Il Municipio di Fiumicino è la sede del Comune di Fiumicino, progettata da Alessandro Anselmi con Maurizio Castelli, Pia Pascalino e Natale Russo tra il 1996 e il 1997 e realizzata tra il 1998 e il 2003.

Sorto nell'area dell'ex stazione ferroviaria pochi anni dopo l'autonomia amministrativa di Fiumicino da Roma, l'edificio fu concepito come nuova sede civica e come elemento centrale di un più ampio programma di trasformazione dell'ingresso urbano. Il progetto è caratterizzato da una grande superficie continua che si solleva dal piano stradale e, attraverso successive piegature, assume le funzioni di piazza, gradinata, facciata e copertura.

Storia Fiumicino divenne comune autonomo nel 1992, separandosi da Roma dopo un referendum popolare. La costituzione della nuova amministrazione pose il problema di riunire le funzioni municipali in una sede unitaria e riconoscibile come luogo civico della nuova città. Nel 1996 il sindaco Giancarlo Bozzetto affidò ad Alessandro Anselmi l'incarico per il nuovo Municipio; il progetto venne sviluppato insieme a Maurizio Castelli, Pia Pascalino e Natale Russo, con Antonio Maria Michetti per le strutture e Renato Tito per gli impianti.

L'intervento era parte di un programma urbanistico più ampio destinato alla riqualificazione dell'area di accesso alla città, compresa fra il canale Pio-Clementino e la linea ferroviaria. Il masterplan elaborato dallo stesso gruppo prevedeva, oltre al Municipio, una stazione per una nuova linea tranviaria, un edificio polifunzionale, un centro sportivo, un albergo e nuovi insediamenti residenziali. Di questo sistema venne realizzato soltanto il Municipio; la ferrovia fu successivamente eliminata e parte delle aree interessate venne occupata da nuovi insediamenti residenziali, modificando il contesto per il quale il progetto era stato concepito.

Il progetto architettonico venne elaborato tra il 1996 e il 1997. La banca dati del Ministero della cultura indica per la costruzione il periodo 1998–2003, mentre l'edificio fu inaugurato nel 2002.

Architettura Il Municipio occupa un lotto nell'area dell'ex stazione, lungo il tracciato storico della via Portuense, in prossimità del canale Pio-Clementino e dell'antico borgo progettato da Giuseppe Valadier. Al nuovo edificio era affidato non soltanto il compito di ospitare le funzioni amministrative del Comune, ma anche quello di contribuire alla definizione di un nuovo centro urbano per una città cresciuta in precedenza attraverso un tessuto frammentario e scarsamente strutturato.

Il principio compositivo fondamentale consiste nella trasformazione del suolo in architettura. Più che configurare un volume isolato, il progetto costruisce una grande superficie continua: il piano si stacca dalla quota urbana formando una piazza, sale attraverso una gradinata a ventaglio, diventa facciata e infine si piega a costituire una pensilina di copertura. Un secondo piano piegato definisce lateralmente lo spazio, rafforzando la configurazione della piazza. La superficie inclinata costituisce così un terreno artificiale percorribile dal quale, salendo, si aprono progressivamente visuali verso il canale, il mare e il territorio circostante.

Al di sotto e ai lati di questo piano sono collocate, in parte ipogee, le funzioni politiche e amministrative. La sala consiliare si trova sotto la superficie inclinata della piazza, mentre i corpi emergenti ospitano gli uffici del sindaco e degli assessorati, gli uffici amministrativi e gli altri ambienti municipali. Due corti portano luce agli spazi del piano terreno; ulteriori incisioni nella superficie individuano finestre, logge e percorsi d'ingresso. L'arretramento dei corpi edilizi rispetto al grande piano contribuisce a rafforzare la percezione della superficie come elemento autonomo e continuo.

La grande superficie è realizzata mediante una soletta in calcestruzzo armato sostenuta da pilastri e rivestita, tanto nei piani di calpestio quanto nelle parti verticali, da mattoni murati di piatto. Ricorsi in granito organizzano il rivestimento secondo una trama regolare; la scelta del laterizio stabilisce un rapporto con la materialità delle pavimentazioni delle piazze storiche italiane. Nelle parti sottostanti il piano il linguaggio costruttivo cambia radicalmente: gli uffici sono definiti da facciate strutturali industrializzate in pannelli di alluminio e vetro, protette dalla forte sporgenza della copertura.

La compresenza di questi due registri — la massa continua della superficie laterizia e la leggerezza dei volumi vetrati e metallici — è parte del carattere dell'opera. Il piano non svolge quindi soltanto una funzione di involucro o copertura, ma mette in relazione edificio, piazza e paesaggio, raccordando in un unico dispositivo le diverse parti del complesso e il suolo urbano.

Ricezione locale, trasformazioni e tutela Il carattere inconsueto del Municipio produsse reazioni contrastanti nella comunità locale già durante la costruzione. Una testimonianza pubblicata nel 2004 su L'industria delle costruzioni ricordava che il rustico era stato soprannominato dagli abitanti «lo stadio» e che, dopo il completamento, alcune critiche riguardarono la collocazione della sala consiliare, percepita come relegata «in un sottoscala», e il carattere dell'architettura, giudicato troppo «futurista».

Il Municipio era stato commissionato durante l'amministrazione di Giancarlo Bozzetto, espressione del centrosinistra e sindaco dal 1994 al 2003. Nel maggio 2003 gli succedette Mario Canapini, eletto alla guida di una coalizione di centrodestra formata principalmente da Unione di Centro, Alleanza Nazionale e Forza Italia. Canapini rimase sindaco per due mandati consecutivi, fino al 2013.

Durante la prima amministrazione Canapini furono trasformati in uffici alcuni ambienti originariamente destinati a funzioni aperte alla città e alla piazza, fra cui la sala per i matrimoni, il bar-ristorante, la banca e gli spazi destinati alla Pro Loco e all'informazione turistica. Nel 2006 la stessa amministrazione avviò inoltre, senza coinvolgere gli autori del progetto, la costruzione di un volume esterno di collegamento fra i due corpi edilizi affacciati sulla piazza; l'intervento risulta completato nel 2007. Il nuovo volume occupava uno dei vuoti sui quali si basava la configurazione dell'«edificio-piazza».

Nell'ottobre 2006 Alessandro Anselmi, Maurizio Castelli, Pia Pascalino e Natale Russo resero pubblico un appello rivolto all'amministrazione comunale guidata da Mario Canapini, contestando sia la soppressione delle funzioni collettive sia il nuovo corpo di collegamento. Secondo i progettisti le modifiche alteravano la configurazione dell'opera come «insieme urbano» e compromettevano la qualità dell'edificio. Chiedevano alla giunta di interrompere la costruzione del nuovo volume, ripristinare le funzioni soppresse e avviare gli interventi di manutenzione, segnalando che a quattro anni dall'inaugurazione il Municipio presentava già condizioni di degrado.

Alla reazione dei progettisti si affiancò quella dell'Ordine degli Architetti di Roma, che promosse un appello sottoscritto da esponenti del mondo accademico e professionale. Nel frattempo l'edificio era stato oggetto di un provvedimento statale: il 2 agosto 2005 ne era stato riconosciuto l'importante carattere artistico nell'ambito della tutela prevista dalla legge sul diritto d'autore. Il provvedimento della DARC venne notificato quando i lavori di trasformazione erano già iniziati.

La vicenda assunse anche una dimensione politica nel dibattito architettonico. Nel 2006 Giorgio Muratore, pubblicando l'appello dei progettisti con il titolo La vendetta della politica … cambia la giunta … si sputtana l'architettura …, ricondusse esplicitamente le trasformazioni del Municipio al cambio politico intervenuto nel Comune dopo la stagione amministrativa nella quale l'opera era stata commissionata e realizzata.

Nel 2018 Milena Farina rilevava inoltre che una delle scale interne dell'edificio, originariamente sviluppata liberamente su tre livelli, risultava parzialmente demolita, con la rimozione delle prime due rampe. Nello stesso articolo documentava la chiusura del secondo ingresso, la mancata attivazione del bar previsto sulla piazza, l'installazione di dissuasori lungo via Portuense e un diffuso deficit di manutenzione.

Il problema dell'uso della piazza risultava inoltre legato alla mancata realizzazione del più ampio sistema urbano previsto dal masterplan. La superficie inclinata, concepita come spazio civico inserito in una rete di nuove funzioni, rimase priva di molti degli elementi che avrebbero dovuto alimentarne l'uso collettivo.

Fortuna critica Il Municipio fu oggetto di attenzione nella cultura architettonica già durante la progettazione. Nel 2004 Federico Bilò, su L'Industria delle Costruzioni, lo definì una delle «non molte testimonianze costruite, alte e persuasive» di una possibile via italiana alla contemporaneità. La sua analisi individuava nel grande piano piegato il dispositivo capace di unificare le diverse parti del complesso e di raccordarle al debole tessuto urbano circostante.

Nello stesso saggio Bilò richiamava una lettura di Franco Purini, secondo il quale il progetto si inscriveva sia nella tradizione romana delle architetture che mettono in relazione quote differenti — dalla Cordonata capitolina alla scalinata di Trinità dei Monti — sia nella continuità della ricerca progettuale di Anselmi. In questa prospettiva la grande superficie non costituiva un semplice gesto formale, ma uno strumento di connessione tra edificio, spazio pubblico e città.

Nel 2004 il MAXXI dedicò ad Anselmi la mostra antologica Piano, superficie, progetto, comprendendo il Municipio fra le opere della fase più recente della sua ricerca. Nello stesso contesto Domus mise in evidenza il contrasto fra la condizione frammentaria del territorio di Fiumicino e la forte presenza fisica dell'edificio, sottolineando in particolare il ruolo della grande copertura-terrazza protesa nello spazio.

L'opera entrò inoltre in numerosi studi, monografie e guide dedicate ad Anselmi, all'architettura romana e all'architettura italiana contemporanea. Tra gli autori e le sedi editoriali che la trattarono figurano Claudia Conforti e Jacques Lucan, Alberto Ferlenga, Margherita Guccione e Valerio Palmieri, Massimo Locci, Giorgio Ciucci, Francesco Ghio, Piero Ostilio Rossi, Maria Argenti, oltre a Casabella, Controspazio, Parametro, Area, Costruire in Laterizio e L'industria delle costruzioni. La continuità di questa presenza proseguì ben oltre gli anni immediatamente successivi all'inaugurazione.

In una ricostruzione generale dell'architettura italiana contemporanea, l'Treccani ha incluso il Municipio fra le opere rappresentative della maturità di Anselmi, accanto alle realizzazioni di altri protagonisti della stessa stagione architettonica.

Nel 2018 Luigi Prestinenza Puglisi ricordò la celebrazione del Municipio come uno dei principali risultati dell'architettura italiana a cavallo del nuovo millennio, individuandone l'invenzione centrale nella «piazza-edificio»; osservò tuttavia che lo spazio pubblico era rimasto sostanzialmente privo della vita collettiva evocata dal progetto.

Nello stesso anno Milena Farina, riesaminando l'edificio a sedici anni dall'inaugurazione, lo definì uno dei capi d'opera di Anselmi e ricostruì il forte apprezzamento ricevuto al momento della realizzazione. La sua lettura individuava nella deformazione della grande superficie e nel rapporto fra piano, piazza, parete e copertura uno dei passaggi più significativi della ricerca dell'architetto; contemporaneamente, la storia delle trasformazioni e della mancata manutenzione veniva assunta come esempio delle difficoltà incontrate nella conservazione delle architetture contemporanee ancora in uso.