti archeologici con documentazione scritta di varie culture, ci è nota a partire dalla nascita e lo sviluppo della civiltà egizia, del regno nubiano, di altri regni e società e della loro interazione.
Dal VII secolo d.C., l'Africa ha ricevuto una forte influenza islamica, sia sulle coste orientali, sia in Egitto, nelle regioni del Maghreb e del Sahel. La tratta degli schiavi, avviata dagli Arabi sin dal X secolo e proseguita con maggiore intensità verso la tratta atlantica gestita dagli Europei dal XVI secolo in poi, ha interessato tutto il continente fino al XIX secolo e preceduto il colonialismo. Occorre però dire che nella zona di influenza islamica la schiavitù è rimasta una realtà viva sino ad oggi. La stagione delle indipendenze è iniziata nel 1951, quando la Libia è formalmente diventata una nazione libera.
La storiografia che interessa l'Africa è stata a lungo appannaggio del pensiero culturale europeo. Dopo la pubblicazione, nell'ultimo quarto del XX secolo, della Cambridge History of Africa e della UNESCO General history of Africa (quest'ultima con la partecipazione di tutti i più importanti storici africani), si è giunti ad un nuovo approccio che tiene conto di documentazione prima non presa in considerazione.
Fonti e tradizione orale La civiltà africana è stata definita la "civiltà della parola": proprio questa scarsità di fonti stabili per la storiografia (di fonti in generale, di fonti scritte in particolare, tanto più se si considerano le fonti elaborate dagli africani stessi) determinano una grande difficoltà a ricostruire la storia di questo continente.Calchi Novati e Valsecchi, Africa: la storia ritrovata, 2010, cit., p. 11.
Le fonti scritte coprono un periodo di tempo molto limitato (all'incirca gli ultimi 4000 anni) e si riferiscono solo ad alcune zone specifiche del continente. La scrittura si è infatti diffusa in Africa - con l'eccezione eccellente dell'Egitto in cui risale al IV millennio a.C. - a partire dal I millennio a.C. e quasi esclusivamente nei territori interessati dallo sviluppo di società di tipo statale: Nubia, Etiopia, costa dell'Africa orientale, Africa occidentale e tra le popolazioni berbere del Sahara.
È solo con gli Arabi, nell'VIII secolo, che la scrittura fa la sua comparsa nell'Africa subsahariana. Di fatto, sono esistiti nell'Africa occidentale sistemi indigeni di scrittura, ma non hanno avuto una tale diffusione da essere considerati vera e propria scrittura. Le tradizioni di scrittura del Corno d'Africa e della valle del Nilo sono antichissime. Tra il V ed il VI secolo viene tradotta in lingua ge'ez la Bibbia. Il ge'ez è una lingua semitica, per lungo tempo lingua franca del Regno di Axum: in geez è stato redatto il Kebra Nagast (IV-VI secolo).Calchi Novati e Valsecchi, Africa: la storia ritrovata, 2010, cit., p. 12.
Le fonti in arabo, sorte dopo l'espansione dei secoli VIII e IX, menzionano aspetti della vita africana, la geografia, la politica, il commercio. Del X secolo sono gli scritti di al-Masʿūdī, dell'XI quelli di al-Bakrī, del XII quelli di al-Idrīsī. Sono invece del XIV secolo gli scritti di Ibn Khaldūn e di Ibn Baṭṭūṭa, che passò da Gao nel 1358. Gli Arabi chiamavano bilād al-Sūdān ("Paese dei neri") la regione tropicale a sud del Sahara: fu qui che, tra il X ed il XVI secolo, sorsero i regni Tekrur, Wagadou (o Impero del Ghana), Manden (o Impero del Mali) e Songhai, dediti in particolare al commercio di oro e cola. Alcune cronache arabe, composte nel XVI o nel XVII secolo, si riferiscono a questa zona, come ad esempio il Taʾrīkh al-Sūdān ("Storia del paese dei neri") di Abd al-Rahman al-Saʿadi ed il Taʾrīkh al-fattāsh ("Storia della conquista") di Mahmud Kati.Calchi Novati e Valsecchi, Africa: la storia ritrovata, 2010, cit., pp. 12-13.
Altra fonte importante è il geografo arabo al-Hasan ibn Muhammad al-Wazzan (papa Leone X lo ribattezzerà "Leone l'Africano"): nel 1550 fu pubblicata una sua Descrizione dell'Africa e delle cose notabili che ivi sono.Calchi Novati e Valsecchi, Africa: la storia ritrovata, 2010, cit., p. 13.
Nei secoli XVII e XVIII si hanno notizie dell'Africa dai missionari cappuccini, installati in particolare nel Congo.Calchi Novati e Valsecchi, Africa: la storia ritrovata, 2010, cit., p. 14.
Per le regioni interne del continente non esistono fonti documentarie anteriori al XIX secolo. Il XIX secolo vede un aumento delle fonti europee e ottomane. Ancora a questo punto, la scrittura non è diffusa in Africa che in una ristrettissima élite. Inoltre, le fonti, incluse quelle indigene, continuano a riguardare quasi esclusivamente le zone costiere.
Alla netta prevalenza delle fonti orali, per una ricostruzione della storia d'Africa, si aggiungono altre difficoltà, tra cui la deperibilità dei reperti archeologici, l'assenza di religioni "del Libro", e quindi di tradizioni scritturali, prima dell'Ottocento, l'assenza di rogiti o catasti, a fronte dell'inesistenza di una proprietà fondiaria privata. Al carattere di "leggerezza" degli organismi statali che costellano la storia africana, per cui il potere "non esaurisce tutti gli aspetti della sovranità e [...] non ha la pretesa di dirimere tutti i casi della vita sociale", corrisponde una scarsa necessità di ostentazione e l'utilizzo di capitali itineranti, sistema attraverso cui i regnanti potevano spostare l'attenzione da una parte all'altra del paese.
La tradizionale prospettiva eurocentrica sulla storia dell'Africa, impostasi nei secoli XIX e XX, è "venata di razzismo" e colloca "tutte le manifestazioni della vita associata in Africa [...] a un ordine inferiore". Una prima solida formulazione di questa prospettiva può essere attribuita all'influente antropologo britannico Charles Gabriel Seligman (1873-1940), che riprese la cosiddetta "ipotesi camitica", secondo la quale i contributi più rimarchevoli del continente africano alla storia umana sono in realtà da attribuire a "popolazioni non africane o, se africane, non nere".Calchi Novati e Valsecchi, Africa: la storia ritrovata, 2010, cit., pp. 14-15.
L'immagine dell'Africa
L'immagine dell'Africa per lungo tempo non è stata il prodotto autonomo delle popolazioni africane: a pesare sull'immagine del continente è stata "l'esperienza del rapporto diseguale" con l'Europa e con la civiltà occidentale, che ha collocato l'Africa in una posizione periferica.Calchi Novati e Valsecchi, Africa: la storia ritrovata, 2010, cit., p. 16. La toponomastica africana origina spesso da un apporto esterno: "Africa" è il nome usato dai Romani per indicare la costa fra le attuali Tunisia e Algeria, dove essi avevano costituito la provincia d'Africa "Etiopia" è il nome che gli antichi Greci usavano per indicare la terra dei popoli di pelle scura ("faccia bruciata") "Sudan" è il nome usato dagli Arabi per indicare l'Africa subsahariana (bilād al-Sūdān, "paese dei neri") "Guinea" è il nome usato dai Berberi (con significato analogo a "Sudan") Anche successivamente, le informazioni intorno al continente africano sono state strutturate su impianti concepiti da altri popoli e, a partire dall'epoca del colonialismo, da amministratori e missionari europei, informati ad un concetto di evoluzione centrato sulla cultura e la tecnologia europea. L'immagine dell'Africa è stata dunque prodotta al suo esterno, non solo, però, a beneficio degli altri popoli: il continente (e gli stessi popoli africani) "ha dovuto accettarsi così come lo hanno descritto gli altri".Calchi Novati e Valsecchi, Africa: la storia ritrovata, 2010, cit., p. 17.
Nelle cartografie del I secolo d.C. l'Africa veniva divisa in tre parti: Egitto, Libia ed Etiopia (il nome "Libia" venne utilizzato anche per indicare l'intera Africa e così anche "Etiopia", ma in particolare per l'Africa subsahariana). Il nome "Etiopia" è menzionato nei Salmi:
Ethiopia Unbound ("Etiopia liberata") è invece il titolo del primo pamphlet per la liberazione dei popoli africani colonizzati, opera di John Casely-Hayford del 1911. Ma l'utilizzo del termine "Etiopia" per indicare l'intero continente africano era già in declino a partire dal XV secolo, con le esplorazioni portate avanti dagli Europei e l'adozione del nome "Nigritia", dal latino nigerDa notare che il fiume Niger aveva un nome originario in parte sovrapponibile (per rassomiglianza fonica) al latino niger: la versione moderna è frutto di un adattamento influenzato, appunto, dal termine latino (cfr. Calchi Novati e Valsecchi, Africa: la storia ritrovata, 2010, cit., p. 18). ("nero").Calchi Novati e Valsecchi, Africa: la storia ritrovata, 2010, cit., pp. 17-18.
L'esperienza del colonialismo europeo ha deprivato l'Africa della continuità di una coscienza della propria storicità. Discipline come l'antropologia, sorte proprio nel contesto storico del colonialismo, hanno descritto le strutture sociali africane destoricizzandole e trattandole come "sistemi chiusi".Calchi Novati e Valsecchi, Africa: la storia ritrovata, 2010, cit., p. 23. Il panafricanismo e poi il nazionalismo delle "piccole patrie" non hanno voluto riallacciare questo filo interrotto, preferendo concentrarsi "fra il presente rappresentato dalla geopolitica del colonialismo e un futuro caricato dall'attesa di un'improbabile palingenesi".
Una prospettiva teorica che rendesse possibile studiare e scrivere la storia di culture non occidentali "prima della presenza degli occidentali, o prescindendo da essa" fu offerta dalla École des Annales.Calchi Novati e Valsecchi, Africa: la storia ritrovata, 2010, cit., p. 24. In precedenza, l'Africa era intesa tradizionalmente come un "continente senza storia", secondo quanto opinato da Georg Hegel:
Influente, sempre nel solco hegeliano, anche il giudizio di Hugh Trevor-Roper il quale, intendendo per "Storia" un "movimento propositivo [...] per uscire dalla barbarie", affermava che "forse nel futuro ci sarà una qualche storia africana [...] ma al presente non ce n'è nessuna, c'è solo la storia degli europei in Africa".Citato in Calchi Novati e Valsecchi, Africa: la storia ritrovata, 2010, cit., p. 29; cfr. anche P.F. de Moraes Farias, John Donnelly Fage , p. 2.
Due momenti importanti della produzione storiografica sul continente africano sono state le opere The Cambridge History of AfricaScheda dell'opera dal sito Cambridge Histories Online della Cambridge University Press. (1975-1986), otto volumi in lingua inglese, curata da John Donnelly Fage e Roland Oliver ("un po' il monumento a sé stessa della storiografia europea sull'Africa nella sua variante postcoloniale e tendenzialmente liberale"Calchi Novati e Valsecchi, Africa: la storia ritrovata, 2010, cit., p. 26.) e la successiva UNESCO General history of Africa, curata da Joseph Ki-Zerbo e Jacob Festus Ade Ajayi, in otto volumi, presentata nel 1979 e completata nel 1999Scheda dell'opera dal sito dell'UNESCO. (edizioni in inglese, francese e arabo). L'opera sostenuta dall'UNESCO, pur non contenendo differenze così nette rispetto alla "occidentale" versione Cambridge, era il frutto delle pressioni di diversi africani, che reclamavano "una 'loro' storia". Va comunque considerato che tra gli illustri storici africani invitati a far parte del gruppo di 230 cattedratici coinvolti nell'opera dell'UNESCO la gran parte si era formata negli ambiti accademici occidentali, ad esempio perché docenti in università occidentali o ricercatori per conto di istituti internazionali.
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