La teoria della pertinenza o teoria della rilevanza, elaborata dall'antropologo cognitivo francese Dan Sperber e dalla linguista britannica Deirdre Wilson, è una teoria della cognizione e della comunicazione.Il riferimento principale è Sperber & Wilson Relevance. Communication and Cognition, Blackwell 1986/1995. Imperniata su una definizione del concetto di pertinenza cui seguono due principi generali, uno cognitivo ed uno comunicativo, la teoria della pertinenza mira a rendere conto del comportamento umano negli scambi comunicativi in maniera unitaria, cognitivamente plausibile ed empiricamente testabile. Si può considerare la teoria della pertinenza come lo sviluppo più importante di una delle idee fondamentali di Paul Grice, ossia l'idea che il carattere essenziale della comunicazione è l'espressione ed il riconoscimento di intenzioni. In questo senso, essa rappresenta un modello inferenziale della comunicazione che si oppone al tradizionale modello della comunicazione come trasferimento di informazione codificata.

La distinzione tra Semantica e Pragmatica La teoria della pertinenza è un approccio alla pragmatica del linguaggio basato sulla cognizione. Un modo per chiarire che cosa si intende con "pragmatica" è quello di partire dalla distinzione tra semantica e pragmatica proposta da Charles Morris. Morris (1938), rifacendosi ad idee di Charles Sanders Peirce e di Rudolph Carnap, si propone di costruire una teoria generale dei segni, una semiotica. Individua nella sintassi, nella semantica e nella pragmatica i tre grandi campi che compongono la semiotica. La sintattica studia le combinazioni dei segni, senza curarsi dei loro specifici significati e delle loro relazioni con il comportamento in cui hanno luogo. La semantica si occupa delle diverse maniere di significare delle espressioni e delle frasi di una lingua, a prescindere dalle circostanze in cui esse sono utilizzate da parlanti determinati. La pragmatica è la parte della semiotica che prende in esame l'origine, gli usi e gli effetti dei segni in rapporto al comportamento dove essi si manifestano.

Consideriamo uno scambio comunicativo tra Pippo e Paola. (1) Pippo: “Sai l'ora?” Paola: “Sì” Consideriamo ora un secondo scambio comunicativo sempre tra Pippo e Paola. (2) Pippo: “Sai l'ora?” Paola: “Sono le 21,45”

In entrambe le situazioni Pippo pone una domanda a Paola. Paola, in entrambe le situazioni, comprende il significato della domanda e risponde. Tuttavia, mentre nel primo caso la comunicazione si svolge lungo un binario strettamente letterale, nel secondo caso sembra che la risposta di Paola presupponga che ciò che Pippo intendeva con la sua domanda vada al di là del significato della frase codificato nella grammatica della lingua italiana.

Secondo il paradigma dominante della filosofia del linguaggio del Novecento, formatosi a partire da idee fondamentali di Gottlob Frege e del Wittgenstein del Tractatus logico-philosophicus, il problema centrale della semantica, intesa come teoria del significato, è quello di stabilire le condizioni di verità degli enunciati dichiarativi. Secondo tale prospettiva, per afferrare il significato di un enunciato bisogna conoscere le circostanze possibili in cui quell'enunciato è vero, cioè, bisogna conoscere le sue condizioni di verità. Il significato di un enunciato si identifica con le sue condizioni di verità, ed il significato delle espressioni subenunciative (come le parole) consiste nel loro contributo alle condizioni di verità dell'enunciato in cui occorrono. Rispetto alla studio della pragmatica, dopo il lavoro di Morris sono state prese due principali direzioni. La prima è quella tracciata da discipline come la sociolinguistica o l'analisi conversazionale; l'altra è associata alle ricerche sul significato sviluppate in filosofia del linguaggio. Basandoci su questa seconda accezione, la pragmatica si definisce come lo studio della relazione che intercorre tra il linguaggio ed il suo uso in un contesto; la pragmatica si interessa specialmente al significato linguistico implicito ed inferenziale, al non-detto, a tutti quegli aspetti del significato che dipendono sistematicamente dal contesto in cui il linguaggio è utilizzato. In questi casi il significato che un parlante può veicolare proferendo un enunciato va al di là del significato vero-condizionale. Infatti, qui gli ingredienti che fanno la differenza sono il contesto d'uso dell'enunciato e ciò che il parlante “vuole dire” attraverso il suo proferimento. È la pragmatica quella parte dello studio generale del linguaggio che si concentra sugli impieghi concreti dei segni in un contesto comunicativo. Essa si prefigge di rendere conto dei meccanismi comunicativi che colmano il divario tra il significato enunciativo ed il “voler dire” del parlante, chiarificando ed analizzando i sistemi d'aspettative che condizionano e rendono possibile una comunicazione.

Teorie della comunicazione. Dal modello del codice al modello inferenziale Il modello del codice è ben rappresentato dalla teoria matematica dell'informazione di Shannon e Weaver (1949). Secondo questo modello, la comunicazione orale consiste nel trasferimento di messaggi, e chiama in causa due dispositivi di trattamento dell'informazione, uno d'emissione ed uno di ricezione. Il messaggio che si vuole trasmettere viene codificato dal parlante attraverso un segnale che, trasmesso attraverso un canale (aria, linea telefonica, ...), raggiunge il destinatario che lo decodifica. Per raggiungere i loro obiettivi comunicativi, il parlante ed il destinatario condividono un medesimo codice. In altri termini, per i teorici del modello del codice, un comunicatore codifica il messaggio (un pensiero, rappresentazioni mentali, ...) che intende trasmettere in un segnale esterno (un enunciato). Tale segnale è decodificato dal destinatario in modo tale che questi possa formarsi pensieri o rappresentazioni mentali analoghe a quelle del parlante, e possa così riconoscere ciò che il parlante intendeva comunicargli.

Ad un'attenta analisi il modello del codice risulta insufficiente per spiegare i processi comunicativi. Consideriamo un altro scambio tra Pippo e Paola. (3) Pippo: “Stasera usciamo a cena?” Paola: “Stasera c'è il derby!”

Come riesce Pippo ad afferrare il senso di ciò che Paola intende comunicargli? Pare esservi un “vuoto” tra il significato dell'enunciato di Paola ed il suo voler dire, il significato, cioè, che Paola intende esprimere col proferimento “Stasera c'è il derby” in (3). In questo caso non è sufficiente un'operazione di codifica – decodifica del segnale letterale per dar conto del processo comunicativo. Paola sembra fornire una risposta non pertinente alla domanda di Pippo; tuttavia, è plausibile pensare che Pippo dovrebbe riuscire senza troppa fatica a colmare lo scarto tra il significato letterale ed il significato inteso dell'enunciato di Paola. Pippo, infatti, condividendo con Paola certe informazioni, sarà in grado di capire che la risposta di Paola è negativa: quella sera Paola intende assistere ad una partita di pallone che considera irrinunciabile, piuttosto che uscire a cena con Pippo. Pippo coglie l'intenzione comunicativa di Paola non (solo) perché conosce l'italiano, ma perché conosce il mondo e conosce la sua interlocutrice, perché è razionale ed è nelle condizioni di poter interpretare qualcosa in più del semplice codice semantico. Un processo comunicativo come (3) è spiegato adeguatamente da un altro modello della comunicazione: il modello inferenziale.

Il modello inferenziale è suggerito da Paul Grice e sviluppato in seguito dai teorici della pertinenza. Secondo questo modello, il comunicatore produce un indizio del suo “voler dire” a partire dal quale il destinatario inferisce il contenuto di tale significato inteso. Questo modello ha come fondamenta due idee di Grice:

Il carattere fondamentale della comunicazione umana è l'espressione ed il riconoscimento di intenzioni Per poter inferire il significato del parlante, il destinatario viene guidato dall'aspettativa che l'enunciato soddisfi certi standard.

Seguendo la prima indicazione di Grice, ‘Paola significa qualcosa attraverso l'espressione X' è analizzato come ‘Paola intende che il proferimento di X produca un certo effetto in Pippo in forza del riconoscimento di questa intenzione’. I proferimenti creano aspettative che guidano l'interprete verso il significato inteso del parlante. La migliore ipotesi interpretativa per il destinatario è quella che meglio soddisfa queste aspettative. Seconda la prospettiva del modello inferenziale di Grice, la comunicazione è un'impresa razionale, cooperativa e finalizzata ad uno scopo. Gli scambi linguistici sono retti da un principio di cooperazione che stabilisce di contribuire alla comunicazione in maniera funzionale al suo buon andamento. Il principio di cooperazione si articola in quattro gruppi di massime, regole che, se soddisfatte, promuovono la razionalità della comunicazione conducendo al suo buon esito:

Massime della Quantità: “Da' solo le informazioni richieste, né di più né di meno”. Massime della Qualità: “Di' solo ciò che ritieni vero”. Massime della Relazione: “Sii pertinente”. Massime del Modo: “Sii chiaro ed ordinato”.

Le massime possono essere violate; se vengono violate deliberatamente e in modo palese, il destinatario avanzerà delle ipotesi tali da ricondurre la violazione alla razionalità comunicativa. Per esempio: (4) Pippo: “Ti piace il corso di diritto?” Paola: “È un corso di diritto”

Qui la risposta di Paola è informativamente nulla: la massima violata è quella della quantità. Si può immaginare che Paola abbia inteso sfruttare questa violazione per ottenere un effetto comunicativo particolare: un corso di diritto è esattamente come ce lo si aspetta: a seconda della conoscenza condivisa che si suppone, noioso oppure appassionante. La proposizione comunicata, addizionale a ciò che è stato detto esplicitamente dal parlante, è chiamata da Grice implicatura. Le implicature non sono inferenze che traiamo logicamente, sono piuttosto dei meccanismi di formazione e conferma d'ipotesi. Dati un proferimento e un contesto d'uso, il destinatario, valutando se il parlante rispetta o meno le massime conversazionali, può muovere da ciò che è detto esplicitamente a quello che il parlante vuol dire. Ciò che qui interessa non è valutare in modo puntuale la proposta griceana, bensì sottolineare come il problema centrale della pragmatica, condiviso tanto da Grice quanto dai teorici della pertinenza, sia quello di spiegare come un interprete colmi la lacuna tra il significato enunciativo ed il significato del parlante.

Il modello del codice non è adeguato per dar conto di tale scarto. Il modello inferenziale sembra invece avere più risorse per poter trovare una soluzione al problema. Infatti, la lacuna tra ciò che un parlante dice e ciò che vuole dire, ha intenzione di comunicare, pare essere colmata proprio da processi inferenziali che tengono conto del contesto in cui ha luogo la comunicazione.

La Teoria della Pertinenza. Comunicazione e Cognizione Cognizione. Una premessa La teoria della pertinenza integra una visione generale della cognizione umana con una teoria pragmatica che si propone di spiegare i meccanismi della comprensione e della comunicazione. L'ipotesi di lavoro sviluppata da Sperber e Wilson è che i proferimenti linguistici di un parlante comportino delle aspettative di pertinenza sufficienti per guidare l'interprete verso il voler dire del parlante.

Quali sono le premesse cognitive su cui si costituisce la teoria della pertinenza?