Il Boschetto di Rogoredo è il nome con cui è comunemente chiamata un'area verde della periferia sud-orientale di Milano, compresa nell'area di Porto di Mare, nota per essere divenuta, in particolare a partire dalla metà degli anni Dieci del Duemila, sede di una delle maggiori scene aperte di vendita e consumo di stupefacenti dell'Italia del Nord, fenomeno caratterizzato soprattutto dalla vendita e dal consumo di eroina e cocaina, sostanze vendute a prezzi particolarmente bassi che attirarono frequentatori non solo da Milano e dai territori limitrofi, ma anche dalle altre regioni dell'Italia settentrionale.
Originariamente, il nucleo del boschetto occupava circa tre ettari, compresi all'interno del parco di Porto di Mare, con una fascia aperta che coinvolgeva anche le aree limitrofe alla stazione di Milano Rogoredo e lungo il tracciato ferroviario. La condizione di degrado della zona portò, nella seconda metà degli anni Dieci, all'attuazione di diversi interventi di riqualificazione ambientale, controllo del territorio e assistenza sociosanitaria, che permisero un parziale recupero dell'area alla fruizione pubblica, senza però riuscire a eliminare il mercato dello spaccio della droga, che si frammentò e si spostò lungo la ferrovia e verso San Donato Milanese e altri comuni dell'hinterland sud-orientale.
Storia Contesto territoriale e origini
L'area di Porto di Mare, nella periferia meridionale di Milano, deve la propria conformazione alle numerose trasformazioni e ai progetti rimasti incompiuti che l'hanno interessata nel corso del XX secolo, tra i quali il progetto del 1917 di realizzarvi un porto destinato a sostituire la Darsena di Porta Ticinese come approdo del traffico fluviale lungo il canale Milano-Cremona-Po, che non fu però mai portato a termine e i cui scavi, riempitisi di acqua fuoriuscita dalla falda acquifera sottostante, formarono dei bacini idrici che vennero utilizzati dagli abitanti di Rogoredo per la pesca e il nuoto. Successivamente alla seconda guerra mondiale, la zona venne utilizzata come deposito per le macerie dei bombardamenti, diventando luogo di occupazioni e insediamenti abusivi; inoltre, negli anni Settanta, l'area venne drenata per tornare a essere una zona verde, per quanto una parte dei terreni venisse ancora utilizzata come discarica. fino al decennio successivo quando i rifiuti furono ricoperti e vi furono i primi interventi volti a sistema la zona a parco. L'area, anche all'epoca fortemente isolata, vide così sia il suo abbandono gestionale che il fiorire di una notevole ricchezza naturalistica, con lo sviluppo di una fitta vegetazione arborea e la presenza di diverse specie faunistiche tipiche delle aree pianeggianti. La crescita della vegetazione durante i decenni andò a formare una vasta area verde non recintata che si ritrovò isolata dagli insediamenti più frequentati della città, in quanto tagliata fuori dalla ferrovia e dalla tangenziale verso Chiaravalle.
Le prime segnalazioni di degrado e di problemi nell'area risalgono al 2004, mentre i primi reati legati alla droga furono segnalati alle forze dell'ordine nel 2007. Il 2008 è considerato un anno di svolta per le vicende del boschetto, in quanto, con l'attivazione di un ramo del passante ferroviario di Milano nella stazione di Rogoredo, la zona venne resa facilmente raggiungibile sia dagli abitanti di Milano che da quelli dell'hinterland e delle regioni vicine; inoltre, nel 2008 fu segnalata per la prima volta la presenza di una cospicua attività di spaccio all'interno di un edificio abbandonato. Nel 2013, in cinque anni, il flusso di persone diretto verso le zone di vendita di droga del boschetto era ormai evidente.
All'isolamento della zona di Porto di Mare, con il riparo e la minore esposizione alle attività di vendita e consumo garantite dall'area verde abbandonata, e alla sua forte accessibilità attraverso la ferrovia e la linea M3 della metropolitana presto si aggiunsero anche i prezzi fortemente concorrenziali delle sostanze lì vendute; questi fattori, uniti anche alle trasformazioni urbane che interessarono la città di Milano per via dell'organizzazione dell'Expo 2015, contribuirono allo spostamento e alla concentrazione nel boschetto di precedenti aree di vendita e consumo che dalle aree centrali si videro costrette dagli interventi di controllo delle forze dell'ordine a spostarsi verso la periferia.
Espansione negli anni Dieci Nella metà degli anni Dieci del Duemila, il boschetto aveva ormai assunto dimensioni tali da essere considerato una delle principali scene di spaccio e consumo di droghe dell'Italia settentrionale. A partire dal 2015 assunse la configurazione di una grande scena aperta e concentrata, caratterizzata dall'elevata visibilità delle pratiche di vendita e di consumo. Si stima che il numero di acquirenti che frequentavano la zona giornalmente fosse, tra il 2017 e il 2018, compreso tra 600 e 700 unità giornaliere, mentre un'inchiesta giornalistica del 2019 considerò un minimo di 500 presenze giornaliere una stima ragionevole, pur limitata dall'impossibilità di effettuare conteggi precisi.
La frequentazione non era limitata agli abitanti dell'area milanese, ma si segnalava anche la presenza di persone che, per via della facilità con cui si raggiungeva l'area, erano diventate dei pendolari dell'acquisto di sostanze, provenienti da Varese, Piacenza, Bergamo, Novara e Alessandria. Dal punto di vista dell'età e della condizione sociale, l'area era frequentata in maniera eterogenea, con la presenza sia di individui con una lunga storia di consumo che di giovani, come anche di persone con problemi sociali e persone senza fissa dimora, a cui si aggiungevano anche individui senza problematiche immediatamente visibili relative alla situazione abitativa e lavorativa; inoltre, nell'area erano segnalate anche pratiche di prostituzione.
Dal 2014, anche grazie all'aumentata visibilità del fenomeno, gli abitanti di Rogoredo e di Santa Giulia cominciarono a mobilitarsi, sollecitando l'intervento delle istituzioni. Negli anni furono organizzate manifestazioni di quartiere sia davanti alla stazione che al boschetto, e le problematiche dell'area divennero oggetto di interrogazioni parlamentari e di incontri tra l'amministrazione comunale, la prefettura e il Ministero dell'interno. In questo periodo aumentò anche l'attenzione della stampa verso l'area e i fenomeni a essa collegati, contribuendo ad associare nell'immaginario pubblico Rogoredo alla scena aperta del consumo di droghe e causando la nascita di uno stigma nei confronti del quartiere.
Interventi di recupero, pandemia di COVID-19 e spostamento della scena aperta
Dal 2017 ebbero inizio gli interventi di recupero e riqualificazione del boschetto e dell'area di Porto di Mare a opera dell'associazione Italia Nostra, interventi che uniti anche all'azione di contrasto messa in atto dalle forze dell'ordine contribuirono alla frammentazione della realtà del boschetto già prima del marzo 2020; successivamente, durante la pandemia di COVID-19 e negli anni successivi, le abitudini di vendita e consumo assunsero una configurazione più mobile, con postazioni di spaccio che si spostavano frequentemente in diverse aree, il che rese il consumo e lo spaccio meno visibili, ma anche più difficili da intercettare per i servizi di riduzione del danno. Nel 2022 il presidio di assistenza sanitaria registrò circa 60-70 contatti giornalieri, in diminuzione rispetto agli oltre cento degli anni precedenti, segnalando però nuove attività di spaccio a Ponte Lambro, Corvetto, nel Parco Vittorini e a San Donato Milanese.
Nel 2024 le principali aree di concentrazione, ormai esterne al boschetto, erano una lungo i binari ferroviari di via Sant'Arialdo e l'altra a San Donato Milanese, sotto il raccordo dell'Autostrada del Sole. La riqualificazione del boschetto non aveva quindi portato alla sparizione della scena ma ad uno spostamento verso aree più marginali e periferiche.
Nel 2026 la stampa ormai distingueva l'area originaria del boschetto, in larga parte riqualificata, dalla scena di spaccio delle zone limitrofe, lungo le aree verdi adiacenti alla ferrovia e, nel tempo, estesa verso San Donato Milanese, San Giuliano Milanese e Melegnano. Nel febbraio del 2026 un'inchiesta di Il Manifesto stimava che circa 400-500 persone frequentassero ancora quotidianamente le postazioni di vendita, in diminuzione rispetto alle 500-800 del periodo di maggiore espansione della scena.
Caratteristiche della scena di spaccio e consumo
All'interno del boschetto le sostanze maggiormente consumate erano l'eroina, assunta principalmente per via endovenosa ma talvolta anche per inalazione, e la cocaina, assunta anch'essa per via endovenosa o nasale; tra le altre sostanze psicotrope consumate nel boschetto vi erano anche il crack, la cannabis, il metadone, le benzodiazepine e le bevande alcoliche. Tra il 2017 e il 2018 l'eroina veniva venduta a circa 20 euro al grammo e poteva essere acquistata nell'irrisoria quantità di un decimo di grammo, il cosiddetto punto, a partire da circa 2 euro; la cocaina veniva invece venduta a circa 70 euro al grammo e poteva essere acquistata in singole dosi da pochi euro. I prezzi inferiori alle altre piazze di spaccio della zona e la consuetudine di venderne anche quantità minime furono tra i fattori che più favorirono l'attrazione dei consumatori verso il boschetto.
Lo spaccio era organizzato in venditori e vedette e si articolava in diverse aree, alcune dedicate alla vendita e altre al consumo, il che era agevolato dalla conformazione del territorio, che, per via della presenza di vegetazione, di piccoli rilievi e della ferrovia, facilitava il controllo degli accessi e offriva numerose possibilità di fuga durante gli interventi delle forze dell'ordine. La zona si caratterizzò anche per la presenza, durante la notte, di diverse persone, oltre che per il quotidiano muoversi dei consumatori in altre aree della città per procurarsi il denaro necessario alle dosi, fenomeno che interessò in particolare zone come la stazione di Milano Centrale, la stazione di Milano Porta Garibaldi e il centro cittadino, dove venivano svolte attività informali e praticata l'elemosina; inoltre, attorno alla scena si sviluppò anche una piccola economia informale comprendente la rivendita di siringhe e metadone e, in alcuni casi, attività di intermediazione con gli spacciatori che includevano sia prestazioni sessuali che funzioni di vedetta in cambio di sostanze.
La presenza di una struttura criminale per l'organizzazione dello spaccio nel boschetto emerse anche nel contesto di una indagine avviata dal commissariato di pubblica sicurezza di via Mecenete che nel dicembre del 2018 accertò come l'area di spaccio compresa tra via Orwell e via Sant'Arialdo fosse stata a lungo gestita da due distinte organizzazioni criminali delle quali una controllava in maniera diretta almeno tre punti di vendita situati lungo via Sant'Arialdo, nel tunnel sotto la tangenziale di via Impastato e presso una cascina nel bosco con la piazza di spaccio che prevedeva anche un incaricato della malavita che aveva l'obietto di regolare i rapporti tra acquirenti e spacciatori. Durante le indagini vennero ricostruite le ripartizioni dei ruoli all'interno del gruppo criminale a partire dallo smistamento delle sostanze ai venditori fino ai dettagli di come avveniva il controllo della piazza, portando nel giugno 2021 all'arresto di dieci persone con l'accusa di associazione a delinquere finalizzata allo spaccio e collegando alle attività criminali del gruppo almeno una rapina avvenuta in un istituto bancario di Lodi legata alle necessità di autofinanziamento dell'associazione.
Oltre allo spaccio, nell'area si svilupparono in particolare forme di lavoro sessuale con l'obiettivo, in alcuni casi, di ottenere denaro per comprare della droga e, in altri, direttamente scambiando prestazioni sessuali con sostanze, che videro il coinvolgimento anche di persone di età molto giovane.