I Reti erano un'antica popolazione tirsenica di lingua preindoeuropea e paleoeuropea, stanziata nelle Alpi Centro-orientali, tra Italia e Austria, la cui cultura materiale è identificata con la facies di Fritzens-Sanzeno della seconda Età del ferro, in continuità con la precedente cultura di Luco-Meluno sviluppatasi tra la fine dell'età del bronzo e la prima Età del ferro.

La civiltà retica aveva come epicentro l'attuale Trentino o comunque in generale tutto il Tirolo storico, sviluppandosi in tutta l'area prealpina veneta (Veronese, Vicentino, Trevigiano), nel Feltrino e nel Bellunese e infine allargandosi al di là delle Alpi fino all'Engadina nel Canton Grigioni in Svizzera, dove è localizzata Curia Raetorum (l'odierna Coira), allo Steinberg nel Tirolo nord-orientale, e alla Germania meridionale a sud del Danubio. La toponomastica più antica del Bellunese (es. Arten, Belluno, Cismon) e del Friuli (Ampezzo, Esemon, Fanna, Inglagna, Pisimoni, Senons, ecc.) dimostrerebbe una presenza, che potremmo per ora definire "pararetica", per tutta l'area alpina e prealpina della regione.

La tradizione storiografica greco-romana faceva discendere i Reti dagli Etruschi padani, dispersi dall'arrivo dei Galli; tale rapporto di discendenza è oggi respinto, poiché le evidenze archeologiche lo smentiscono decisamente, mentre la linguistica recente ha confermato una parentela tra la lingua retica e quella etrusca, entrambe ricondotte alla famiglia tirsenica. Si ipotizza che la separazione tra le due lingue risalga a un momento della preistoria precedente all'età del bronzo, con «la comune origine della famiglia linguistica da collocare in tempi più antichi, almeno all'età neolitica ed eneolitica».

A seguito della conquista dell'arco alpino effettuata sotto l'imperatore Augusto tra il 16 a.C. e il 15 a.C. i popoli retici furono sottomessi a Roma, e successivamente inseriti nella provincia di Rezia.

Etnonimo Il nome dei Reti è collegato dalle fonti latine al re eponimo "Reto", comandante delle popolazioni etrusche dell'area padana costrette a riparare sulle Alpi dall'arrivo dei Galli. La figura di Reto compare per la prima volta in Pompeo Trogo ed è ripresa da Plinio il Vecchio; secondo Elvira Migliario la sua attestazione relativamente tarda, rispetto ad analoghe invenzioni di capi eponimi, indica un'elaborazione fondata su stereotipi consolidati. Nelle iscrizioni in lingua retica l'etnonimo è attestato come Reite, Reituò, Reitu, Reitui, Ritie, Ritaliesi.Giuseppe Sassatelli, Etruschi, Veneti e Celti. Relazioni culturali e mobilità individuale, in Mobilità geografica e mercenariato nell'Italia preromana, Atti del XX Convegno Internazionale di Studi sulla Storia e l'Archeologia dell'Etruria (Orvieto 2012), Roma 2013, pp. 397-427.

Storia

Le origini nelle fonti greco-romane Le notizie che le fonti antiche tramandano sui Reti costituiscono un piccolo corpus, i cui autori si collocano in orizzonti cronologici diversi e disponevano di informazioni disomogenee: secondo Elvira Migliario, ciò rende metodologicamente improprio combinarne i dati indistintamente, e impone di ricondurre ciascuna testimonianza al proprio contesto storico-culturale.

La più antica attestazione dell'etnonimo risale a Polibio (II secolo a.C.), il quale, in un passo tramandato da Strabone, nomina i Reti tra le popolazioni attraverso i cui territori si raggiungevano i quattro principali valichi alpini, presumibilmente per il passo di Resia. La menzione prova che già nel II secolo a.C. esisteva sul versante italiano delle Alpi un'entità nota con un etnonimo trascritto in greco come Ῥαιτοί, notizia che Polibio poteva avere ricavato dal confinante mondo veneto.

La discendenza dei Reti dagli Etruschi è tramandata da Pompeo Trogo e da Tito Livio, entrambi attivi in età augustea, che la attribuiscono concordemente alla diaspora degli Etruschi padani provocata dalla calata dei Galli, ma con dettagli divergenti che ne indicano l'indipendenza reciproca pur nella probabile derivazione da una o più fonti comuni. La figura del condottiero eponimo Raetus compare per la prima volta in Trogo. Livio sostiene che lorigo delle popolazioni alpine, e dei Reti in primo luogo, risaliva senza dubbio (haud dubie) agli Etruschi, ma che costoro, inselvatichiti dall'ambiente alpino, non conservavano del loro passato (ex antiquo) se non l'inflessione della lingua (sonum linguae), e neppure inalterata (incorruptum). Plinio il Vecchio assume invece un atteggiamento prudente: ripropone l'origine etrusca e la figura di Raetus, ma relegandole nel campo del «si dice» (arbitrantur), dichiarando così indirettamente di averle tratte da fonti che reputava poco attendibili.

Secondo Migliario, l'idea di una derivazione dei Reti dagli Etruschi va dunque collocata in un orizzonte relativamente recente, posteriore alla grande invasione gallica tra la fine del V e l'inizio del IV secolo a.C. e alla conseguente dispersione degli Etruschi padani; la sua elaborazione è verosimilmente da ricondurre ad ambienti veneti, non prima del III-II secolo a.C., e riferita ai gruppi retici stanziati nella media valle dell'Adige, gli unici noti alla cultura greco-romana prima che gli interessi strategici di età cesariana spostassero l'attenzione verso i Reti transalpini.

Le fonti di età imperiale (Strabone, Velleio Patercolo e Cassio Dione) sono di origine storiografico-memorialistica e introducono il tema della legittimità della guerra retica, motivata dalla necessità di neutralizzare le incursioni: nessuna di esse fa cenno alla presunta origine etrusca dei Reti, così come tacciono in proposito le celebrazioni encomiastiche delle campagne augustee, dalle odi oraziane alla consolatio ad Liviam fino alle statue degli ethnê nel Sebasteion di Afrodisia in Caria. Nella sua Geografia Strabone associa i Reti ai Vindelici, collocandoli sopra "Verona e Como" e attribuendo alla "stirpe retica" anche i Leponzi e i Camuni:

Quanto alla notizia pliniana secondo cui i Reti erano «divisi in molte comunità» (in multas civitates divisi), Migliario osserva che il termine civitates designa comunità ormai strutturate «civicamente», e rimanda perciò a un orizzonte non anteriore all'età augustea: la suddivisione descritta da Plinio riflette la situazione del suo tempo e non va proiettata sulle fasi protostoriche, per le quali si parlerebbe piuttosto di gentes a organizzazione tribale.

Reti ed Etruschi: la questione della discendenza Sebbene tre autori antichi (Livio, Pompeo Trogo e Plinio il Vecchio) facciano discendere i Reti dagli Etruschi padani, la storiografia e l'archeologia contemporanee respingono tale rapporto di discendenza. A partire dal XIX secolo la tradizione antica era stata addirittura rovesciata: alcuni studiosi, tra cui Benedetto Giovanelli (1844), Barthold Georg Niebuhr e Theodor Mommsen, ipotizzarono al contrario che fossero gli Etruschi a provenire da nord, dai territori alpini, e quindi a discendere dai Reti. Lo stesso Mommsen, che coniò per gli alfabeti dell'Italia settentrionale il termine «Nordetruskische Alphabete», avvertì però che una parentela tra alfabeti non implica una parentela tra le lingue sottostanti, e considerò i dati allora disponibili insufficienti per identificare la lingua retica. Tali dispute ottocentesche, incentrate sulla mera esegesi delle fonti scritte, sono oggi considerate superate dall'acquisizione sistematica dei dati archeologici.

Secondo Franco Marzatico le evidenze archeologiche smentiscono decisamente il rapporto di discendenza, mentre la corrispondenza tra retico ed etrusco rilevata dalla linguistica recente induce a ipotizzare che la percezione antica di tale affinità abbia dato origine alla ricostruzione erudita della discendenza dei Reti dagli Etruschi. Lo stesso studioso osserva che, pur in presenza di un'influenza etrusca documentata (tra cui l'adozione dell'alfabeto), i dati archeologici sono insufficienti a sostenere una discendenza, e che furono verosimilmente le somiglianze linguistiche ed epigrafiche tra etrusco e retico a indurre gli eruditi romani a presupporre tale legame genealogico.

Da una prospettiva etruscologica, Enrico Benelli giunge alla medesima conclusione muovendo dalla cultura materiale: escludendo la circolazione di oggetti propria dei rapporti di scambio transalpini, le relazioni tra le facies considerate espressione dei Reti e il mondo etrusco risultano sostanzialmente inesistenti. Le divergenze riguardano il rituale funerario (in ambito retico è assente la funzione del corredo come marcatore di status, centrale invece in Etruria), le forme del culto (i grandi roghi votivi alpini, o Brandopferplätze, sono sconosciuti nella penisola) e l'epigrafia (le iscrizioni retiche si concentrano nei contesti sacri, come nel vicino Veneto, e i loro formulari non presentano traccia dei modelli espressivi tipici dell'etrusco). Benelli conclude che, nel corso del I millennio a.C., il mondo retico e quello etrusco furono caratterizzati da facies del tutto indipendenti, il cui principale riferimento culturale fu semmai il confinante mondo veneto, e che, in assenza delle relazioni linguistiche e della testimonianza degli storici antichi, nulla indurrebbe a postulare un rapporto tra Etruschi e Reti.

I contatti con Etruschi e Celti Durante l'Età del ferro, soprattutto dal VI secolo a.C., si affermò nell'area tra il Tirolo e il Trentino la cultura di Fritzens-Sanzeno, che perdurò fino alla conquista romana del I secolo a.C. Prima della discesa dei Galli nella pianura Padana, all'inizio del IV secolo a.C., il mondo etrusco-italico fu l'interlocutore privilegiato della classe dirigente retica, raggiunto attraverso la valle dell'Adige e i passi della Resia e del Brennero: gli apporti dalla penisola si colgono nella sfera ideologica, negli schemi iconografici della plastica minore e nei caratteri dell'alfabeto sanzenate, derivato da quello nord-etrusco.

I rapporti con il mondo celtico furono intensi già a partire dal V secolo a.C. L'analisi degli oggetti tipo La Tène rinvenuti nell'arco alpino centro-orientale, un corpus di circa 1180 reperti da un centinaio di siti, per metà elementi dell'armamento e per metà oggetti d'ornamento, documenta la complessità di tali contatti, che si tradussero non in semplici importazioni ma in rielaborazioni locali dei modelli celtici. Fra i reperti eccezionali figura un karnyx, la tromba da guerra celtica a padiglione zoomorfo, di cui due esemplari frammentari furono rinvenuti a Sanzeno e identificati solo di recente grazie al confronto con il deposito di Tintignac, in Francia.

Sul piano metodologico, Roncador, riprendendo un'osservazione di Sassatelli, rileva che alle narrazioni delle fonti letterarie, incentrate su battaglie ed espulsioni di popolazioni, i dati dell'epigrafia e dell'archeologia oppongono un quadro più sfumato e articolato. La cultura di Fritzens-Sanzeno si configura così come una facies dalla forte specificità ma permeabile agli apporti circostanti: l'alfabeto nord-etrusco, gli elementi votivo-artistici di matrice veneta e i modelli celtici.

Tra la fine del V e l'inizio del IV secolo le popolazioni celtiche si insediano nella pianura Padana; i Celti Cenomani, inseritisi tra i fiumi Oglio e Adige, sostituiscono gli Etruschi nei traffici con i Reti.

Tra IV e III secolo a.C. la cultura retica conobbe una significativa espansione verso sud, fino ai margini dei Monti Lessini veronesi, fenomeno riconoscibile soprattutto dalla distribuzione delle iscrizioni retiche. Traccia di questo sostrato è il pagus Arusnatium della Valpolicella, che in età romana imperiale conservava un pontifex sacrorum Raetorum e iscrizioni preromane retiche, e che è interpretato come una civitas degli Arusnates in origine adtributa a Verona.

La conquista romana