La grande depressione del XIX secolo, detta anche lunga depressione, fu una crisi economica – la prima a essere chiamata tale per vastità di portata ed estensione temporale in cui dispiegò i suoi effetti – che ebbe inizio a Vienna nel 1873 e si propagò anche negli Stati Uniti d'America durante la presidenza di Ulysses S. Grant, dopo oltre vent'anni di incessante crescita economica determinata dalla seconda rivoluzione industriale e si protrasse sino alla fine del XIX secolo.
Il mondo sviluppato conobbe prima una crisi agraria, cui si aggiunse poi una parallela crisi industriale, con forti riduzioni della domanda, profitti marginali calanti e scarsa circolazione monetaria (che comunque non riguardò tutti i Paesi), anche se il prodotto interno lordo (PIL) complessivo si mantenne in crescita costante, senza mostrare cioè caratteri puramente recessivi. Una forte e perdurante deflazione, a livelli strutturali, durante l'intero ventennio innescò massicci licenziamenti e riduzioni dei salari, repressioni ai danni dei sindacati e vasti movimenti migratori dalle campagne alle città e dalle aree meno sviluppate a quelle economicamente più forti del mondo.
Descrizione
La crisi ebbe avvio in Europa con una forte ondata di vendite sulla piazza borsistica di Vienna l'8 maggio 1873, per il timore generalizzato della perdita dei risparmi da parte degli investitori. Negli Stati Uniti d'America invece, il 18 settembre successivo, il fallimento (a causa di ingenti prestiti, divenuti irrecuperabili, investiti nel settore ferroviario, in particolare nella Northern Pacific Railway) della grande banca newyorkese Jay Cooke & Company, uno dei maggiori istituti statunitensi, diede il via ad un'ondata di panico (panico del 1873) che si diffuse nell'economia statunitense e poi in tutti gli altri paesi industrializzati. Nel giro di pochi mesi la produzione industriale degli Stati Uniti cadde di un terzo per la mancanza di acquirenti mentre aumentava a dismisura la disoccupazione. Presto la crisi si diffuse anche in Gran Bretagna, Francia e Germania.
La carenza sul lato della domanda provocò un improvviso e rovinoso calo dei prezzi (deflazione che interessò l'intero ventennio di crisi), con una quantità sempre crescente di scorte di magazzino invendute che indussero i produttori ad avviare massicci licenziamenti nel settore industriale. La crisi ebbe avvio anche da una scarsa circolazione monetaria (in generale declinante, tranne casi isolati come quello dell'Austria-Ungheria e della Russia, dove la circolazione monetaria aumentò) in una fase caratterizzata dall'entrata in vigore della convertibilità della moneta in oro (gold standard) in numerosi paesi industrializzati e la fine del bimetallismo.
Nel settore agricolo l'ingresso ingente di merci statunitensi in Europa (favorito dai miglioramenti nel settore dei trasporti, col passaggio dalla vela al vapore), a seguito di annate agricole negative, provocò una caduta dei prezzi che mandò in rovina moltissimi piccoli produttori (vissuti fino ad allora all'interno di un mercato regionale caratterizzato da bassi profitti e tecnologicamente arretrato rispetto a Gran Bretagna e Stati Uniti) e innescò vasti movimenti migratori tra paesi (secondo direttrici che procedevano dall'Europa agli USA o ai paesi dell'America meridionale, dall'Europa meridionale al nord Europa), soprattutto in partenza dalle aree economicamente più deboli (paesi periferici europei, tra cui Italia, Irlanda, Spagna, Europa orientale), e dalla campagna verso la città, determinando un forte aumento dell'inurbamento e della disponibilità, in tempi successivi, di manodopera da impiegare nel settore industriale. Nel contempo la crisi del settore agricolo avviò esperimenti di specializzazione delle colture e in alcuni casi l'evoluzione in senso capitalistico delle aziende agricole soprattutto in Germania (barbabietola), Francia (vitivinicoltura) e in Italia settentrionale (Pianura padana).
La crisi di sovrapproduzione si manifestò anche come conseguenza dell'ascesa degli Stati Uniti e dell'Impero tedesco come nuove potenze mondiali. Le riparazioni imposte dalla Germania alla Francia a seguito della guerra franco-prussiana (ammontanti a 6 miliardi di franchi in oro) furono reinvestite al fine di alimentare un processo di rafforzamento del settore siderurgico (complice anche l'acquisizione di vaste aree a produzione carbonifera dell'Alsazia e della Lorena), con una susseguente euforia speculativa sui mercati borsistici. Parimenti negli Stati Uniti si avviava una forte espansione del settore ferroviario e un ingrossamento della bolla finanziaria legata al settore.
Fu la prima manifestazione di una crisi economica moderna, evidenziando la ciclicità dei processi economici, caratterizzati da fasi espansive e conseguenti fasi depressive. Mentre infatti le crisi dellAncien Régime si manifestavano sotto forma di carestie (quindi crisi da sottoproduzione), il nuovo tipo di crisi che il mondo andava sperimentando si configurava come crisi di sovrapproduzione.Karl Marx, Friedrich Engels scrivono ne Il Manifesto del Partito Comunista-I. Borghesi e Proletari: "[...]Nelle crisi scoppia un'epidemia sociale che in tutte le altre epoche sarebbe stata considerata un controsenso: l'epidemia della sovrapproduzione. La società si trova improvvisamente ricacciata in uno stato di momentanea barbarie; una carestia, una guerra di annientamento totale sembrano sottrarle ogni mezzo di sussistenza; l'industria, il commercio appaiono distrutti, e perché? Perché la società ha incorporato troppa civiltà, troppi mezzi di sussistenza, troppa industria, troppo commercio."
Crisi agraria Nel settore agricolo la crisi si manifestò come una forte eccedenza di offerta sulla domanda ovvero un aumento della produzione non sostenuto da un'adeguata domanda e l'emergere di nuove potenze nella produzione agricola, come Stati Uniti, Australia e Argentina. La caduta dei prezzi e la forte concorrenza ridussero in rovina migliaia di contadini e si accrebbe in maniera preoccupante la dipendenza europea dalla produzione agricola d'oltreoceano.
L'agricoltura ne risultò fortemente trasformata. In primo luogo il numero di occupati nel settore agricolo iniziò a diminuire costantemente. In secondo luogo l'agricoltura mondiale venne ristrutturata secondo principi di divisione del lavoro. Vi furono regioni, come il Regno Unito, dove l'agricoltura assunse un ruolo marginale rispetto all'industria. In altre zone si passò alla produzione di prodotti più redditizi e che richiedevano un minor uso di manodopera. In altre aree, come la Germania o l'Italia settentrionale, si accelerò la trasformazione delle aziende agricole in senso capitalistico per far fronte alla concorrenza statunitense.
Crisi industriale Le cause che portarono alla crisi industriale sono del tutto simili a quelle della crisi agricola: le industrie cioè producevano molto più di quanto il mercato potesse assorbire sotto forma di consumi. L'indice più vistoso della crisi fu la caduta dei prezzi.
La crisi può essere spiegata per la concomitanza di tre fattori: aumento del progresso tecnologico, che favorì un incremento della produzione di beni; aumento del numero di paesi industrializzati, e in particolare ingresso di nuovi attori economici nel mercato globale (Stati Uniti e Germania guglielmina); imposizione di bassi salari, con conseguente riduzione dei redditi e crisi sul lato della domanda aggregata.
Ad un impetuoso aumento dell'offerta di beni non corrispose un corrispettivo aumento della richiesta di beni, per la scarsa domanda dovuta all'assenza di una borghesia sufficientemente in grado, come oggi, di compensare sul lato dei consumi e della bassa circolazione monetaria. La crisi delle vendite e la caduta del saggio dei prezzi provocarono effetti immediati sul lavoro, determinando licenziamenti e disoccupazione crescente.
Ai paesi tradizionalmente industrializzati (Gran Bretagna, Belgio, Francia) si affiancarono nuove potenze con grandi capacità produttive e altri paesi a più lenta e tardiva industrializzazione (Italia, Russia, Giappone).
La situazione peggiorò ulteriormente allorché si tentò di rispondere alla caduta della produzione e dei prezzi con ulteriori riduzioni salariali. Particolarmente violente furono anche le repressioni ai danni del movimento sindacale (la National Labour Union statunitense scomparve). I tagli dei salari provocarono nuove cadute dei consumi e conseguenti ulteriori riduzioni dei prezzi, conducendo a una situazione di perdurante deflazione per l'intero ventennio.
Il PIL delle potenze europee
Il grafico evidenzia l'aumento del prodotto interno lordo dei paesi industrializzati europei nel sessantennio 1830-1890 (il prodotto industriale crebbe in maniera eguale dal 1873 al 1896, come tra il 1850 e il 1873, durante la seconda rivoluzione industriale) e il fatto che la depressione riguardò non tanto il lato della crisi produttiva (la costruzione di reti ferroviarie fu più intensa durante la depressione che nel trentennio precedente), in un'epoca di forte industrializzazione di paesi un tempo agricoli, quanto quello della scarsa propensione ai consumi. I dati sono riportati al prezzo di mercato, in miliardi di dollari (1960). Anno Russia Francia Gran Bretagna Germania ImperoAsburgico Regno d'Italia 1830 10,5 8,5 8,2 7,2 7,2 5,5 1840 11,2 10,3 10,4 8,3 8,3 5,9 1850 12,7 11,8 12,5 10,3 9,1 6,6 1860 14,4 13,3 16,0 12,7 9,9 7,4 1870 22,9 16,8 19,6 16,6 11,3 8,2 1880 23,2 17,3 23,5 19,9 12,2 8,7 1890 21,1 19,7 29,4 26,4 15,3 9,4
Effetti Le risposte che le imprese diedero per far fronte agli squilibri della crisi originarono una serie di processi che mutarono il volto dell'economia. Si apriva una nuova fase di capitalismo, il cosiddetto capitalismo organizzato, cioè un capitalismo guidato e cosciente della necessità di superare il carattere spontaneo dei processi economici. Questa nuova via quindi contraddiceva il credo capitalista che aveva dominato il mercato fino a quel momento. Iniziò una fase in cui gli imprenditori accettavano l'intervento dello Stato nell'economia.
In primo luogo, di fronte alla caduta generalizzata dei prezzi e all'inasprirsi della concorrenza, l'immediata e quasi istintiva risposta dei governi fu l'innalzamento di barriere doganali al fine di annullare o per lo meno limitare l'afflusso di merci estere. Contemporaneamente lo Stato iniziò ad assumere un nuovo ruolo (interventismo), divenendo esso stesso consumatore dei prodotti nazionali (tramite commesse pubbliche) e facendo dello sviluppo industriale uno dei compiti politici di primaria importanza.
La seconda grande conseguenza della crisi fu la creazione di monopoli (trust), tanto privati, legati alle grandi corporation in seguito alla fusione di gruppi più piccoli, quanto pubblici. Tale fenomeno fu generato dalla volontà di ridurre la forte concorrenza e quindi mantenere alti i livelli dei prezzi per mobilitare nuovi capitali per finanziare la ripresa. La crescita del potere delle imprese monopolistiche si tradusse nella crescita delle dimensioni delle fabbriche e del numero degli addetti, innescando mutamenti profondi nelle strutture produttive dei paesi.
La tendenza alla concentrazione si manifestò inoltre con un mutato rapporto tra industria e banca. Il grande bisogno di capitali necessari per la ristrutturazione rendeva necessario per le imprese attingere fondi dal risparmio di massa. Nacque così la "banca mista", così chiamata perché funzionava sia da banca commerciale (raccogliendo i risparmi della popolazione) sia da banca d'affari (investendo nelle imprese).