La Vulgata (AFI: ) è una traduzione in latino della Bibbia dall'antica versione greca ed ebraica, realizzata alla fine del IV secolo da San Girolamo.
Il nome è dovuto alla dicitura latina vulgata editio, cioè "edizione per il popolo", che richiama sia l'ampia diffusione che ottenne (in precedenza con Vulgata si indicava la traduzione della versione dei Settanta, che ebbe anch'essa notevole diffusione), sia lo stile non eccessivamente raffinato e retorico, più alla portata del volgo.
Dalla proclamazione di ufficialità durante il Concilio di Trento (1545-1563) fino al Concilio Vaticano II (1962-1965), quando fu ulteriormente revisionata, la Vulgata ha rappresentato la traduzione canonica della Bibbia per l'intera Chiesa cattolica.
Origine
Nei primi secoli dell'era cristiana circolavano tra le chiese cristiane dell'impero romano d'occidente, di lingua latina, numerose versioni non ufficiali della Bibbia, oggi indicate complessivamente con la dicitura Vetus latina, cioè 'vecchia (traduzione) latina'. In particolare, le traduzioni più antiche, del II secolo, sono indicate col nome di Afra, in quanto diffuse nelle province romane dell'Africa del nord. La Itala, redatta tra il II-III secolo, divenne di uso comune in Italia.
Il carattere non ufficiale di tali versioni favorì notevolmente l'adattamento e l'interpretazione personale, producendo una notevole varietà di letture: per il Vangelo di Luca, per esempio, si arrivò a una stesura complessiva di non meno di 27 versioni, più o meno differenti tra loro. Nel caso dell'Antico Testamento, inoltre, il lavoro di traduzione era svolto a partire dalla traduzione greca della versione dei Settanta, e non dai testi originali ebraico-aramaici. Al confronto con i testi originali, pertanto, le Veteres mostravano una qualità decisamente scadente, molto letterale e diffusa in aree geografiche circoscritte (come la Hispanica, Itala o Afra).
Per porre fine a tale anarchia e assicurare alla Chiesa una traduzione di qualità migliore il papa Damaso I si rivolse nel 382 al suo segretario personale, Sofronio Eusebio Girolamo (circa 347-420), dotato di una notevole preparazione letteraria latina (Cicerone in particolare) e greca. Entrambi erano letterati e amanti dei classici latini, quindi persuasi del fatto che la traduzione di un testo sacro così importante dovesse essere dignitosa anche nella lingua di destinazione, una traduzione bella e poetica, valida anche dal punto di vista artistico e retorico.
Girolamo condivide un aspetto del pensiero di Cicerone: occorre rifuggire dalla tentazione di uno stretto letteralismo, nella convinzione che tradurre è riportare il senso secondo le forme proprie della lingua che si utilizza. Ma Girolamo, nel contempo, sostiene anche che tale criterio debba essere temperato nei confronti della Sacra Scrittura, dal momento che in essa «anche l'ordine delle parole è un mistero».Giuseppe Betori, Italia, la Bibbia chiede spazio, pubblicato su Avvenire il 9 maggio 2008.
A Girolamo fu chiesta una traduzione dalle lingue originali, che favorisse l'unità nella liturgia, eliminando anche errori e imprecisioni delle precedenti traduzioni. Il lavoro iniziò con una revisione dei 4 vangeli sul testo greco originale. Nel 386 Girolamo si trasferì a Betlemme, in Palestina, dove poté studiare la lingua ebraica e aramaica. A partire dal 390, si dedicò alla revisione dell'Antico Testamento, che tradusse in gran parte fino al 405, in 15 anni di lavoro.
Data la sua autorevolezza (era stata commissionata direttamente dal papa), la Vulgata soppiantò gradualmente le precedenti versioni latine: adottata da alcuni scrittori già nel V secolo, dal VI secolo diventò di uso comune, fino a diventare la versione egemone della Chiesa latina occidentale nel IX secolo. La Vulgata è tuttora il testo liturgico della Santa Messa in latino.
Fonti della traduzione
Oltre alle precedenti traduzioni latine indicate collettivamente col nome Vetus latina Girolamo aveva anche a disposizione i testi originali in ebraico, aramaico, greco e l'allora autorevolissima versione greca dell'Antico Testamento detta dei Settanta. Data la scarsa conoscenza che abbiamo delle differenti versioni latine pre-vulgata non è possibile sapere con certezza quanto del lavoro di Girolamo sia stata una revisione dei testi precedenti e quanto sia stata una traduzione ex novo. A grandi linee, vi è un sostanziale accordo tra gli studiosi su questo quadro: i 38 libri in ebraico dell'Antico Testamento, eccetto i Salmi, furono tradotti ex novo dal testo ebraico che verrà poi definito testo masoretico. il libro dei Salmi è stato oggetto di una triplice versione: la prima, nota come Versio Romana, fu realizzata da Girolamo già nel 382, è una revisione di una precedente traduzione latina adattata al testo della Settanta. la seconda, nota come Versio Gallicana, fu realizzata tra il 386-391 a partire dal testo greco dell'Esapla di Origene. Divenne la versione prevalente nelle tarde edizioni manoscritte della Vulgata. la terza versione fu realizzata tra il 398-405 a partire dal testo originale ebraico. i libri deuterocanonici di Giuditta e Tobia sono una traduzione ex novo dal testo originale greco della Settanta. gli altri 6 libri deuterocanonici greci e i 27 libri del Nuovo Testamento, inclusi i Vangeli, sono una revisione di precedenti versioni latine.
Va ribadito che tale quadro è solo approssimativo: nel caso di revisioni di precedenti traduzioni latine Girolamo a volte preferisce le letture presenti nei testi originali; altre volte, al contrario, nel caso di brani tradotti ex novo dai testi originali preferisce letture presenti nella Settanta o in precedenti traduzioni latine.
La predilezione per lHebraica veritas deriva da incongruenze della Settanta, e della Vetus basata su di essa. Esempi: “Angelo del gran consiglio”, di Isaia 42,1 dove il testo ebraico ha “mio servitore e mio eletto” ed il testo greco “mio servitore Giacobbe e mio eletto Israele”, di Daniele 2,22 dove l’ebraico ha “la luce è con Dio” ed il testo greco “il riposo è con Dio”, di Osea 11,11 dove il testo ebraico porta “dall’Egitto ho chiamato mio figlio” ed il testo greco “dall’Egitto ho chiamato i miei figli” e di Proverbi 8,22 dove il testo ebraico ha “Dio mi generò” o “Dio mi ebbe con se” ed il testo greco “Dio mi creò”.
Stile della traduzione
Dal punto di vista teorico, Girolamo è noto per avere applicato su larga scala il principio traduttologico della resa ad sensum: in una lettera indirizzata a Pammachio, genero della nobildonna romana Paola, scrisse:
Dal punto di vista pratico, il testo di Girolamo, sebbene aderente il più possibile ai testi originali,Vedi p.es. la brillante soluzione adottata in Gen per rendere il gioco di parole tra 'ish (uomo, vir) e 'issha (donna, virago). cerca in parte di latinizzare alcuni grecismiDiversamente dalle vetus latina, Girolamo p.es. usa spesso si + condizionale e ut + condizionale). e semitismiLa catena paratattica ebraica, costituita da una serie di wa... wa..., non viene resa da una monotona serie di et... et... come nelle vetus latina ma tradotta variamente con autem... et... -que... quoque... igitur... ergo... che erano già presenti nelle precedenti versioni latine.
In alcuni loci Girolamo opta per le traduzioni che si mostrano in accordo con la fede cristiana, accogliendo talvolta lezioni già presenti nel greco della Settanta che derivavano dalla fortissima attesa messianico-escatologica presente nei secoli precedenti la venuta di Cristo. Dal confronto col testo originale ebraico o greco tali varianti, come anche numerose altre rese, possono essere considerate come 'errori' di traduzione.Per esempio, Girolamo rese il termine greco agàpe col latino càritas, seguito poi dalle principali versioni moderne, anche protestanti (King James, Wycliff, Diodati), e dalla contemporanea Bibbia CEI (v. per es. ). Attualmente, però, nel linguaggio quotidiano contemporaneo 'carità' ha un campo semantico sensibilmente diverso da quello originario (solitamente è sinonimo di 'elemosina'), anche se in parte lo mantiene (v. enciclopedia Treccani, che dà appunto come primo significato di carità "L'amore, che secondo il concetto cristiano, unisce gli uomini con Dio e tra loro attraverso Dio..."). La resa di agape con caritas, dunque, viene da alcuni considerata come un errore (vedi Artur Noble "Può una Chiesa che ha bandito, bruciato e travisato la Bibbia essersi convertita fino a raccomandarne la lettura?"), ma non appare come tale se considerata nell'insieme semiotico originario.
In particolare: in Is il termine ebraico ‘almah, giovane donna, venne reso col greco parthènos, vergine, e ripreso da Girolamo col latino virgo, diventando una prefigurazione della miracolosa nascita di Cristo; in Sal (16,10 TM) shàhat, sepolcro, diventa diafthoràn in greco, corruptionem in latino, prefigurando la risurrezione di Cristo.
Prologhi ai libri dell'Antico Testamento Oltre ad occuparsi della traduzione del testo biblico, Girolamo redasse 19 in latino ai singoli libri o a insiemi di essi: Genesi (riferito all'intero Pentateuco); Giosuè; Re; Cronache; Esdra; Tobia; Giuditta; Ester; Giobbe; Salmi; libri attribuiti a Salomone (Proverbi, Qoelet, Cantico dei Cantici); Siracide; Isaia; Geremia; Ezechiele; Daniele; dodici Profeti Minori; Vangeli; Lettere di Paolo (conosciuto anche come Primum quaeritur, dall'incipit).
Per Girolamo, nel testo ebraico sarebbe prefigurata con più chiarezza la venuta di Gesù e le caratteristiche del suo ministero. Un tema ricorrente presente nei prologhi ai libri dell'Antico Testamento è la preferenza accordata allHebraica Veritas, vale a dire al testo ebraico, a discapito del testo greco della Settanta. Tale scelta non può che apparire, alla luce della moderna consapevolezza storico-critica acquisita negli studi biblici, pienamente giustificata. Ai suoi tempi, tuttavia, Girolamo fu fatto oggetto di numerose critiche: la lingua per eccellenza della cultura ellenista e romana era il greco, mentre l'ebraico, agli occhi dei dotti, non appariva che la lingua, già morta da secoli, di un periferico popolo del Mediterraneo.
Circa il Primum quaeritur, cioè il prologo alle lettere di Paolo, in essa è difesa la tesi dell'origine paolina della Lettera agli Ebrei, che non presenta indicazioni esplicite circa l'autore, e viene proposto il paragone tra le dieci lettere e i Dieci comandamenti. Come autore di tale prologo è stata ipotizzata una figura diversa da Girolamo. I curatori della Vulgata Stuttgartensia (v. dopo) notano come tale versione delle epistole fu particolarmente popolare presso gli eretici pelagiani, e dunque è probabilmente riconducibile ad essi il Primum quaeritur. Diversa paternità è stata suggerita dall'esegeta Adolf von Harnack, che ipotizza lo gnostico Marcione di Sinope o un suo seguace.
Manoscritti Ad oggi si sono conservati un discreto numero di manoscritti della Vulgata. Tra questi sono particolarmente degni di nota: Codex Fuldensis, datato circa 545, contiene solo il testo del Nuovo Testamento, e i Vangeli sono nella versione del Diatessaron. È conservato presso l'abbazia di Fulda, in Germania. Codex Amiatinus, datato inizio VIII secolo, è il testimone più autorevole e completo della Vulgata. Fu commissionato dal monaco anglosassone Ceolfrid nel 692. Per secoli è stato conservato in un monastero presso il monte Amiata, in Toscana, donde il nome. Attualmente è conservato a Firenze nella Biblioteca Medicea Laurenziana.
Revisioni della Vulgata Già a partire dall'alto medioevo si è verificato per i manoscritti della Vulgata quanto avveniva nelle trascrizioni amanuensi: la comparsa di varianti di lezione accidentali, veri e propri errori di trascrizione, cosicché nessuna copia era perfettamente uguale all'originale, che era a sua volta una copia.
Edizioni manoscritte (VI-XV secolo)