Il Padiglione d'Arte Contemporanea (PAC) è uno spazio espositivo del Comune di Milano situato in via Palestro, accanto alla Villa Reale. Fu progettato da Ignazio Gardella nel 1949 e costruito tra il 1951 e il 1953.

Storia Il Padiglione fu edificato per volontà della sovrintendente Fernanda Wittgens. Nel 1947 il Comune di Milano cerca un nuovo spazio per le collezioni delle Civiche Raccolte del XX secolo e individua le ex-scuderie della Villa Reale, distrutte dai bombardamenti del 1943. Nel marzo del 1948 viene selezionato il progetto firmato dall'architetto Ignazio Gardella.

Gli elementi con cui l'architetto Ignazio Gardella intrecciò la sua ipotesi progettuale vennero in primo luogo dalle determinazioni territoriali circostanti: la Villa Belgiojoso, costruita alla fine del XVIII secolo in stile neoclassico su progetto di Pollack, è una costruzione del tipo a corte, con pianta a C ed il cortile principale aperto a nord verso la strada urbana e separato da essa attraverso una cancellata in ferro ed un muro con finestre cieche. A sud della villa, l'ampio parco era un tempo di proprietà privata e in seguito aperto al pubblico. Il muro perimetrale delle vecchie scuderie della Villa Reale, distrutte dai bombardamenti in loco delle quali sarebbe dovuto sorgere il padiglione; un corpo ancora integro che limitava ad ovest il cortile laterale della villa; i grandi alberi del parco di fronte ad essa. L'architetto assunse quindi come dato di fatto il perimetro trapezoidale dove sorgevano le scuderie e scelse di non suddividere l'area, bensì effettuò un'operazione di inclusione «per non alterare verso la strada e verso la villa il vecchio quadro architettonico» (I. Gardella, Relazione al progetto). La struttura, quindi, conserva sia la pianta trapezoidale originale che l'estensione dell'edificio precedente, due piani fuori terra, e conserva il cortile rettangolare di servizio con cui le scuderie si collegavano alla villa: la corte è aperta a nord verso la strada, come quello principale della villa, ed anch'esso ne è separato da una cancellata e da un muro con finestre cieche. Come in origine, l'entrata al padiglione avviene da tale cortile ed è allineata con i portici che collegano, passando sotto le ali laterali della villa, il cortile di servizio con quello principale.

Il Padiglione inaugura nel 1954 come sede per le collezioni civiche del XX secolo, che necessitavano di uno spazio dedicato. Alla destinazione museale degli spazi si alterna però fin da subito l’attività espositiva temporanea, che poi prenderà il sopravvento, iniziata con una monografica di Georges Roualt.

Sotto la guida di Mercedes Garberi il PAC venne chiuso nel 1973 per subire una profonda riqualificazione, ammodernamento e adeguamento alle normative per la conservazione (aerazione, luce, sicurezza) e riaperto nel 1979. Il coordinamento scientifico viene affidato a Zeno Birolli, storico e critico d'arte, con l'incarico di ripensare i contenuti e gli obiettivi del rinnovato Padiglione. Insieme a lui lavoreranno l'architetto Vittorio Gregotti e il critico Germano Celant.Mercedes Garberi, La riapertuda del Padiglione, nel dossier Padiglione d'Arte Contemporanea di Milano. Storia orientamenti e attività, Comune di Milano (dicembre 1979).

Tra il 1979 e il 1989 l'impronta curatoriale orienta la programmazione del Padiglione alla ricerca e alla sperimentazione, con un'attenzione al dibattito storico critico di quegli anni e senza mai distogliere lo sguardo dalla scena internazionale in particolare quella Newyorchese che Birolli frequenta. La duttilità dei suoi spazi consente al Padiglione di adattarsi ad esperienze artistiche eterogenee, a volte diventando esso stesso oggetto di intervento da parte degli artisti, come nel lavoro site-specific di Daniel Buren (maggio-giugno 1979).Zeno Birolli, Germano Celant, Vittorio Gregotti, Metodologie, nel dossier Padiglione d'Arte Contemporanea di Milano. Storia orientamenti e attività, Comune di Milano (dicembre 1979).

L'edificio fu quasi completamente distrutto da un incendio nel 1993 causato dallo scoppio di un'autobomba, a seguito di un attentato di matrice mafiosaNel 2018 viene sostiituita la targa che lo commemora come "vile attentato" con una nuova lapide commemorativa che esplicita "attentato di matrice mafiosa". La sostituzione è documentata nel libro fotografico La Mafia uccide solo d'estate, Silvana Editoriale 2018, p. 63 conosciuto come la strage di via Palestro. L'edificio fu ricostruito identico all'originale, per decisione dell'allora assessore milanese Philippe Daverio, grazie ad una collaborazione tra Ignazio Gardella e il figlio Jacopo Gardella, e riaperto nel 1996.

Riprende anche l'attività espositiva che propone monografiche e collettive di artisti internazionali per la prima volta in Italia e sperimenta anche collaborazioni con istituzioni europee come il Museum Kunst Palast di Düsseldorf, durante la direzione artistica di Jean Hubert Martin (2003-2005), senza dimenticare la scena contemporanea italiana.

Nel 2003 il PAC contribuisce alla fondazione di AMACI, Associazione dei Musei d’Arte Contemporanea Italiani, per promuovere l’arte contemporanea in Italia e mettere a sistema esperienze e intenti con gli altri musei e spazi sul territorio nazionale

Descrizione

Delimitato dalle tre facciate a nord, est e sud mentre il lato ovest è addossato ad una costruzione confinante, il Padiglione d'Arte Contemporanea è coperto da un tetto a piccole capriate disposte in parallelo e rivestite in rame sulle quali si aprono i lucernari, secondo una tipologia a capannone industriale. La facciata nord e quella est, rispettivamente verso la strada e verso il cortile di servizio, sono rimaste identiche a quelle del XVIII secolo se si esclude, nella facciata est, l'apertura del portone archivoltato in vetro e ferro che funge da ingresso, cui l'anteposizione di una bussola a ventola ha conferito in seguito maggior pesantezza di quanta non ne possedesse il disegno originale del telaio. La facciata sud verso il parco, invece, è di nuova realizzazione e sostituisce quella distrutta dai bombardamenti: è divisa in due fasce orizzontali di cui la superiore è una muratura continua, che delimita la galleria un tempo illuminata dai lucernari aperti nelle due falde convergenti. In seguito ai lavori per l'impianto di condizionamento, la copertura è diventata piana ed i lucernari sono sostituiti dalla sola luce artificiale.

Nella facciata verso il parco, inoltre, si assiste alla successione di pilastri metallici di maggiore e di minore altezza, alternati, di cui i più alti sostengono una pensilina ed i meno alti i binari delle griglie bianche a saliscendi che coprono l'apertura vetrata nella fascia inferiore della facciata. Tale vetrata, tuttavia, non ha lo scopo di fornire una vista del parco ma è volutamente bassa «in modo che il rapporto con il parco non sia panoramico, ma sia un rapporto più contenuto, quasi iconografico» (Argan, 1954).

La costruzione del Padiglione d'Arte Contemporanea segue, nella scelta dei materiali e delle strutture, due linee d'azione parallele cui si è già accennato: da un lato, la volontà di mantenere alcuni elementi aderenti all'aspetto delle ex scuderie; dall'altro, l'intento innovativo nell'articolazione degli spazi interni.

In particolare, la struttura è studiata al fine di permettere un uso cosciente dell'illuminazione in modo da valorizzare le opere esposte. Nella galleria delle sculture, quindi, si ha un grande uso di vetro per quanto riguarda la finestratura occupante l'intera parete, per permettere una luce diretta e naturale, radente di lato alle sculture per accentuarne l'effetto plastico. Nelle gallerie esagonali, invece, la scelta del materiale si fa più complessa, essendo prevista una luce naturale ma indiretta, soffusa: il vetro viene quindi nascosto alla vista non più da tele semitrasparenti come nel passato, ma da un moderno controsoffitto in metallo (sull'uso di questo materiale nel padiglione si avrà modo di parlare in seguito). Secondo un sistema detto Saeger, le lamelle metalliche che costituiscono la copertura si arrestano ad una certa distanza dalle pareti, permettendo sui dipinti quella proiezione diretta di luce che è negata al percorso dello spettatore: mentre i velari tradizionali, quindi, creano un'atmosfera soffusa ed uniforme, spenta, nelle sale del padiglione si ha un contrasto più dinamico e vivace tra ombre e buio. Va inoltre precisato che Gardella introduce un'ulteriore innovazione rispetto al sistema Saeger: mentre questo prevede, infatti, uno schermo di muratura opaco e continuo che crei la penombra al centro della sala, le lamelle creano un'ombra meno densa e statica, un effetto di chiaroscuro del tutto nuovo. La scelta dei materiali interni, per lo più bianchi per quanto riguarda le pareti, è anch'essa volta alla valorizzazione della luce ed in alcuni elementi la progettazione stessa delle forme tende a questo scopo: nello scalone, ad esempio, la scelta di adottare gradini a sbalzo, leggermente staccati, permette alla luce della vetrata di penetrare tra le fessure così lasciate e smaterializzare la massa della struttura, alleggerendola notevolmente.

Anche nell'utilizzo del metallo si riscontrano notevoli innovazioni rispetto alla tradizione e rispetto alla contemporanea corrente razionalista. Nella facciata sud, ad esempio, si riscontra una radicale modifica nella concezione tardo-razionalista di mostrare le strutture portanti: sono, infatti, evidenziate le sole strutture verticali mentre quelle orizzontali (cornice marcapiano) sono occultate e si ha una fusione tra tali elementi e il muro di tamponamento, fusione rigettata dalla concezione razionalista. Si intravede quindi una fusione tra un utilizzo classico del metallo quale struttura portante ed un utilizzo dello stesso come decorazione, al punto che le due si fondono: la decorazione è costituita dalla struttura stessa, non incondizionatamente come accadeva nel razionalismo bensì attraverso una scelta consapevole degli elementi.

Interessante è la fusione di metallo e vetro nella struttura delle campate, che è insieme elegante e funzionale. Ogni campata è a due falde, la metà superiore di ciascuna falda è trasparente, la metà inferiore è opaca e realizzata con pannelli di rame coibentato tipo Cutar. La luce naturale scende dall'alto nella fascia centrale e sfrutta la maggiore altezza della copertura a puntoni inclinati: in basso è filtrata da un doppio ordine di doghe in alluminio, che le conferiscono un effetto morbido e soffuso. La struttura è in profilati di acciaio, con due bracci verticali che reggono in sospensione il controsoffitto, la porta e una passerella d'ispezione nel tratto intermedio (in leggero grigliato d'acciaio zincato per non ostacolare il percorso della luce). Al di sotto sono montate, a scorrere secondo il piano inclinato del tetto, delle tendine a rullo oscuranti, con asse parallelo ai correnti e con funzionamento manuale esercitabile dalla passerella. La luce artificiale è generata da lampadine nascoste alla vista e montate al di sopra del piano del controsoffitto, su supporti metallici obliqui che hanno la doppia funzione di controvento per la struttura centrale e di sostegno per i pannelli trasparenti che riflettono la luce sulle pareti laterali di ciascuna sala. Il controsoffitto, infine, è realizzato in lamelle metalliche verniciate di bianco e posate su un piano orizzontale.

Da un punto di vista decorativo, si riscontra un ricorrente uso di metallo verniciato in bianco, sia nel reticolo delle griglie che fanno da veneziane alla superficie vetrata, sulla facciata sud, che nella originale ringhiera dello scalone, ripetente ad ogni gradino il motivo di una piattina rettangolare diagonale attraversata da tondini verticali (dove le piattine si allacciano l'una all'altra in corrispondenza dei montanti ancorati ad ogni gradino).