Lucca, il cui nome antico è Luca, nacque come colonia latina dedotta nel 180 a.C. in un settore della pianura che era stato fino ad allora sotto l'influenza di Pisae e che gli alleati pisani cedettero a Roma. La deduzione, ricordata da Livio, fu opera dei triumviri Quinto Fabio Buteone e dei due Popillii Laenates.
La colonia fu munita fin dall'origine di una cinta di circa 2780 metri, che racchiudeva un'area di poco più di quarantun ettari e ne fissò il perimetro per tutta l'età romana e tardoantica.
Ai primi decenni del I secolo a.C. Luca divenne municipio, ma restò aggregata alla provincia della Gallia Cisalpina, come molti centri della valle del Po; solo con il nuovo ordinamento augusteo dell'Italia entrò nella Regio VII Etruria, assegnazione che Giulio Ciampoltrini spiega con il riconoscimento delle origini etrusche della città.Plinio il Vecchio, Naturalis historia, III, 50. Fra il 42 e il 27 a.C., verosimilmente dopo Azio, una seconda deduzione, di età triumvirale o augustea, portò all'assegnazione di lotti ai veterani delle legioni VII e XXVI. Alla rifondazione seguì la stagione che diede alla città i suoi monumenti: il rinnovamento del foro, il teatro fra il 30 e il 10 a.C. e, nella seconda metà del I secolo d.C., l'anfiteatro costruito fuori delle mura.
Dal II secolo l'abitato si contrae: il foro perde le proprie funzioni, gli edifici pubblici vengono spogliati, e la piazza rappresentativa si sposta altrove. Sul finire del III secolo la cinta è restaurata e rafforzata con nuove torri, e vi si installa una fabrica imperiale di armi. Verso la metà del IV secolo la cattedrale di Santa Reparata, edificata sulle rovine di un grande complesso termale, sposta il cuore dell'abitato nel quadrante sud orientale.
Toponimo Il nome latino della città è Luca, con l'etnico Lucenses; Strabone la registra in greco come .La voce Lucca del Dizionario di toponomastica è firmata con le iniziali C. M., che nel volume corrispondono a Carla Marcato. La forma non varia nel resto della tradizione: colonia Luca in Plinio, in Tolomeo, Luca nella Tabula Peutingeriana, dove il nome è accompagnato dalla vignetta a doppia torre, e cinque volte nellItinerarium Antonini, che in un solo passo dà la variante Laca.
La prima menzione è anteriore alla colonia: dopo uno scontro nella zona di Piacenza il console Tiberio Sempronio Longo si sarebbe ritirato Lucam, mentre Annibale entrava nel territorio dei Liguri.Tito Livio, Ab Urbe condita, XXI, 59, 10.Ernst Honigmann riferisce l'episodio al 218 a.C. e alla ritirata seguita alla battaglia della Trebbia (); Ciampoltrini lo colloca invece nella campagna del 217 a.C. intorno a Piacenza (). Sull'attendibilità della notizia i dubbi sono antichi: già Honigmann ricordava che Bormann e Pais la ritenevano sospetta. Ciampoltrini osserva a sua volta che il riferimento a una città fondata quasi quarant'anni dopo potrebbe essere un anacronismo, comodo a rendere comprensibile la via di fuga transappenninica seguita dal console.
Sull'origine del nome le posizioni divergono. Honigmann lo diceva senz'altro di ascendenza celto-ligure, accostandolo a sulla scorta di Arturo Solari. Il Dizionario di toponomastica è assai più prudente: lo definisce «un toponimo antichissimo, di origine sconosciuta», e registra senza farla propria l'ipotesi, accolta dallEnciclopedia Italiana, di una radice celto-ligure luk col valore di «luogo paludoso». In direzione opposta vanno due proposte più recenti. Michelangelo Zecchini etimologizza il nome come «zona luminosa» o «radura», riconducendolo alla radice indoeuropea leuk «luce» e accostandolo a voci dell'Europa centrale interpretabili nello stesso modo. Riccardo Ambrosini respinge a sua volta la spiegazione paludosa, che giudica priva di base storico-linguistica, e riporta il toponimo al latino lucus e alla medesima radice, richiamando la serie lucchese Lucese, Lucente, Lucaia e Lucchio. Non è certo nemmeno che il nome appartenga allo strato etrusco: Giovan Battista Pellegrini osserva che città di origine preromana come Lucca e Pisa non vi si possono ascrivere con sicurezza, e riconosce maggiori probabilità di ascendenza etrusca a Perugia.
Storia degli studi Quanto si sa della città antica poggia su una tradizione erudita cinquecentesca e su un'archeologia urbana che ha poco più di quarant'anni.
Le prime osservazioni fondate sui resti visibili sono nelle Storie di Lucca di Giuseppe Civitale, della seconda metà del Cinquecento: seguendo i tratti allora affioranti, Civitale ricostruì quasi esattamente i lati meridionale e orientale della cinta romana, ma del lato occidentale dovette riconoscere che «non è certezza», e quel percorso sarebbe stato accertato soltanto in anni recenti. Il Seicento fu il secolo dell'antiquaria lucchese, e vi si deve il rinvenimento, nel 1613, dell'iscrizione che attribuisce a Probo un rifacimento della cinta.La lastra si ruppe durante lo scavo e fu ricopiata dai pezzi ricomposti, con integrazioni che si giudicano fantasiose; per questo l'iscrizione è stata a lungo ritenuta falsa, prima di trovare in anni recenti riscontri archeologici (). Nel 1843 Giuseppe Matraia pubblicò quella che si può considerare la prima carta archeologica della città.
La svolta moderna è del 1974, con La pianta di Lucca romana di Paolo Sommella e Cairoli Fulvio Giuliani: su quel censimento dei dati editi e dei resti inglobati nelle fabbriche moderne si fondano ancora le ricostruzioni della cinta, della viabilità urbana, del teatro e dell'anfiteatro. Seguirono il catalogo di Paolo Mencacci e Michelangelo Zecchini del 1982, esteso alla piana, e l'edizione degli scavi nella chiesa dei Santi Giovanni e Reparata, proseguiti fino al 1991.
Il momento decisivo è però il 1981, quando Giulio Ciampoltrini assunse in soprintendenza il territorio lucchese, che seguì fino al 2018: da allora crebbero di numero tanto i cantieri d'emergenza e le indagini preventive quanto le pubblicazioni che ne derivarono. Il primo studio complessivo del centro e del suo agro è invece recentissimo, ed è la tesi di dottorato di Salvatore Basile, discussa a Pisa nel 2022.
I materiali di scavo sono in gran parte al Museo nazionale di Villa Guinigi, la cui sezione archeologica riunisce per la città romana le pavimentazioni e le terrecotte architettoniche delle domus, le poche iscrizioni pubbliche superstiti, i corredi delle necropoli urbane e dell'agro e la grande ara cilindrica di marmo rinvenuta nel 1983 in piazza San Michele in Foro, che Ciampoltrini dice «probabilmente il più significativo monumento scultoreo della prima età imperiale nell'Etruria settentrionale sin qui ritrovato». Dell'apparato dei monumenti pubblici, osserva lo stesso studioso, non restano che poche iscrizioni lacunose e rari frammenti architettonici, sopravvissuti quasi sempre grazie al reimpiego. Sono invece visitabili in posto la casa del fanciullo su delfino, presso Palazzo Orsucci, e gli scavi sotto la chiesa dei Santi Giovanni e Reparata.
Prima di Roma Le sponde dellAuser, il fiume che scorreva dove oggi corre il Serchio, si coprono di nuovo di villaggi nel corso dell'VIII secolo a.C. Ne nasce un assetto che durerà due secoli: nuclei piccoli e fitti su tutto il territorio, ognuno con la terra che coltiva, tenuti insieme dalla via d'acqua. L'economia è agricola e mira a produrre i cereali che le città richiedono; i traffici guardano prima a Volterra, poi soprattutto a Pisae, che Giulio Ciampoltrini definisce «città ormai manifestamente egemone di questo angolo d'Etruria» e il punto da cui le merci si diramavano nell'entroterra.
L'area oggi occupata da Lucca rientra in quel sistema. La necropoli di via Squaglia, a San Concordio, con almeno otto tombe, si colloca fra la fine del VII secolo a.C. e i decenni iniziali del VI: indica un abitato sorto su un ramo dell'Auser, nell'odierna periferia meridionale. Poco a oriente del centro attuale sorse invece, nel V secolo, il villaggio di Tempagnano, che per ampiezza e complessità non trova confronti nella bassa piana.
Allo stesso sistema appartiene la strada messa in luce al Frizzone di Capannori, una via glareata realizzata con la tecnologia stradale più raffinata dell'Etruria tardoarcaica, che integrava la rete fluviale in un circuito di traffici non soltanto locale.Michelangelo Zecchini, che diresse lo scavo, vi ha riconosciuto l'itinerario fra Tirreno e Adriatico ricordato dallo Pseudo-Scilace (). Ciampoltrini giudica «arduo» ipotizzare che quella via fosse costituita per intero da manufatti di simile impegno, pur confermando il ruolo di Pisa come suo terminale ().
Del culto restano soprattutto bronzetti raffiguranti l'offerente, naturalistici a Palaiola di Capannori e schematici nell'antro detto di Castelvenere, nella media valle del Serchio, dove la frequentazione doveva legarsi quasi certamente alle sorgenti. Sono di un tipo diffuso dal territorio di Pisa alla piana dellAuser e, oltre l'Appennino, fino all'Emilia, e Ciampoltrini vi riconosce il più vistoso indicatore delle vie che valicavano l'Appennino nel VI e nel V secolo a.C.
Dalla seconda metà del IV secolo a.C. la valle è rioccupata quasi contemporaneamente dagli Etruschi di Pisae e dai Liguri Apuani, con siti di funzione emporica come Ponte Gini di Orentano. Ciampoltrini chiama gli anni fra il 300 e il 240 a.C. quelli «della convivenza e degli scambi»: gli abitati liguri d'altura, come Monte Pisone, coesistono con gli insediamenti etruschi della pianura, e al Romito di Pozzuolo otto monete etrusche d'argento, deposte insieme e recuperate in giacitura primaria, documentano la circolazione monetaria del comprensorio; Ciampoltrini le riferisce alla zecca pisana. È l'attacco romano del 238 a.C. a rompere un equilibrio che durava da almeno mezzo secolo.
Che cosa vi fosse sul sedime della futura città resta invece incerto. Nell'area del Battistero sono stati raccolti frammenti ceramici della prima metà del III secolo a.C., che Ciampoltrini indica come la sola possibile testimonianza di una frequentazione precoloniale, e ipotizza che l'area urbana avesse accolto un abitato le cui tracce erano ancora visibili nel 180 a.C., quando i Pisani offrirono quel terreno a Roma.
La conquista si compie in pochi anni. Nel 180 a.C. la campagna dei consoli Publio Cornelio Cetego e Marco Bebio Tamfilo si chiude con la resa degli Apuani, che vengono deportati nel Sannio; l'anno successivo i vinti sono fatti scendere nelle pianure e presìdi vengono collocati sulle alture.
La colonia latina del 180 a.C. Il racconto di Livio è di poche righe: nel 180 a.C. il senato ringraziò i Pisani, che offrivano il terreno su cui dedurre una colonia latina, e per l'operazione furono creati i triumviri Quinto Fabio Buteone e i due Popillii Laenates.Tito Livio, Ab Urbe condita, XL, 43. Ciampoltrini vi legge il riconoscimento formale dei diritti che Pisa vantava su un territorio perduto da qualche decennio e che la vittoria le avrebbe restituito: con quella cessione Pisa rinunciava al proprio diritto, ma poiché le colonie di diritto latino erano aperte anche ai socii, i Pisani potevano prendere parte alle assegnazioni di terra ed entrare nel corpo civico della nuova città, con i benefici del diritto latino.
La natura dell'atto risalta nel confronto con Luna, dedotta appena tre anni dopo con duemila coloni e con lo statuto di colonia romana: là il territorio era considerato conquistato ai Liguri e spettante allo Stato romano, e i Pisani non potevano accampare diritti, tanto che nel 168 a.C. si aprì fra loro e i coloni lunensi una controversia. Dei rapporti fra Pisa e la nuova città resta anche una traccia materiale: dalle cave di Rigoli, sul versante pisano dei Monti Pisani, venne il travertino di gran parte degli alzati delle mura lucchesi.