La giovinezza

François-Noël è il primogenito della famiglia di Claude Babeuf, il quale aveva disertato l'esercito francese nel 1738; condannato per questo e poi amnistiato nel 1755, divenne impiegato delle imposte e fu l'unico insegnante di François. La famiglia in cui François-Noël crebbe apparteneva alla piccola borghesia povera, classe vicina a quella dei lavoratori non proprietari, dalla quale si distingueva tuttavia per una maggiore cultura, per la volontà di emergere e per un impegno politico favorito dai mutamenti sociali in corso e dalle conseguenti richieste di eguaglianza politica alle quali la crisi dellAncien régime né riusciva né voleva dare risposte adeguate.

Ancora grazie all'esperienza paterna, che lo rese edotto di materia fiscale, prese servizio nel 1777 dal signore di Bracquemont, un notabile della provincia di Roye, nella Piccardia; di qui, nel 1779, andò a guadagnare tre lire al mese da un cancelliere di Flixecourt. Nel 1780, rimasto orfano di padre, dovette assumersi l'onere del mantenimento di una famiglia numerosa, un impegno che dovrà mantenere per tutta la vita.

Il 13 novembre 1782 sposa Marie Anne Victoire Langlet, un'ex cameriera della signora di Braquemont, che aveva conosciuto cinque anni prima, al tempo del suo primo impiego. Avranno cinque figli: Catherine Adelaide Sophie (1783-1787), Robert (1785-1842), soprannominato Émile in onore di Rousseau, Catherine Adelaide Sophie (1788-1795), Jean-Baptiste Claude (1790-1815) e Gaius Gracchus (1797-1814).

Apre uno studio di commissaire à terrier, ossia commissario al registro catastale agrario, equivalente a un'attività di geometra e agrimensore, che gli permette, ma soltanto per pochi anni, di migliorare la propria situazione economica.

Lo sfruttamento feudale

Il suo lavoro consisteva infatti nel determinare i diritti signorili, tipici di una società feudale, che gravavano sulle terre, diritti spesso soggetti a prescrizioni, a trascuratezza e a contestazioni. La nobiltà feudale, e specialmente la piccola proprietà nobiliare, nella seconda metà del Settecento vorrà mettere una particolare cura nel tutelare e rivendicare tali diritti a fronte delle continue maggiori spese cui doveva far fronte: è questa, nella sostanza, la causa della violenta e acrimoniosa reazione feudale che giocherà una funzione importante negli sviluppi della crisi del regime feudale francese. Lo stesso Babeuf scriverà nel 1795 che «fu proprio nella polvere degli archivi signorili che scoprii i misteri delle usurpazioni della casta nobiliare», una scoperta e una consapevolezza maggiore di tanti rivoluzionari ben più noti e celebrati di lui.

Se pur è vero che in diverse regioni della Francia il tradizionale sfruttamento feudale della nobiltà terriera sui contadini era da tempo in regressione, trasformandosi nelle moderne forme di proprietà capitalistiche, in altre regioni, come la Piccardia, per non dire della Vandea, esso era la regola ed era aggravata, oltre che dall'esplosione demografica, che produceva una massa di braccianti sovradimensionata rispetto alle possibilità di lavoro, dalla riduzione dei diritti collettivi sulla terra dei quali tradizionalmente godeva - come il diritto di pascolo e di utilizzo di beni comuni - e dalla congiuntura economica che, con l'aumento del prezzo della terra, favoriva la vendita della terra, con il conseguente accentramento in grandi proprietà e un altrettanto conseguente disoccupazione.

La corrispondenza con l'Accademia di Arras

Nel 1785 entra in corrispondenza con il segretario dell'Accademia di Arras, Dubois de Fosseux, che si occupa di raccogliere e comunicare analisi della situazione delle campagne e dei progetti atti a migliorarne la situazione. L'occasione gli era stata offerta da un concorso bandito dall'Accademia a cui Babeuf partecipò, senza successo, avendo mandato in ritardo il suo manoscritto che svolgeva una tesi sulla grande proprietà agraria.

Mostra la sua vicinanza alle idee di Rousseau quando il 27 novembre 1786 scrive di essere «fautore di un sistema assai noto, che si alimenta dell'idea della felicità sociale e consiste nella pretesa che la popolazione è la misura dell'aumento della ricchezza comune», in opposizione alle opinioni fisiocratiche, che credono che minore è la popolazione e maggiore sarà la ricchezza nazionale relativa. E il 13 dicembre scrive al segretario dell'Accademia di dedicarsi «alla formazione o piuttosto alla conservazione del fisico dei miei rampolli e per questo ho seguito, quanto meglio ho potuto, il noto sistema di quelli fra i nostri pensatori moderni che stimo essere i più ragionevoli» e cita i sistemi educativi svolti da Rousseau nel suo Emile.

In una lettera del 21 marzo 1787 propone tre soggetti per il concorso accademico previsto nel 1789: nel primo suggerisce di abolire l'uso di lasciare annualmente incolto, a maggese, un terzo delle terre coltivabili; nel secondo, si pone il problema di stabilire «la più giusta determinazione della quantità, della situazione locale, dei limiti, dei diritti e dei doveri di tutte le parti»; nel terzo si esprime a favore, pur mantenendo una forma dubitativa, della coltivazione collettiva della terra: «quale sarebbe lo stato di un popolo le cui istituzioni sociali fossero tali che regnasse indistintamente, presso ciascuno dei suoi membri individuali, la più perfetta eguaglianza, che il suolo da lui abitato non appartenesse a nessuno ma a tutti, che infine tutto fosse comune, compresi i prodotti di ogni genere di industria. Simili istituzioni sarebbero autorizzate dalla Legge naturale? Sarebbe possibile che siffatta società sussistesse e anche che fossero praticabili i mezzi d'osservare una ripartizione assolutamente eguale?».

Il 23 maggio comunica al segretario dell'Accademia il suo progetto di stabilire un nuovo Cadastre perpétuel, un Catasto perpetuo, per mettere a punto il quale si era recato a Parigi per contattare il matematico Audiffret che aveva messo a punto un "grafometro trigonometrico", un goniometro di agrimensore con il quale Babeuf si propone di «eseguire la più esatta misurazione di ogni oggetto raggiungibile dallo sguardo» in modo da determinare esattamente la misura delle proprietà terriere e, di qui, l'esatta imposta dovuta dai proprietari. Il progetto voleva incidere sulle ingiustizie fiscali per le quali si tassavano le piccole proprietà - facilmente misurabili e note - mentre rimanevano evase parte delle grandi proprietà, per lo più sconosciute allo Stato. L'Accademia lascerà cadere il progetto che Babeuf ripresentò nel 1789 all'Assemblea Nazionale.

Dubois de Fosseux, nel giugno del 1787, trasmise a Babeuf l'opuscolo di un avvocato di Orléans, un certo Collignon, intitolato L'Avant-coureur du changement du mond entier (Il Riformatore del mondo intero). Nella sua lettera di risposta dell'8 luglio Babeuf si dichiara entusiasta: «come amo il Riformatore generale! È un vero peccato che egli lasci un vuoto a proposito dei mezzi [...] per realizzare una grande rivoluzione bisogna operare grandi mutamenti [...] tra gli uomini ci devono essere le minime differenze? La Natura [...] ha voluto che un individuo fosse nutrito, vestito, alloggiato meno bene di un altro? [...] Mi sembra che il nostro Riformatore vada oltre il Cittadino di Ginevra [...] come lui, sostiene che, essendo tutti gli uomini eguali, non devono possedere nulla in particolare, ma godere di tutto in comune e in modo che, nascendo, ogni individuo non sia né più né meno ricco, né meno considerato di ciascuno di quelli che lo circondano [...]».

In questa stessa lettera si mostra favorevole all'adozione in tutta la Francia di un nuovo codice di leggi, sull'esempio dell'iniziativa presa anni prima da Federico II - a quel tempo universalmente considerato un principe illuminato - perché in tal modo crede che si porrebbe un freno alla molteplicità degli usi e delle usurpazioni del diritto tipici dei regimi feudali, alle «rivoltanti distinzioni in tutti gli ordini della società. Chiunque fu meno feroce, meno astuto o più sfortunato nella lotta, finì con l'essere servo e oggetto del disprezzo altrui. Di qui, ancora, la formazione di codici bizzarri che servirono agli usurpatori come titoli che legittimavano i loro saccheggi e come irrevocabili decreti, per le famiglie vinte, di confisca delle loro proprietà [...] coloro che avevano più ascendente e preponderanza grazie alle proprie ricchezze fecero stabilire, nelle assemblee convocate per la redazione di siffatti codici, articoli a loro piacimento».

La corrispondenza con l'Accademia di Arras si interrompe definitivamente il 21 aprile 1788: Babeuf aveva compreso la vacuità di quell'Istituzione che, come tante altre, discuteva e proponeva di tutto senza avere la volontà - e forse neanche l'interesse - di concludere alcunché. Ma le lettere che si sono conservate sono preziose per la ricostruzione delle convinzioni del prossimo rivoluzionario.

Babeuf e l'Illuminismo

Non sappiamo esattamente quali libri possedesse e avesse letto Babeuf; di lui, abbonato al Mercure de France e a L'Année littéraire, si sa che, giovane, lesse di Mably i Principes de la législation, del Vauban la Dîme royale, di Rousseau il Discours sur l'origine de l'inégalité parmi les hommes, lEmile, le Confessions e, negli ultimi anni, Le Contrat social, oltre al Code de la nature del Morelly e gli scritti di Marat.

Illuminista, pur approvando in gran parte Rousseau, non ne condivise il pessimismo, fiducioso com'era che una cultura diffusa comportasse necessariamente il progresso del genere umano, né l'ispirazione religiosa, al quale oppose il proprio ateismo e il materialismo di Helvétius e Holbach, e quello socialisteggiante di Jean Meslier.

Autodidatta, conobbe altri autori solo di seconda mano; in compenso, conosceva bene i problemi concreti dei suoi concittadini, per risolvere i quali crederà di dover adottare un programma che andava più lontano di qualunque altro e per il quale diede la vita.

La Rivoluzione

Babeuf è a Parigi il 17 luglio 1789, tre giorni dopo la presa della Bastiglia, per curare la pubblicazione del suo Catasto perpetuo, dedicato all'Assemblea Nazionale, a cui premette un Discorso preliminare che è una sintesi di rivendicazioni democratiche, dal momento, scrive, che è «appunto in favore dell'oppresso ci siamo votati alla redazione dell'opera che pubblichiamo»: richiesta di un'imposta proporzionale - non però progressiva - «che non si vendano più i beni spirituali della Religione, che sia cioè permesso di nascere e morire senz'obbligo di mettere mano alla tasca per pagare le cerimonie d'uso in tali circostanze. Che s'istituisca una cassa nazionale per le sussistenze dei Poveri. Che si stipendino, a carico dei fondi pubblici, i Medici, i Farmacisti e i Chirurghi, perché possano somministrare gratis i loro servigi. Che sia fatto un piano di educazione nazionale di cui possano profittare tutti i Cittadini. Che i Magistrati siano del pari stipendiati con le pubbliche entrate, così da rendere la Giustizia gratuita».

Per vivere, s'impiega nel giornale Le Courrier de l'Europe, inviando a Londra le corrispondenze sulla situazione della capitale, in cui alle crescenti difficoltà economiche si univano i problemi dell'approvvigionamento che fecero nascere la credenza di un complotto aristocratico per affamare la popolazione - il pact de famine, patto di carestia.

A ottobre ritorna a Roye, impegnandosi nella richiesta di abolizione delle vecchie tasse feudali; a questo scopo si fa promotore di una petizione, indirizzata all'Assemblea Nazionale, che viene appoggiata da 800 comuni della Piccardia e dell'Artois (oggi Pas-de-Calais): nell'indirizzo, sostiene che le aides, le imposte indirette, le gabelles, una quantità di tasse date in appalto, e i droits d'entrées aux villes, i dazi comunali, tutte tasse mantenute dall'Assemblea in attesa di una riforma fiscale generale, erano illegittime e «non potevano essere mantenute, nemmeno provvisoriamente, dai Francesi divenuti liberi».