Nella terminologia cristiana cura pastorale (o azione pastorale, o semplicemente pastorale) è un'estensione del concetto di "pastore", di cui definisce il compito. Come il pastore di pecore si prende cura del suo gregge, così coloro ai quali è stata affidata la responsabilità della conduzione della comunità cristiana si prendono cura di essa.
Presupposti La pratica della cura pastorale presuppone il dovere (inerente al cuore stesso della fede cristiana) di prendersi cura l'uno dell'altro in modo solidale, amorevole e fraterno.
Più volte nelle Sacre Scritture, infatti, vengono ripetute esortazioni del tipo: "Portate i pesi gli uni degli altri e adempirete così la legge di Cristo" (). Il cristiano è una persona che Gesù educa, con il Suo insegnamento ed esempio, ad essere, senza riserve, sensibile e provvidente verso le necessità di vario tipo degli altri, che Gesù chiama "il nostro prossimo". "...poiché tutta la legge è adempiuta in quest'unica parola: Ama il tuo prossimo come te stesso" ().
La stessa comunità cristiana è chiamata ad essere quel corpo di persone che esemplifica l'amore che ha visto all'opera nel suo Maestro, Gesù Cristo, il quale, Egli stesso "la nutre e la cura teneramente" (Efesini 5:29). La comunità cristiana è chiamata a praticare al suo interno (ma non solo) ciò che oggi sempre di più si definisce relazione d'aiuto. La relazione d'aiuto è quella in cui l'uno promuove la crescita umana e spirituale dell'altro
L'espressione "relazione di aiuto", comunemente intesa, indica un intervento di supporto allo sviluppo dell'io, alla comprensione delle proprie motivazioni e predilezioni ed assume un significato pedagogico. Indica l'impegno profuso da colui che reca aiuto per sviluppare nell'altro la consapevolezza di sé stesso ed emanciparlo dai condizionamenti che bloccano il suo sviluppo. L'aiuto si orienta in direzione della crescita e dell'autonomia dell'altro. È la relazione che si stabilisce, per esempio, tra genitore e figlio, tra insegnante e studente, tra medico e paziente, tra terapeuta e cliente. Nell'ambito cristiano, in particolare, l'aiuto che reciprocamente ci si rende è inteso ad aiutare gli altri ad eliminare quegli ostacoli (interiori ed esteriori) che si frappongono al raggiungimento dello "stato di uomini fatti, all'altezza della statura perfetta di Cristo" ().
Se è vero che ogni cristiano deve prendersi cura, in questo senso, del proprio fratello e sorella in fede, questa relazione d'aiuto è, in particolare, il compito dei responsabili della comunità cristiana o comunque di quelle persone alle quali, al suo interno, Dio ha dato doni e competenze specifiche. Questo prende nome di counselling cristiano, oppure di cura pastorale che, con il counselling secolare condivide lo stesso desiderio di aiutare le persone a risolvere i loro problemi, trovare significato e gioia nella vita, come pure a diventare individui sani e bene adattati, sia mentalmente che spiritualmente.
I responsabili della comunità cristiana e coloro ai quali è affidato in modo particolare il compito del counselling, sono persone che si preparano appositamente presso delle scuole per ottenere una specifica qualifica. La parola “counselling”, così, può avere molti significati, inclusi quello dell'offrire consigli e incoraggiamenti, condividere sapienza e capacità, fissare obiettivi, risolvere conflitti ecc. I counsellor di solito esaminano il passato (per vedere a quando risalgono i problemi) nel tentativo di riparare il presente oppure esaminano la dinamica dei conflitti interiori e sociali di cui fanno esperienza. A volte possono esplorare possibili squilibri fisici e chimici che possono causare problemi psicologici.
La cura pastorale nell'insegnamento biblico
Il concetto così definito di cura pastorale è fondato nella Bibbia, sia nell'Antico che nel Nuovo Testamento. Per i cristiani, è, infatti, la Bibbia la fonte primaria che normativamente lo definisce e sicuramente si avvale delle riflessioni e dell'esperienza che, nel campo, sono maturate nell'ambito delle chiese cristiane.
Nell'Antico Testamento Nel Salmo 23, Davide, unto dal Signore come re d'Israele, si rivolge a Dio definendolo "il buon pastore". Il canto menziona anche il vincastro e il bastone con un'unica parola ebraica, che indica nello stesso tempo sia l'amorevole cura che la virile autorità paterna del Creatore nei confronti del Suo gregge di figli.
Tale strumento ha il potere di illuminare il cammino della vita terrena e di allontanare il male, donando sicurezza a chi lo possiede (). Il suo valore salvifico è richiamato anche dal bastone di Mosè e dalla verga di Aronne, capaci di far scaturire l'acqua dalla roccia nel deserto, di dividere le acque del Mar Rosso per portare il popolo d'Israele nella Terra Promessa, di trasformarsi in un serpente che afferma la superiorità di Dio rispetto agli dei pagani adorati dai ministri alla corte del faraone d'Egitto.
Il vincastro è all'origine del pastorale liturgico dei vescovi, intesi come massima autorità della cura pastorale del gregge di Dio.
Nel Nuovo Testamento
In "pascete il gregge di Dio che è tra di voi, sorvegliandolo", si trovano due verbi che definiscono l'opera pastorale: ποιμαίνω e ἐπισκοπέω. "Pascere" significa essenzialmente "sovraintendere", "svolgere un'opera di supervisione", "vigilare". È il compito attribuito a coloro che, a seconda della traduzione, sono stati costituiti, per la chiesa cristiana, vescovi, anziani, presbiteri, o pastori.
Nel vangelo secondo Giovanni, al capitolo 10, Gesù stesso stabilisce il modello della cura pastorale quando Egli definisce sé stesso come "il buon pastore" (). Questo testo stabilisce prima di tutto il principio che le "pecore" (il popolo di Dio, la chiesa) appartengono a Lui, "in esclusiva" perché Dio gliele ha affidate "Il Padre mio che me le ha date (...) e nessuno può rapirle dalla mano del Padre" (). Non ci possono essere sul popolo di Dio altri pastori. In secondo luogo, Gesù mette in evidenza diversi tratti della cura pastorale "ottimale", la Sua, primo dei quali la completa dedizione che il buon pastore ha per la vita ed il benessere delle sue pecore: "Io sono il buon pastore; il buon pastore dà la sua vita per le pecore. Il mercenario, che non è pastore, a cui non appartengono le pecore, vede venire il lupo, abbandona le pecore e si dà alla fuga, e il lupo le rapisce e disperde. Il mercenario si dà alla fuga perché è mercenario e non si cura delle pecore" (). Per le sue pecore Egli è ben conosciuto e degno di fiducia: "le pecore ascoltano la sua voce, ed egli chiama le proprie pecore per nome e le conduce fuori (...) un estraneo non lo seguiranno; anzi, fuggiranno via da lui perché non conoscono la voce degli estranei (...) Io sono il buon pastore, e conosco le mie, e le mie conoscono me, come il Padre mi conosce e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore" (). Egli le conduce là dove possono trovare cibo e riparo, come pure le protegge dai pericoli: "Il ladro non viene se non per rubare, ammazzare e distruggere; io son venuto perché abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza" ().
L'apostolo Pietro ribadisce questi concetti quando scrive a coloro che, come lui, sono stati costituiti per "sovrintendere" al gregge di Cristo: "Esorto dunque gli anziani che sono tra di voi, io che sono anziano con loro e testimone delle sofferenze di Cristo e che sarò pure partecipe della gloria che deve essere manifestata: pascete il gregge di Dio che è tra di voi, sorvegliandolo, non per obbligo, ma volenterosamente secondo Dio; non per vile guadagno, ma di buon animo; non come dominatori di quelli che vi sono affidati, ma come esempi del gregge. E quando apparirà il supremo pastore, riceverete la corona della gloria che non appassisce" (). Gesù qui è chiamato "il supremo pastore". Qui mette in evidenza come la cura pastorale debba essere svolta con buona volontà e non solo in vista del guadagno, essendo essi stessi esempi per il gregge.
L'apostolo Paolo ritorna su questi punti nel libro degli Atti degli Apostoli. "...perché non mi sono tirato indietro dall'annunziarvi tutto il consiglio di Dio. Badate a voi stessi e a tutto il gregge, in mezzo al quale lo Spirito Santo vi ha costituiti vescovi, per pascere la chiesa di Dio, che egli ha acquistata con il proprio sangue. Io so che dopo la mia partenza si introdurranno fra di voi lupi rapaci, i quali non risparmieranno il gregge; e anche tra voi stessi sorgeranno uomini che insegneranno cose perverse per trascinarsi dietro i discepoli. Perciò vegliate, ricordandovi che per tre anni, notte e giorno, non ho cessato di ammonire ciascuno con lacrime. E ora, vi affido a Dio e alla Parola della sua grazia, la quale può edificarvi e darvi l'eredità di tutti i santificati. Non ho desiderato né l'argento, né l'oro, né i vestiti di nessuno" (). In questo testo Paolo mette in evidenza la fedeltà del pastore al proprio mandato (fedeltà alle istruzioni ricevute da Dio) e il carattere disinteressato di quest'opera.
La cura pastorale nella storia della Chiesa La cura pastorale, essendo uno dei compiti fondamentali della chiesa cristiana accanto a quello della predicazione, ha una ricca storia di scrittori che, nel corso dei secoli, trattano ed elaborano questo tema ponendone le basi teoriche e pratiche.
Nell'ambito della Patristica, importanti sono il pensiero di Tertulliano (150-220) nell'opera De anima. Cipriano (m. 258) tratta l'argomento in molte delle sue lettere pastorali. Crisostomo (344-407) si adopera nell'intento di moralizzare il "clero di Costantinopoli colpito dalle critiche per il lusso e lo stile di vita che conduceva. Ambrogio (339-397) scrive De Officiis Ministrorum, sui doveri dei presbiteri e sul vivere cristianamente. Nella vasta produzione letteraria di Agostino (354-430) molti testi parlano dei doveri dei pastori in diverse situazioni. L'opera più nota ed antica è quella di Gregorio Magno (540-604) che scrive "Le regole per i pastori" (Liber Regulae Pastoralis or Regula Pastoralis) sulle responsabilità di vescovi e presbiteri, opera che continuerà ad essere per secoli un autentico libro di testo sull'argomento. Fra i numerosi scritti di Ugo di San Vittore, filosofo mistico sassone (1078-1171), pure si trovano testi sulla preparazione per la confessione, unzione dei malati e la cura dei morenti. Bonaventura (1217-1274) in rapporto ad aspetti della cura pastorale scrive: Collationes de septem donis Spiritus Sanctis (Raccolte sui sette doni dello Spirito Santo) e Quaestiones per perfectione evangelica (Questioni sopra la perfezione evangelica). Si trovano poi sezioni della Somma teologica di Tommaso d'Aquino, (1224-1274), su temi come felicità, paura, ira, amore, desiderio. Al tempo della Riforma protestante da segnalare sono: i Discorsi a tavola e le lettere di Martin Lutero (1483-1546); gli Scritti pastorali di Ulrico Zwingli (1484-1531); le numerose lettere pastorali di Giovanni Calvino (1509-1564). Particolarmente rilevante è Martin Bucer (1491-1551) per i suoi scritti sulla vita comunitaria e sulla visita agli infermi e sui poveri. Significative sono le lettere dal carcere di Tommaso Moro (1478-1535). George Herbert (1593-1633) scrive "Un sacerdote al Tempio" (o "il parroco di campagna") in cui dà ampi consigli su come svolgere il ministero pastorale. Jeremy Taylor (1613-1667) scrive nel 1660 "The Rule and Exercises of Holy Living". Lo scozzese Gilbert Burnet (1643–1715) scrive un discorso molto citato sulla cura pastorale. Il puritano inglese Richard Baxter (1615-1691) produce un saggio sulla cura pastorale ancora oggi molto letto: "L'opera del pastore" ("The Reformed Pastor"). Baxter è autore, fra l'altro, pure di un ponderoso "Christian Directory or a Summ of Practical Theology and Cases of Conscience", egli basava la sua opera anche su una ricca esperienza pastorale nella sua parrocchia di Kidderminster.