Comunitarismo è una concezione della società nata nel mondo anglosassone alla fine del XX secolo che cerca di collegare l'individuo alla comunità.

È una concezione che sostiene che "l'individuo non esiste indipendentemente dalle sue affiliazioni, siano esse culturali, etniche, religiose o sociali". Questa concezione implica quindi che gli individui appartengano invariabilmente a comunità distinte (da cui il termine), endogene -o esogene- ed omogenee. Una tale concezione presuppone quindi che ci siano globalmente pochi scambi e delle incomprensioni fondamentali tra ciascuna comunità, che impedirebbero loro di fondersi in una sola. Questa idea si oppone quindi all'universalismo e al "cosmopolitismo" che, al contrario, concepisce tali differenze come trascurabili di fronte all'unicità del genere umano.

La questione delle priorità fra individuo, società complessiva e singola comunità ha inoltre un grande impatto in questa analisi su molte questioni etiche, come la povertà, l'aborto, il multiculturalismo e la libertà di parola.

Le origini Attualmente, quelle comunitariste sono delle risposte variegate al liberalismo in cui è difficile identificare una teoria condivisa, in quanto ci si trova di fronte a una varietà di proposte o diagnosi sulla base delle critiche alle teorie liberali della giustizia.

L'unico modo di riunificare le diverse teorie del liberalismo è risalire alla sua base antropologica che consiste nella persona essenzialmente autonoma e sovrana.

NormalmenteValentina Pazé, Il comunitarismo, Biblioteca Essenziale Laterza, Bari, 2004, passim., si individuano tre principali precursori ideologici al pensiero comunitarista: il socialismo utopico, il movimento völkisch e il comunitarismo d'ispirazione religiosa, rappresentato da pensatori quali Martin Buber, Jacques Maritain, Emmanuel Mounier, Adriano Olivetti e Tommaso Demaria.

Nel comunitarismo attuale sono ricorrenti quattro concetti. Il primo riguarda la natura del sé o il concetto di persona che è soggiacente alle teorie liberali e implica la critica all'individualismo metodologico o normativo cui esse ricorrono. Il secondo verte sul prevalente impegno deontologico delle teorie liberali e sulla connessa tesi a proposito della neutralità della giustizia. Il terzo mette a fuoco il ricorso della filosofia politica liberale a una qualche teoria dei diritti e ne critica l'inadeguatezza normativa. I primi tre argomenti critici sul sé, sulla neutralità e sui diritti, vogliono mostrare che la priorità della giustizia (la prima virtù delle istituzioni sociali) è l'esito inevitabile di una serie di assunzioni e di presupposti che il liberalismo politico implicitamente o esplicitamente fa propri per generare criteri per il giudizio politico riflessivo: la giustizia è la prima virtù delle istituzioni sociali se e solo se siamo disposti ad accettare l'immagine soggiacente di società e di individuo che il liberalismo propone. Il quarto concetto riguarda invece la consistenza oggettiva della persona umana che ha "ontologicamente" bisogno di "altro da sé". Mentre la persona è in grado di garantire il proprio essere, la stessa persona ha bisogno di una comunità per essere generata.

Per i comunitaristi, il neutralismo, operando una spaccatura tra sfera pubblica e sfera privata, chiederebbe ai soggetti di spogliarsi delle loro identità (se per identità intendiamo quel quid, quell'insieme di caratteristiche peculiari che ci distinguono da ogni altro soggetto, e non qualcosa di fittizio, di consapevolmente costruito), per essere ammessi nella sfera di condivisione come individui "vuoti", l'unencumbered self di cui parla Sandel), "nudi", in quanto privati proprio di ciò che li rende ciò che essi sono.

Questa serie di concezioni non può che dipendere dal contesto sociale, perciò è improprio separare totalmente la sfera individuale dalla sfera collettiva: le convinzioni dell'individuo derivano naturalmente in gran parte dal contesto sociale della comunità nella quale questi abbia avuto occasione di svilupparle, ma non solo. C'è infatti una componente essenziale universale ed oggettiva del comunitarismo legata all'uomo perché uomo. Infatti la sua possibilità di esistere in quanto uomo è legata esclusivamente alla possibilità di generare la comunità umana. Ecco allora che l'individuo deve assumere in sé stesso per necessità la sapienza/regole di sviluppo necessarie alla comunità umana. Questo collegamento ontologico persona-umanità, per Tommaso Demaria, non priva la persona di qualcosa, ma la arricchisce dandole una dimensione che da sola non potrebbe mai avere. Il comunitarismo di Tommaso Demaria richiede di conseguenza individui in partenza "vuoti" ma destinati a riempirsi, a superare il proprio essere confluendo nell'humanum di cui fanno parte sin da principio, destinato a "salvarli" nel tempo e nello spazio. Coincide proprio con l'esperienza quotidiana.

I comunitaristi propongono una forte contestualizzazione della vita politica in un contesto specifico: per alcuni (in particolare Taylor) la concezione di Stato vuole identificare Stato e ethos di un popolo, lo Stato e le sue istituzioni devono essere incarnazione dei valori condivisi di un popolo, deve promuovere l'autorealizzazione dei soggetti all'interno della società tutelando la "libertà positiva". Se i liberali vogliono costruire concezioni di giustizia universali, per i comunitaristi invece nessun tipo di giustizia può essere tolta dal suo contesto pur fondandosi necessariamente sulla necessità universale e concreta di far vivere e trasmettere la vita all'umanità (Tommaso Demaria). Una società buona è quella in cui ciascuno si riconosce con ciascun altro nella condivisione di una comune appartenenza a una forma di vita, a una tradizione, a una concezione del bene: l'identità collettiva è espressa dalla condivisione stabile nel tempo del bene comune. È quindi fondamentale la differenza con i liberali sul concetto di società, la quale per i liberali è concepita come aggregazione di individui indipendenti e per i comunitaristi come una comunità di autorealizzazione composta da persone, membri e non individui.

Le istituzioni devono rappresentare l'ethos, lo spirito del popolo, e realizzare il bene comune. La società è quindi una comunità di sentire, il bene delle persone è il bene della comunità. Le istituzioni devono forgiare i cittadini al bene comune, formare il senso etico delle persone (radici hegeliane, aristotelico-tomiste e demariane). Le istituzioni dovrebbero avere un ruolo attivo, ma soprattutto collaborativo, nella vita delle persone, dovendo lo Stato conservare e proteggere la comunità nel tempo.

Il comunitarismo contemporaneo Michael Sandel In Il liberalismo e i limiti della giustizia Michael Sandel ha formulato alcune tesi che hanno lo scopo di confutare la teoria liberaldemocratica di John Rawls. Sandel critica il fatto che la teoria contrattualistica si basi su una nozione di individuo o persona “vuota”, il soggetto di Rawls sarebbe così “disincarnato”. L'idea per cui è possibile identificare criteri di giustizia in modo antecedente e indipendente rispetto a ciò che per noi è bene (impegno deontologico, è l'idea liberale secondo cui ciascuno può scegliere i propri fini o fare un passo indietro rispetto alle proprie preferenze), l'idea per cui il giusto è neutrale e ha priorità sul bene, sono idee che dipendono da una sistematica elisione della dimensione dell'appartenenza a una comunità, in virtù della quale soltanto noi siamo costituiti, guadagniamo un'identità stabile nella durata e possiamo mutuamente riconoscerci come individui che hanno scopi, bisogni e preferenze. Il ricorso a regole e principi neutrali dipenderebbe dall'assenza di una concezione forte di comunità che, sulla base della condivisione di un orizzonte valoriale, struttura la convivenza pacifica tra i membri di un gruppo fortemente coeso.

L'incapacità di Rawls e dei liberali di rendere conto della natura costitutiva della comunità dipende dal fatto che il liberalismo tratta gli individui di una società, astraendoli dal vincolo o dal legame comunitario e concettualizzandoli come stranieri gli uni agli altri. Per questo l'accento cade sulla neutralità dei principi di giustizia e i diritti vengono intesi a tutelare scopi meramente individuali. La giustizia, intesa come rispetto di procedure condivise, è la prima virtù delle istituzioni di società in cui individui fra loro stranieri, non condividendo alcuna concezione del bene, devono almeno regolare il loro traffico sulla base della condivisione di principi neutrali e impersonali. Il liberalismo non renderebbe conto del valore del vincolo sociale, del riconoscersi mutuamente in comunità politiche caratterizzate da forme di vita e tradizioni in comune, del possedere un'identità collettiva relativamente stabile nel tempo: il comunitarismo è invece centrato sull'idea che la distinzione canonica fra vita giusta e vita buona e la connessa idea di neutralità liberale dei principi di giustizia, siano pretese vuote o un'ipocrita presentazione in vesti universalistiche e astratte di una particolare forma di vita e tradizione che sono quelle della comunità liberale stessa.

Il sé dei liberali sarebbe così un sé sradicato, disincarnato, vuoto; per Sandel, invece, le persone non sono carrelli vuoti, ma già nascono con determinate identità culturali derivate dall'educazione, dal contesto storico, culturale, sociale, e questi valori non sono accidenti, ma ci rendono ciò che siamo. Un individuo libero si deve riconoscere in istituzioni che sono espressione dei valori in cui crede, autorealizzarsi è seguire i propri valori; non è una scelta quella di appartenere a una società, a una comunità, ma una condizione costitutiva, ascrittiva. Il concetto di cittadinanza attiva e di partecipazione politica è molto simile a quello della pòlis greca. Le istituzioni stabili nel tempo sono proprio quelle che incarnano valori condivisi, l'operazione fondamentale è l'autocomprensione poiché ciò che noi siamo è ciò che noi vogliamo.

Alasdair MacIntyre Un'impostazione aristotelica caratterizza in modo ancora più esplicito l'opera di MacIntyre Dopo la virtù. Il fallimento della teoria politica liberale è da attribuire, secondo MacIntyre, al fatto che essa non è altro che l'ultimo esito del moderno progetto dell'Illuminismo di costruire un'etica dei principi, universalistica e astratta, del tutto indipendente dalla tradizione delle virtù. Il nostro presente è un deserto di valori, in questo senso l'idea di una neutralità della giustizia è coerente con una più ampia concezione etica moderna. Se i nostri criteri del giudizio morale e politico sono interni a forme di vita in comune, se la giustificazione ha un senso solo entro una tradizione particolare e le virtù sono tali per noi solo entro pratiche o culture determinate, allora una società bene ordinata è possibile solo se tutti i suoi membri si riconoscono stabilmente nel tempo come parti di una storia più ampia, collettiva e comune. Dopo aver sottoposto a dura critica l'Illuminismo e dopo aver ad esso contrapposto Aristotele come eroe delle, e non della virtù, MacIntyre chiude l'opera con un appassionato appello (sia etico sia politico) a ritornare alle antiche comunità.

Charles Taylor Secondo Taylor una società non è riducibile alle transazioni fra individui atomisticamente concettualizzate; in Radici dell'io sostiene che il sé liberale è un'astrazione filosofica, è una forzatura il fatto che prima ci sia l'individuo e poi la società: la persona è già radicata in determinati contesti, è la società a formare l'individuo.

Secondo Taylor è fondamentale il riconoscimento di diritti speciali anche alle comunità minoritarie in una società affinché si possano preservare nel tempo. Lo Stato deve intervenire perché le comunità non si spengano.

Will Kymlicka