Il problema della demarcazione è un concetto proprio della filosofia della scienza, nonché un principio cardine dell'epistemologia, che si propone di definire i limiti della scienza, sorto dalla difficoltà di distinguere la scienza dalle pseudoscienze e dai quesiti metafisici della filosofia e della religione.

Si tratta del problema di trovare i criteri per definire i confini tra ciò che è scienza e ciò che non lo è delineando questi confini. Tale quesito non si propone di distinguere tra ciò che è "vero" e ciò che è "falso" ma solo di trovare un criterio per stabilire i confini tra conoscenza scientifica e resto delle conoscenze e delle teorie. Nonostante il dibattito secolare su questo argomento, non si è riusciti a trovare una soluzione univocamente accettata da scienziati ed epistemologi.

L'importanza del problema Trovare una soluzione al problema della demarcazione ha importanza non solo nell'ambito della ricerca filosofica, e quindi in una dimensione strettamente teorica, ma anche in campi più propriamente pratici e quotidiani.

Distinguere tra ciò che è scienza e ciò che non lo è ha una grande rilevanza da un punto di vista economico: esistono, infatti, degli incentivi per facilitare lo sviluppo della ricerca scientifica.Si veda a titolo di esempio la deliberazione n. 44/6 del 20/09/2005 "Criteri e modalità per la concessione e la rendicontazione di contributi in favore di progetti di ricerca scientifica e di riviste culturali aventi prevalentemente riferimento alla realtà sarda" della Regione Sardegna (il cui testo è disponibile qui). O, più in generale: la legge n.449 del 27 dicembre 1997 "Misure per la stabilizzazione della finanza pubblica", in particolare l'art. 5 "Incentivi per la ricerca scientifica" (testo della legge) ed il relativo decreto del ministero delle finanze n. 275 del 22 luglio 1998 "Regolamento recante disciplina delle modalità di concessione degli incentivi per la ricerca scientifica, ai sensi dell'art. 5 della legge 27 dicembre 1997, n. 449." (testo del decreto); la legge n.196 del 24 giugno 1997 "Norme in materia di promozione dell'occupazione", in particolare l'art. 14 "Occupazione nel settore della ricerca" (testo della legge) ed il relativo decreto di attuazione del ministero dell'università e della ricerca scientifica e tecnologica, emesso il 5 agosto 1999 Disposizioni attuative dell'art. 14 della legge 24 giugno 1997, n. 196, recante norme in materia di promozione dell'occupazione (testo del decreto) Tuttavia esiste il rischio di utilizzare questi fondi in ambiti non scientifici, rallentando di fatto il progresso della scienza. Trovare un criterio univoco e universalmente accettato di distinzione tra la scienza e la cosiddetta pseudoscienza e, in generale, la non scienza è un ottimo modo per avere un oculato utilizzo delle risorse economiche, rappresentando quindi un notevole sprone per lo sviluppo delle scienze.

Il rapporto con lo sviluppo delle scienze, tuttavia, è anche più diretto: scoprire cosa distingue una teoria scientifica dagli altri tipi di conoscenze permette di dare agli scienziati un buon criterio per sviluppare le teorie esistenti, senza correre il rischio che una ricerca scientifica sfoci nella pseudoscienza. È necessario, infatti, avere un criterio certo ed univoco per non rischiare di sconfinare oltre i limiti della scienza.

Infine, tenendo conto che buona parte delle decisioni della magistratura si fondano sulle conoscenze scientifiche, trovare un chiaro criterio di demarcazione con le conoscenze non scientifiche evita possibili intrusioni di queste ultime nelle indagini degli organi giudiziari. A questo proposito è bene ricordare la presenza, tra le forze dell'ordine italiane, di una sezione della polizia di Stato chiamata Polizia Scientifica e di un reparto dell'arma dei Carabinieri detto Reparto Investigazioni Scientifiche (RIS), le cui indagini si basano esclusivamente sull'interpretazione delle prove raccolte alla luce delle scoperte della scienza. Trovare una soluzione al problema della demarcazione, quindi, ha anche una notevole importanza in fase di indagine giudiziaria.

Storia Le origini Il primo esempio nella storia di un problema di demarcazione si ha nella Grecia antica, quando ci si pose il problema di distinguere la vera conoscenza (in greco , epistème) dall'opinione (, dòxa).

Tuttavia il primo pensatore che si pose in modo sistematico il problema di distinguere tra ciò che l'uomo può conoscere da ciò che è semplice supposizione o fede fu il filosofo Immanuel Kant, che con il suo approccio critico (da cui il termine "criticismo" con cui è definita la sua filosofia) cercò di distinguere il campo scientifico da quello metafisico. Egli, dunque, può essere definito come precursore di questo problema.

Il rapporto tra scienza e fede

Il rapporto tra scienza e religione nel corso della storia si è modificato notevolmente.

Nel corso del Medioevo, ad esempio, le verità scientifiche erano determinate sulla base delle esperienze allora possibili e di un uso libero e fiducioso della ragione (fiducia basata sulla lettura delle Sacre Scritture e sulle convinzioni teologiche che ne derivavano), che portava anche a criticare i testi di Aristotele, considerandone superati diversi aspetti, come ad esempio il fatto che egli non conoscesse la precessione degli equinozi.

Questa situazione iniziò a cambiare nel XVI secolo. Nel 1543, infatti, fu pubblicata un'opera fondamentale dal punto di vista della moderna scienza: il De revolutionibus orbium coelestium di Niccolò Copernico, in cui veniva ipotizzato l'eliocentrismo. Nel 1616 il Sant'Uffizio condannò tali teorie e mise all'indice l'opera di Copernico. Uno tra i personaggi più famosi a pagarne le conseguenze fu Galileo Galilei che, in seguito ad una serie di problemi con la Chiesa, fu infine costretto all'abiura delle sue idee in materia di astronomia, che consistevano in una difesa del sistema copernicano.

La teoria dell'eliocentrismo, infatti, cozzava secondo la Chiesa del tempo con le verità espresse nella Bibbia. In particolare si faceva riferimento al fatto che in un passo della Bibbia è detto "Si fermò il sole e la luna rimase immobile finché il popolo non si vendicò dei nemici" (Giosuè 10, 13).http://www.laparola.net/testo.php?versioni[]=C.E.I.&riferimento=Giosuè10 La teoria dell'eliocentrismo, togliendo la Terra dal centro dell'universo e posizionandola in un'orbita attorno al sole immobile, negava secondo i teologi della Chiesa del tempo questo passo, che presupponeva invece che fosse il sole a muoversi e la Terra a restare immobile. Galileo Galilei, per difendersi dalle accuse di eresia, affermò che la Bibbia, avendo come compito la definizione di una morale, aveva dovuto sottostare al linguaggio ed alle capacità di comprensione di un popolo rozzo quale era quello ebraico. La Bibbia cioè, per rendere comprensibili le verità morali ad un popolo ignorante, si era adeguata alle credenze che lo stesso aveva, ed usava immagini che avrebbe potuto comprendere.L'idea della Terra che gira attorno al sole avrebbe cozzato con le osservazioni che quel popolo di pastori compiva giornalmente, nel vedere il sole sorgere, muoversi nel cielo e tramontare. L'eventuale affermazione "si fermò la Terra", più giusta dal punto di vista della teoria eliocentrica, sarebbe stata cioè incomprensibile al popolo e, dunque, si sarebbe perso il messaggio morale che era l'obiettivo primario della Bibbia.

Tale affermazione di Galileo creò le basi di quel distacco tra le verità scientifiche e quelle religiose che in seguito, soprattutto durante l'Illuminismo, si sarebbe sempre più affermato.

Delle situazioni analoghe a quelle precedenti, tuttavia, hanno continuato a presentarsi anche successivamente: un esempio è l'evoluzione, proposta da Charles Darwin con la sua opera L'origine delle specie del 1859. Tale teoria si contrapponeva all'idea della Chiesa del creazionismo. Tale contrapposizione è ancora presente, eccetto alcuni tentativi di conciliazione.Anche papa Benedetto XVI è favorevole ad una conciliazione tra queste due dottrine. Infatti, il 24 luglio 2007 ha dichiarato: "Questa contrapposizione è un'assurdità, perché da una parte ci sono tante prove scientifiche in favore di un'evoluzione che appare come una realtà che dobbiamo vedere e che arricchisce la nostra conoscenza della vita e dell'essere come tale. Ma la dottrina dell'evoluzione non risponde a tutti i quesiti e non risponde soprattutto al grande quesito filosofico: da dove viene tutto? e come il tutto prende un cammino che arriva finalmente all'uomo?" (il testo della notizia su Il giornale, su Alice Notizie e su zenit.org ; vedi anche la trascrizione integrale dell'incontro avvenuto ad Auronzo di Cadore in cui il papa ha fatto questa dichiarazione.

Il problema della demarcazione è nato nel 1874, quando John William Draper descrisse la storia della scienza come perenne conflitto nei confronti della religione. Questa impostazione fu ulteriormente rafforzata da personaggi come Andrew Dickson White. Grazie al loro lavoro furono evidenziati numerosi conflitti tra la conoscenza scientifica, aperta a nuove scoperte, e il dogmatismo religioso, succube del principio di autorità.

Il rapporto tra scienza e fede, in verità, è molto più complesso di quanto fosse stato descritto da Draper: in passato, infatti, ci sono stati numerosissimi scienziati (anche molto importanti e di fama innegabile) che erano molto credenti, così come ci furono numerosi uomini di fede che si innalzarono a difensori dello sviluppo della conoscenza scientifica. Nel corso del XIX secolo, tuttavia, il rapporto tra queste due differenti concezioni era piuttosto conflittuale, soprattutto in seguito alle scoperte di Charles Darwin in materia di evoluzione, che si scontravano con il creazionismo, difeso dalle chiese cristiane. Il lavoro e le idee di Draper, cioè, devono essere necessariamente contestualizzate nel clima sociale in cui si sono sviluppate per essere comprese a fondo.

Una volta separata la scienza dalla religione, tuttavia, si poneva il problema di cosa distinguesse questi due ambiti. I primi a dare una risposta a questa domanda furono i membri del cosiddetto circolo di Vienna (esponenti del positivismo logico).

Il circolo di Vienna

Essi in prima analisi fecero delle distinzioni fondamentali. Riconobbero, infatti, due fasi fondamentali nel processo di formazione di una conoscenza scientifica: la scoperta e la sua giustificazione.

Per ciò che riguarda il primo aspetto lasciarono lo studio agli psicologi, in quanto l'intuizione che è alla base di una scoperta non sembra essere riconducibile a schemi logici analizzabili e, quindi, non è studiabile. La seconda fase è riconducibile ad un'analisi prettamente logica sulle relazioni esistenti tra i dati sperimentali e l'ipotesi considerata.

I membri del circolo di Vienna, poi, distinsero tra enunciati analitici ed enunciati sintetici, considerando i primi come quelli a priori della logica e della matematica che sono indipendenti dall'analisi empirica della realtà e quindi sono veri indipendentemente da essa. Questi enunciati, tuttavia, sono privi di contenuto empirico non essendo fondati sull'osservazione: sono utilizzati, però, come base degli enunciati sintetici (propri delle scienze e con significato empirico). Un esempio di questo rapporto è dato dall'utilizzo che fa la fisica (che si basa su enunciati sintetici) della matematica, delle sue leggi e del suo linguaggio.

Secondo i positivisti del circolo di Vienna, cioè, una conoscenza può essere considerata scientifica se utilizza enunciati sintetici.

Analizzando ulteriormente il processo di formazione della conoscenza scientifica, i membri del circolo di Vienna arrivarono alla conclusione che una conoscenza per essere definita scientifica dovesse seguire lo schema:

Problema → Ipotesi → Deduzione → Verifica