Fu soprannominato la Volpe Savoiarda.

Col suo lungo governo trasformò radicalmente la politica sabauda, fino ad allora influenzata dalle potenze straniere quali Francia o Spagna, rivendicando orgogliosamente l'indipendenza del piccolo stato dalle vicine nazioni (si pensi, ad esempio, all'episodio dell'assedio di Torino). Vittorio Amedeo II seppe portare avanti questa strategia sino a cingere l'ambita corona reale.

Biografia Infanzia e giovinezza

Figlio di Carlo Emanuele II di Savoia e di Maria Giovanna Battista di Savoia-Nemours, fu battezzato con i nomi di Vittorio Amedeo Francesco e fu subito nominato principe di Piemonte, titolo che nello Stato sabaudo spettava tradizionalmente all'erede al trono.

Da quando il padre Carlo Emanuele II di Savoia era asceso al trono nel 1638, ad appena quattro anni, principe ereditario era stato prima il cardinal Maurizio (sino al 1657), e poi il nipote di questi Emanuele Filiberto di Savoia-Carignano. Quando Carlo Emanuele II di Savoia morì improvvisamente, Vittorio Amedeo II si trovò ad esser duca ad appena nove anni e il principe di Carignano ridivenne erede al trono.

La reggenza venne affidata alla madre, donna ambiziosa e intrigante, ma non energica, la quale aveva tutto l'interesse a mantenere lo Stato sabaudo nell'orbita francese, in cui già si trovava, e possibilmente a conservare il potere. Per questo motivo "Madama Reale" (titolo che le spettava in quanto il suo defunto marito si era insignito del titolo di re di Cipro e di Gerusalemme, come erede dei Lusignano), sorella di Maria Francesca di Savoia-Nemours, regina del Portogallo, cercò di indurre il figlio a un matrimonio con la cugina Isabella Luisa di Braganza, figlia di Pietro II del Portogallo. All'epoca Vittorio Amedeo aveva soltanto tredici anni, per cui fu facile giungere all'accordo matrimoniale, che l'avrebbe visto divenire re del Portogallo e che l'avrebbe obbligato al soggiorno a Lisbona dal momento della celebrazione del matrimonio. L'atto venne rogato il 15 maggio 1679..

Ma il giovane principe non aveva intenzione di partire: quando il delegato lusitano, il duca di Cadaval Nuno Álvares Pereira de Melo, arrivò a Torino, Vittorio Amedeo si dichiarò colto da un attacco di febbre finché non riuscì ad evitare le nozzeLo storico Carutti, a cui la biografia scritta da F. Rocci si rifà abbondantemente, così ricorda il male del principe ereditario: . Per i suoi sudditi piemontesi, che avevano visto con terrore la possibilità che il loro duca diventasse re del Portogallo, temendo che il Piemonte si trovasse nella stessa condizione della Lombardia nei confronti della Spagna, fu momento di gran festa.

È in questo momento (verso il 1680) che avvennero moti insurrezionali in molte parti del Piemonte, specialmente a Mondovì (le cosiddette guerre del sale).

Guerre del sale

Le agitazioni erano dovute alle impopolari gabelle sul sale e alle imposte tributarie che tutte le città sabaude dovevano versare alla Corona dai tempi di Emanuele Filiberto.. Il clero ne era ovviamente esentato. Dai tempi del duca "Testa di Ferro" non era cambiato l'ammontare della cifra che ogni comune doveva versare annualmente e si erano generati grandi squilibri, aumentando il malcontento popolare. Un malcontento che esplose con violenza a Mondovì, dove i popolani si rifiutarono di pagare le imposte all'emissario sabaudo, Andrea Cantatore di Breo. Questi era un ex frate cappuccino che aveva abbandonato la tonaca e che ora odiava la religione ed i suoi ministri. I primi monregalesi che egli visitò furono ovviamente i religiosi, a cui sottrasse anche dei tesori.

Questi cercarono di reagire e si organizzarono in compagnie per stanare il Cantatore, ma non riuscirono a rintracciarlo, anche perché si trovarono di fronte le masnade degli scagnozzi dell'esattore, armati di tutto punto, contro i quali i semplici frati non potevano sperare di avere la meglio. Intanto l'intera Mondovì era insorta. Da Torino venne richiamato il Cantatore e venne inviato don Gabriele di Savoia, con l'esercito, per piegare definitivamente i rivoltosi. All'inizio sembrò semplice sottomettere i poveri contadini, armati per lo più solo con i loro attrezzi da lavoro, ma i successi di don Gabriele erano apparenti: quando un paese veniva sottomesso, un altro insorgeva. A Montaldo, uno dei paesi più tenaci nella ribellione, i soldati regi persero più di duecento uomini contro la decina di contadini montaldesi che avevano attaccato l'esercito sabaudo per vari giorni con azioni di guerriglia. Gli stessi montaldesi occuparono poi la fortezza regia di Vico.

I moti raggiunsero così rapidamente dimensioni pericolose: c'era la possibilità che tutto il Piemonte insorgesse. Perciò, la Madama Reale dovette cedere alle richieste dei monregalesi e si rappacificò con loroIl governo piemontese concedette: "ampia garanzia et intera remissione a tutti li banditi et inquisiti della Città e Provincia del Mondovì d'ogni pena [....] per i delitti da loro commessi dà hoggi per l'indietro".. I rappresentanti della città di Mondovì si recarono a Torino per stipulare i trattati e furono accolti cordialmente anche dal giovane duca Vittorio Amedeo, ancora costretto a letto da quella febbre che aveva impedito il matrimonio con la cugina portoghese.

Primo matrimonio e presa del potere

Nonostante avesse raggiunto la maggiore età nel 1681 (per i sovrani essa era segnata dal raggiungimento del quindicesimo anno d'età), Vittorio Amedeo II non aveva ancora preso realmente il potere nelle sue mani. Per farlo, egli aveva bisogno di spezzare l'alleanza che la madre aveva stretto con Luigi XIV di Francia e di cui il progettato matrimonio portoghese era solo una delle conseguenze. Egli allora scelse di condurre direttamente le trattative per il proprio matrimonio e, spiazzando la madre, si rivolse proprio a Luigi XIV. Tradizionalmente, i principi sabaudi sposavano figli di imperatori o di re (e soprattutto non sposavano mai principesse italiane, le cui famiglie consideravano di rango inferiore)A. Merlotti, Politique dynastique et alliances matrimoniales de la Maison de Savoie au XVIIe siècle, in «Femmes d'influences? Les Bourbons, les Habsbourg et leurs alliances matrimoniales en Italie et dans l'Empire au XVIIe siècle», a cura di Y.-M. Bercé, «XVIIe siècle», LXI (2009), f. 2, pp. 239-255.. A causa del legame con la Francia determinatosi dopo la sconfitta di Carlo Emanuele I nel 1630, era necessario che tale principessa fosse francese. Tuttavia Luigi XIV non aveva avuto figlie femmine. Già Carlo Emanuele II aveva sposato in prime nozze Francesca Maddalena d'Orléans, figlia di Gastone di Francia, Duca d'Orléans, fratello di Luigi XIII, che era all'epoca la principessa più vicina al re di Francia. Vittorio Amedeo II fece lo stesso. Poiché Luigi XIV aveva avuto solo figli maschi, la scelta della sposa cadde su Anna Maria di Orléans, figlia di Filippo di Francia, Duca d'Orléans, fratello del re. Si noti che solo pochi anni prima, nel 1679, la sorella maggiore della sposa, Maria Luisa (1662-1689), aveva sposato il re di Spagna Carlo II.

Con la stipula del contratto di nozze, Vittorio Amedeo II s'era garantito l'appoggio di Luigi XIV. Poté, quindi, sferrare con tranquillità l'attacco alla madre, dichiarando l'assunzione diretta del potere. A Maria Giovanna Battista non restò che fare buon viso a cattivo gioco, accettando la situazione e scrivendo al figlio un'affettuosa lettera, in cui ella stessa dichiarava di volergli consegnare spontaneamente il potere che lei tanto gelosamente aveva mantenuto fino ad allora nelle sue mani. Da allora, comunque, i suoi rapporti col figlio divennero ancora più freddi e durante la guerra della Lega di Augusta non esitò ad inviare a Luigi XIV copia dei bilanci militari sabaudi per informarlo di quali fossero le vere forze di Vittorio Amedeo.

Persecuzioni dei valdesi

Ancora una volta si assistette alle persecuzioni dei valdesi. Era un'espressa volontà di Luigi XIV, infatti, che la minoranza valdese fosse annientata. La Corona di Torino, in parte per quanto accaduto al tempo delle guerre dei Principisti e dei Madamisti e molto a causa della politica di Madama Reale, era ormai completamente asservita ai "consigli" che arrivavano, a guisa di ordini, da Versailles e Vittorio Amedeo dovette accettare la presenza in Piemonte di un grosso contingente francese per cacciare i Valdesi.

Gli orgogliosi seguaci della dottrina di Pietro Valdo, infatti, vivevano nelle loro valli intorno a Torre Pellice e, minacciati, fecero della Val d'Angrogna la loro roccaforte. La persecuzione iniziò nel 1686 e ci furono episodi di ferocia, a cui sopravvissero pochissimi eretici. Gli altri, o condannati sommariamente o incarcerati a Torino e Cherasco, furono tenuti in condizioni durissime e privati di ogni conforto spirituale (se si esclude l'intervento che ebbe il Valfré) e vennero liberati solo dopo una lunga prigionia per intercessione dei Cantoni della Svizzera, che accettarono di accoglierli come profughi.

Pochissimo tempo dopo, mutato il clima politico con l'avvicinamento della Grande Alleanza a Vittorio Amedeo per staccarlo dall'alleanza francese e indebolire Luigi XIV, i superstiti, guidati da Giosuè Janavel e dal pastore Arnaud, rientrarono nel Ducato, con il cosiddetto "Glorioso rimpatrio", battendosi contro i francesi, ma evitando accuratamente le truppe ducali che, da parte loro, li cercavano solo dove sapevano di non trovarli.

Vittorio Amedeo II si ribella alla Francia

Vittorio Amedeo sapeva che, se voleva garantirsi la sopravvivenza politica dello Stato, doveva liberarsi dalla sempre più opprimente influenza della Francia. Per questo, quando si formò la Lega di Augusta, fondata nel 1686 tra le principali potenze europee per contrastare la politica espansionistica di Luigi XIV, pur prendendo contatti col sovrano transalpino, decise di aderirvi e si recò a Venezia in incognito per poter discutere con i rappresentanti della Lega.

Luigi XIV, entrato in guerra all'improvviso contro la Lega nel 1688, chiese a Vittorio Amedeo tre reggimenti da 1.000 fanti ciascuno; egli rispose di poterne dare solo 1.200, perché i suoi reggimenti ne contavano 400 l'uno. Luigi XIV si accontentò, ma poi gli vietò di ricorrere a nuovi arruolamenti, imponendogli pure di limitare gli effettivi dell'esercito ducale a non più di 2.000 uomini, ragion per cui, verso la fine del 1689, Vittorio Amedeo, dicendosi indifeso, volle richiamare i suoi reggimenti che militavano nelle file francesi in Fiandra, ma Luigi gli diede scacco: non gli restituì i piemontesi e gli offrì invece 5 o 6.000 dragoni francesi.

Apparentemente gli impediva di dirsi indifeso – nei confronti degli spagnoli dello Stato di Milano, 6.000 francesi costituivano una dissuasione maggiore che 1.200 piemontesi - ma in realtà lo manteneva debole e gli imponeva un esercito d'occupazione. Per di più a Versailles si sapeva che le forze sabaude ammontavano a 9-10.000 uomini, poiché Madama Reale aveva mandato al ministro Louvois una copia del bilancio di quell'anno, da cui risultavano un'entrata di 8 milioni di lire e la forza dell'esercito.